Musicisti in trincea (16) – Io odio il pianobar… ma amo gli arrangiamenti automatici!

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Autoproduzione e tecnologie di sopravvivenza
(di Francesco Manfredi) – Cari fratelli chitarristi acustici, come andiamo? Siete andati al concertone del Primo Maggio? O come me, facendo zapping, avete beccato Gazzè e Mesolella mentre coinvolgevano trecentomila persone e li avete un po’ invidiati?

Mia moglie mi ha detto: «Ma perché non vai a suonare anche tu al concertone?» E io le ho risposto: «No, oggi non mi andava, magari l’anno prossimo…»
Purtroppo, solo i più ingenui tra noi si illudono che sia facile andare a Sanremo o calcare palchi importanti. I fattori sono tanti e riguardano più la produzione e il marketing che la nostra volontà o capacità individuali. Allora, cosa resta a noi umili artisti eterni emergenti? I matrimoni, il pianobar, l’autoproduzione. Sui primi due sorvoliamo: li ho fatti, mi son serviti e tutto quanto, ma forse siete voi a poter insegnare a me le migliaia di cover necessarie per essere dei veri professionisti. Io del pianobar amo però una cosa, il fatto che puoi dire l’accordo a una tastiera o a un computer e lui fa tutto l’arrangiamento! Lo so che l’effetto è spesso amatoriale e poco musicale, ma proprio questo è il senso di questo articolo: buttare giù il pregiudizio verso gli automatismi, abbattere i preconcetti verso le povere macchine che si fanno in quattro per aiutarci… e noi sempre a disprezzare!

Foto-1_Auto-arrangiamenti

Innanzitutto, le hanno usate anche compositori seri come Karlheinz Stockhausen. E poi il loop di per sé non ha mai ucciso nessuno, anzi è alla base di molta musica modale, in forma di pedale, tappeto sonoro, ritmo su cui ballare o andare in trance come un derviscio. Il problema dei loop audio armonici e melodici è che sono spesso in una sola tonalità, e trasporli li rende un po’ artificiali. Essendo noi chitarristi acustici un po’ fissati con la verosimiglianza, non possiamo accontentarci. E allora potremmo usare dei loop MIDI che usano dei suoni campionati, ma ecco che ritorniamo all’effetto pianobar anni ’90. Che fare?
O chiamiamo dei musicisti veri e andiamo a suonare sul palco del Primo Maggio, oppure studiamo tutti gli strumenti e suoniamo tutto noi traccia su traccia in studio, o ancora usiamo degli arrangiamenti automatici basati su loop audio di ultima generazione… Cosa intendo per ultima generazione? In pratica ogni loop audio è stato registrato in tutte le tonalità, accordo per accordo, nota per nota! Quando le librerie di suoni incominciano a essere di centinaia di megabyte o di gigabyte, allora siete quasi sicuramente di fronte a un arrangiatore automatico abbastanza recente. In pratica si tratta dell’evoluzione degli strumenti virtuali, o se volete, di più strumenti virtuali messi insieme.

L’idea venne già in mente alla Roland tanti anni fa con Quartet, un plugin che conteneva quattro strumenti, ma nessun loop; quindi andavano suonati via MIDI con una tastiera e registrati su un sequencer tipo Cubase. Poi nacquero i batteristi virtuali, i bassisti virtuali e i chitarristi virtuali, tutti con suoni e loop già registrati per ogni accordo e ogni singola nota a diverse velocity. Oggi infine ci sono delle app per iOS e Android, che basta inserire l’accordo e loro suonano nello stile prescelto. Addirittura, Music Memos per iPhone e iPad riconosce gli accordi che noi suoniamo sulla chitarra o sul piano!

Tutto ciò è bestiale, ma non illudiamoci che chiunque possa fare miracoli. Ci vuole gusto e bisogna togliere e aggiungere tracce per rendere il tutto personale. Ma è sicuramente un aiuto verso il nostro sogno di autosufficienza totale, altro che Max Gazzè!

Francesco Manfredi

Per ogni dubbio, proposta, commento, resto a disposizione su
www.francescomanfredi.net
oppure facebook.com/groups/acoustictellers

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