Enrico Negro – La memoria dell’acqua

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Solitunes Records
Enrico Negro - La Memoria dell'AcquaSi fa sempre più strada, ed è un bene, una ‘via classica’ al fingerstyle, un’ampia e variegata terra di mezzo tra il nylon e l’acciaio che accosta al rigore e all’espressività del primo la libertà stilistica e improvvisativa del secondo. ‘Pronubo’ di queste nozze, secondo quanto dice anche Andrea Carpi nella introduzione a questo CD, è senz’altro il compianto Sir John Renbourn, dei cui ultimi esiti a cavallo tra i due generi ho già detto, e più volte, gran bene su queste stesse pagine. Ora, a conferma di queste nuove frontiere, arriva il pregevole secondo lavoro solista del chitarrista e compositore Enrico Negro (info dettagliate su www.enriconegro.it), di solida base classica ma in continuo dialogo con esperienze profondamente radicate nei progetti musicali più disparati, dalla folktronica (Edaq Ensemble) al folk rock progressivo norditaliano (Ciapa Rusa, Tendachënt), all’esplorazione del repertorio originale per tre chitarre tra ’800 e ’900, con incursioni nel barocco e nel contemporaneo (Vivaldi Guitar Trio), al suono world delle Alpi (TradAlp), e ci fermiamo qui. Queste esperienze di cui si è letteralmente ‘impregnato’ (e questo ci fa intuire il senso del titolo La memoria dell’acqua) riemergono a distanza di dieci anni dal suo CD d’esordio Rosso rubino, e vanno a comporre uno sfavillante affresco, sempre affascinante anche se non sempre di facile ascolto, formato da composizioni originali, arrangiamenti ed elaborazioni di brani della tradizione popolare dell’arco alpino (con tanti saluti alla imperante pizzica, troppo spesso ultimamente considerata quale unico sinonimo di musica popolare del nostro Paese), incursioni nella polifonia monteverdiana, nell’opera di interessanti e poco conosciuti compositori piemontesi tra XIX e XX secolo e nella canzone d’autore italiana.

Negro compositore (“La memoria dell’acqua”, “Rubato/Methi”, “Il lungo inverno”, “Se il mare”, “Levantina 1-2”, “Vento di marzo”) si muove su registri prevalentemente duali, alternando atmosfere meditative a ritmici movimenti di danza spesso insidiosi, toni narrativi e accenti di intensa cantabilità. Negro elaboratore e arrangiatore della musica di tradizione popolare e d’autore (“Ma Maire/La Perugia”, “La fanciulla rapita/Monferrina di Cassine”, “Sestrina”, “Â cúmba”) non esita ad accentuare certi aspetti poliritmici e asimmetrici delle danze più veloci, prendendo sempre le distanze dal folklorico in favore dell’autentica adesione al vissuto profondo della melodia, con effetti di sorprendente filigrana tra originale e arrangiamento nella bella versione di “Â cúmba” di De André-Fossati.

Discorso a parte per la meritoria riproposta di due movimenti dell’ “Omaggio a Manuel de Falla” del compositore piemontese Carlo Mosso (stralunata atmosfera modale con profondo andamento accordale) e di un incredibile rag piemontese del compositore-mandolinista alessandrino Ermenegildo Carosio (in arte Oisorac e in Germania… Oisorak! …stupendo!), ricco di umorismo, senso ritmico e percussivo.
Discorso ancora più a parte e un po’ più critico per l’arrangiamento di “Chi vol che m’innamori” di Claudio Monteverdi, composizione tratta da quel monumento che è la Selva morale e spirituale, vetta del genio cremonese. Un approccio chitarristico prezioso e ricco di sfumature ritmiche, languide, evocative di chiaroscuri e ‘affetti’, ma una scelta che lascia un po’ perplessi, perché togliere a Monteverdi l’aspetto della modellatura plastica della musica sui versi e sul significato delle parole è togliere molto. Ciononostante l’esito musicale è di alta qualità.

Non possiamo chiudere senza citare i due strumenti che hanno dato rarefatto timbro e corpo all’ispirazione e all’opera di Negro: una chitarra acustica modello Diavoletto Grand Auditorium di Aldo Illotta e una chitarra classica modello Torres di Mario Grimaldi.
Da ascoltare e riascoltare.

Carlo De Nonno

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