domenica, 20 Giugno , 2021

Molly Tuttle: …But I’d Rather Be With You

Molly Tuttle

…But I’d Rather Be With You

Compass Records

…But I’d Rather Be With You è il suo terzo album da solista. Insignita come ‘Guitarist of the Year’ agli International Bluegrass Music Awards nel 2017, prima donna a ricevere il prestigioso titolo, ripete l’anno successivo assieme ad altri numerosi premi, tra i quali il riconoscimento da parte dell’Americana Music Association come ‘Instrumentalist of the Year’. Molly Tuttle è una polistrumentista, un’abile cantautrice, ma soprattutto una ‘guitar beast’ che si distingue per la sua maestria negli stili flatpicking, clawhammer e crosspicking.

Uscito ad agosto, …But I’d Rather Be With You è un ‘cover album’, non convenzionale, una scelta di canzoni altrui che l’hanno aiutata ad affrontare l’angoscia dovuta alla pandemia e ai danni del potente uragano che ha travolto Nashville, dove ora vive. Assieme al produttore Tony Berg (Andrew Bird, Phobe Bridges) ha confezionato una gamma di cover piuttosto eclettica di dieci brani, almeno tre dei quali sono già stati pubblicati come singoli. All’interno della copertina, troviamo una nota di Molly per ogni canzone, in cui ci racconta la storia che la lega a quel pezzo attraverso aneddoti della sua vita, come se volesse dedicare una serenata a tutti noi che condividiamo questi giorni di incertezze e paure.

Apre l’album “Fake Empire” dei The National, che è stato anche il primo singolo e video di accompagnamento, nonché una scelta che si è rivelata adattissima ai tempi che stiamo vivendo. Nella nota che Molly scrive su questo pezzo c’è tutta la sua propensione alla sfida: «Questa canzone ha una fantastica poliritmia 3 su 4 lungo tutta la sua durata. È super divertente suonare la parte del piano con la chitarra, se riesci ad allenare il pollice a suonare su tre e l’indice e il medio a suonare su quattro!»

La collezione attraversa decenni di generi, da artisti iconici come FKA Twigs con “Mirrored Heart” ad artisti meno conosciuti come Karen Dalton con “Something on Your Mind”. L’approccio unico di Molly, probabilmente, incoraggerà coloro che non hanno familiarità con nomi per niente mainstream, come il suo o come quello di Arthur Russell che omaggia con “A Little Lost”, cosa che – qualche anno fa – aveva fatto anche Yusuf/Cat Stevens con il medesimo pezzo. Arthur Russell era un violoncellista e compositore newyorkese dalle delicatezze alla Nick Drake, come lui prematuramente scomparso. Da Russel, Molly sembra prendere ispirazione nella ricerca di nuovi suoni e nel rimanere concentrata su una composizione che non intende compiacere nessuno. Con Tony Berg, di base a Los Angeles, Molly ha infatti trovato delle nuove sonorità e non esclude future collaborazioni, anche se non tende a programmare niente – dice lei – ma rimane semplicemente aperta a nuove possibilità.

La scelta di includere “Standing on the Moon” dai Grateful Dead – come pure il tema lunare del video e della copertina dell’album – è stata inspirata dal fatto che la registrazione è avvenuta durante il lockdownscambiando con Berg i file avanti e indietro a distanza: proprio come fanno gli astronauti. Ma pure dal fatto che, anche se Molly ama Nashville, la sua città di adozione, a volte si sente come se si trovasse sulla luna, distantissima dai suoi amici e dalla sua famiglia a San Francisco, che le mancano parecchio. I versi «Una bella vista del paradiso / Ma preferirei stare con te» sono i suoi preferiti ed è per questo che ha voluto intitolare l’album …But I’d Rather Be With You. Tuttle ha trasformato questa traccia di Garcia e Hunter nel proprio stile, grazie alle sue personalissime e aggraziate armonie.

“She’s a Rainbow”, degli Stones, la interpreta da un punto di vista tutto femminile e l’ha infatti dedicata a tutti gli esseri femminili. I versi «She comes in colours everywhere / She combs her hair / She’s like a rainbow»assumono con lei un significato di libertà e autoaffermazione.

“Zero” degli Yeah Yeah Yeahs è una vivace melodia acustica e “Olympia, WA” dei Rancid un inno ribelle, che ha tutta l’atmosfera di un roadtrip con Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show sul sedile del passeggero che canta. Le ha scelte perché le ricordano gli anni della scuola, di quando ha iniziato a suonare con la sua band in California. “Sunflower, Vol. 6” di Harry Styles ha tutta la magia acustica folk e comunica chiaramente quanto Molly si sia divertita nell’interpretarla.

A concludere “How Can I Tell You” di Yusuf/Cat Stevens, che a Molly ricorda il dolore per la perdita del suo amato cane. Con la sua chitarra accompagnata da violino, viola e violoncello, che la tecnologia ha assemblato abilmente pur se suonati a centinaia di chilometri l’uno dall’altro, il pezzo conclude in maniera dolcissima e perfetta questo album, a testimonianza di quanto – pur se separati fisicamente in tempo di pandemia – possiamo comunque riuscire a fare cose grandi assieme.

La ventisettenne californiana sta abbattendo molte barriere, a cominciare dal parlare apertamente della sua malattia autoimmune, l’alopecia, che l’ha portata sin da piccola alla perdita dei capelli. Per lei, il più bel concerto finora è stato quello alla National Alopecia Areata Foundation, nell’estate del 2017. Da ragazzina faceva di tutto per nascondere la sua condizione, ma – giunta alla maturità – ha cominciato a sentire come un dovere il fatto di parlarne e di mostrarsi per come è, per un dovere verso sé stessa e per aiutare e ispirare gli altri ad acquisire sicurezza. Lo fa anche attraverso i social, per lei terreno di battaglie sociali (come questa o l’incoraggiare a votare per le scorse elezioni presidenziali americane) più che di concerti, perché – ci confessa – teme di stancare il pubblico con troppi streaming, così cerca di centellinarsi intelligentemente con apparizioni significative, come quella di settembre con i mitici Old Crow Medicine.

In questa sua ultima fatica, la sensibile produzione di Tony Berg aggiunge abbastanza carne al fuoco e validi musicisti alle performance di Molly, da fare letteralmente saltar fuori i pezzi dagli altoparlanti con quel carattere, quella marcia in più. La voce morbida e chiara della Tuttle, dall’ampia estensione vocale, i suoi agili virtuosismi alla chitarra e l’evidente amore per il materiale rivisitato ci emozionano forse più di quanto dovremmo, tanto da farci dire… But We’d Rather Be With You, Molly!

Irene Sparacello

 

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