Paolo Bonfanti ‘Back Home Alive’

0
180

28 febbraio, Casale Monferrato, Teatro Municipale
Bonfanti2(di Guido Festinese / foto di Roberto Costanzo) – Back Home Alive. Che di questi tempi non è impresa da poco, per chi ha l’uzzolo di mantenersi vivendo di rock, blues, canzone d’autore e senza fare all’anagrafe Luciano Ligabue o Vasco Rossi. Ammesso e non concesso che questi ultimi due sappiano fare rock, blues e canzone d’autore, appunto. A dispetto di tutta la vulgata corrente, e del fatto che un altro signore accreditato come ‘grande cantautore’, in passato facile deejay, abbia dichiarato che tuttora «Vasco è imbattibile». ‘Di nuovo a casa vivo’. Che in questo caso introdurrebbe un’ambiguità: perché Paolo ‘Bonfa’ Bonfanti, professione miglior chitarrista italiano rock blues o giù di lì, autore, di case ne ha due: quella di Genova Sampierdarena, l’altra Windy Town (citata testualmente in un vecchio disco della Big Fat Mama, peraltro) che contende a Chicago il primato di città assai aperta allo spirare di venticelli blues, e Casale Monferrato, dove il Nostro risiede in compagnia di una gatta assai corpulenta e di una moglie magrolina molto attiva, che ne sa indirizzare energie creative ed efficienza operativa. Un altro vecchio testo di ‘Bonfa’, questa volta in genovese, diceva, in traduzione più o meno libera: «Il tempo passa, e io sono continuamente in giro. Può darsi che mi fermi quando muoio»
Gli auguriamo di dover girare ancora moltissimo, a Bonfanti, ma intanto diamo conto di una gran bella fermata, ‘di nuovo a casa’, per l’appunto. Sabato 28 febbraio Bonfa e Claudia hanno fatto un piccolo miracolo: riempiendo a tappo il Teatro Municipale di Casale Monferrato e congegnando, assieme a quella gran gente che è la pattuglia che guida Labirinto, la libreria sede di Books & Blues – appuntamenti scelti e guidati artisticamente da Bonfanti –, la data cruciale per l’incisione del nuovo CD di Paolo. Back Home Alive. Con la gloriosa band (cuore e precisione, sembra poco?) che accompagna Bonfa con entusiasmo da tanto tempo: Roberto Bongianino alla fisarmonica, un gran ricamatore di finezze assortite in ogni genere musicale, ma che accanto al genovese sa sempre trovare il merletto blues giusto per commentare un verso o un accordo; Nicola Bruno al basso, precisissimo; Alessandro Pelle alla batteria, cui spettava come sempre l’improbo compito di dare il timing – perfetto – a tutti).
BonfantiPrima parte riservata all’incisione del live, seconda a loose wheel, a ruota libera per sciogliere la tensione della prova. E ospite il gran signore del blues made in Italy, il vecchio puma Fabio Treves all’armonica. Bonfanti e Treves si conoscono da una vita, e quando suonano assieme sembrano le due metà di uno specchio: quando si alza la temperatura emotiva dei ‘soli’ e il groove dei brani diventa implacabile, sanno agire in coppia a botta e risposta come i maestri d’Oltreoceano, quel sapere codificato, diremmo, in almeno un cinquantennio moderno di blues elettrico. Gran bella festa, dunque, e con un assai autoironico Bonfa, che sentenziava sulla prima volta nella vita ad avere qualcuno che gli portava le chitarre di ricambio sul palco, come le rockstar, e su altre faccende.
E via allora all’incisione del live, con brani scelti oculatamente da un po’ tutte le fasi di una carriera che comincia a farsi assai corposa. Ma senza dimenticare gli omaggi a chi ha scritto pagine memorabili in odore di rock blues: ad esempio il Signor Pete Townshend degli Who, la cui “The Seeker” ha avuto il difficile compito di aprire il set con i microfoni accesi. E poi brani come “Terror Time”, “Second World”, “Tryin’ to Keep The Whole Thing Rockin’” che intitolava anche un bel disco 1996, o l’amara risposta a Dylan sui tempi ‘che non sono cambiati affatto’ in “Times Ain’t Changed”, anno di grazia 2000, seconda volta che Bonfa cita direttamente il grande di Duluth in una sua canzone. Il chitarrista mancino è, notoriamente, un diesel di grossa cilindrata: parte sempre piano, un po’ sornione, poi sa come cavalcare l’agogica di un concerto che diventa progressivamente sempre più caldo. Specie quando smorza la tensione con qualche passaggio acustico, e la riaccende con la fiamma metallica della slide guitar che maneggia come pochi altri, nella Penisola. Bene ha fatto a citare anche un pezzo memorabile della gloriosa Big Fat Mama che fu, quella “Route One” che poi sarebbe la nostra Aurelia. Da lì è partita l’avventura.
Bonfanti3Secondo tempo tutto in discesa, sciolta l’ansia del live con picchi memorabili in “Slow Blues for Bruno” (un solo di Bonfa da incorniciare, che molto probabilmente finirà anch’esso nel disco dal vivo), “You Got to Lose” e una triade d’altre sorprese. La prima: una versione ‘trance’, acida e oscura di “Sinàn Capudàn Pascià” dal canzoniere mediterraneo di De André, che mostra quante frecce abbia ancora in faretra Bonfanti, come illuminazioni creative. Con un cuore centrale tutto lasciato ai tasti fatati di Bongianino, mentre Bonfanti distribuiva secche pennate ritmiche sulle corde tenute. La seconda: un omaggio ai grandi Grateful Dead, che quest’anno festeggiano i cinquant’anni di buone vibrazioni musicali tornando sul palco, anche se il posto vuoto di Jerry Garcia si noterà. Bonfanti ha scelto “Franklin’s Tower” (quella che tanti deadhead chiamano “Roll Away the Dew”, dal ritornello indelebile), il magnifico testo di Robert Hunter che i Dead appoggiarono in Blues for Allah su un gioco funk di sincopi, perfettamente riprodotto dal mancino genovese. Un attimo di pausa e parte una maestosa versione di “Long Time Gone”, tributo a CSN&Y e alla California libertaria che fu, incastonato un solo da lucciconi. Finita lì?

Bonfanti4No, si chiude con il rock’n’roll un concerto del Bonfa che si rispetti. Eccolo: “Mercury Blues”, con un Treves mercuriale.

Guido Festinese

PUBBLICATO

 

 


Chitarra Acustica, n.04/2015, pp. 16-17

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui