Quadri

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(Stefano di Matteo) – Nella mia nuova casa ci sono ancora pochi quadri. In salotto ho due cornici antiche gemelle, quelle di legno a foglia d’oro. Dentro una delle due c’è una stampa della mia amica Michela, che rappresenta Charles Darwin circondato da uccelli tropicali, uno scimpanzè e alcuni insetti, mentre guarda verso l’osservatore e con l’indice sulle labbra serrate fa cenno di fare silenzio: messaggio vagamente profetico quanto inopinato, ma che soffia costante ogni volta che ci passo davanti, come una brezza sulla nostra sensibilità in questo tempo che ci è dato da vivere. Nel manufatto ligneo che sta accanto, ho incastonato la copertina del disco America di John Fahey, di cui ho una bella versione numerata: copia duemilacinquecentocinquantaquattro di tremila.

E a proposito di veggenza, ogni volta che metto sul piatto Fahey lo ascolto come fosse un profeta. Ripensando alle interviste che ho letto e visto, quella serietà vegliarda che si avverte nel suo modo di suonare è mitigata da un viso buono e da quegli occhi con il canthus che punta verso l’alto, come ali di aquila spiegate. Insomma un’espressione che, se avessimo con lui un rapporto amicale e affettuoso, definiremmo da furbetto. Nelle sue parole sono poche e ben chiare le idee che stanno dietro la sua musica, come la convinzione che essa possa risultare melodicamente e armonicamente spoglia, se però è sostenuta da una convincente pronuncia ritmica. E poi una certa predilizione per i personaggi irregolari e dalle idee ribelli. Così, spiega di aver iniziato a fare musica strumentale perché era, secondo lui, un pessimo cantante.

La sua ribellione quindi sta nell’ostinazione di un’azione (potrebbe sembrare una tautologia, ma ostinazione significa proprio resistere) in controtendenza non per spirito di affermazione del sé umano e chitarristico, ma nella misura di un’espressione quasi spirituale e meditativa, che punti a un’espressione artistica vera e di sostanza. Non a caso racconta che quando suona va in uno stato di trance, per poi pescare direttamente nelle emozioni.

Il suo realizzarsi in una musica strumentale perché non sa cantare potrebbe apparire una questione di intestardimento, ma invece è la lapalissiana dimostrazione del mezzo che non vuole superare il fine, e che piuttosto si scava una strada, come l’incedere dell’acqua che alla fine troverà il suo mare (parafrasando una canzone di Nick Drake, altro grande personaggio dalla cifra stilistica assai personale e inconfondibile).

L’evoluzione di Fahey negli ultimi dischi, come in City of Refuge, ci dà la dimensione ancora più tangibile di un’eminenza del pensiero tutto fuorché retrogrado. E infatti Fahey racconta che non ama riascoltare le vecchie robe e guarda avanti, anzi – se vogliamo essere più attinenti alla sua filosofia – guarda dentro e osserva. Mira e rimira le trasformazioni e trova che suonare come ai tempi di America non serve a nulla, perché lì c’era un altro sé a parlare.

Bene, allora questo può darmi lo spunto per direzionarmi sulla linea del suo sguardo, soprattutto nel momento in cui la quotidianità ci sta interrogando e sembra che non abbiamo gli strumenti per trovare risposta. Ma se appunto, come dicevo, direzioniamo lo sguardo avanti e nello stesso tempo dentro di noi, troveremo già il germoglio per ricominciare, magari con un’altra forma, appunto altri mezzi, ma molto più solidi nella sostanza.

Voglio chiudere con le bellissime parole dello sciamano che abita le foreste dell’Amazzonia nella pellicola El abrazo de la serpiente. Un uomo bianco, occidentale, dopo un lungo percorso quasi dantesco, trova nello sciamano Karamakate un inaspettato Virgilio il quale a un certo punto gli insegnerà che: «Il mondo parla, io posso solo stare ad ascoltare. Ascolta la canzone dei tuoi avi. Questo è quello che cerchi. Ascolta per davvero. Non solo con le orecchie.»

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