Il silenzio e i suoni della natura

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(di Michela Favale) –Non siamo gli unici a far musica, c’è anche la natura che produce suono. La sentiamo potenziata ora che per strada non c’è nessuno, o quasi. Il fischio del vento assume un valore diverso, ne riscopriamo le note, e lo percepiamo in modo più forte. Il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie, intervallati purtroppo da qualche sirena di ambulanza, che subito ci riporta alla realtà. Vista la mancanza di esseri umani per le strade, gli animali stanno scendendo a valle, si sentono più liberi, anche nelle nostre città, dove di solito fanno solo rapide e sporadiche apparizioni. Un amico ha trovato sul balcone un pavone che cantava e mostrava le sue splendide piume sereno e indisturbato. Riscopriamo rumori che avevamo dimenticato, meno assordanti ma non per questo meno coinvolgenti e intensi. Non più lo stridere dei freni del tram o del treno sulle rotaie o il rombo delle macchine in attesa al semaforo, ma qualcosa di più vivo e umano, più simile a noi. Ci troviamo di fronte la musica della natura, che di solito ci stupisce solo in vacanza in montagna o in campagna, quando siamo tagliati fuori dal mondo e a stretto contatto con essa. In questo periodo di isolamento forzato, perfino la porta che cigola ci sembra degna di essere campionata. Forse perché fuori c’è un silenzio assordante, che perfora i timpani più di un muro di amplificatori. È vastissimo, ha tante sfumature e un senso di profondità assoluto. Per spiegarvi, è come quando in città capita un blackout e di colpo vediamo il cielo in modo diverso, il tutto ci arriva rafforzato e diretto: stelle luminosissime, come fari nella notte, diverse tinte di buio, la luna. Queste erano le luci per gli antichi, così come la natura era la loro musica. Si comprende così come mai tanti musicisti si siano ispirati agli animali per creare. Per esempio, il chitarrista elettrico Guthrie Govan ha scritto il brano “Fives” dopo aver ascoltato il canto degli uccelli, in un tempo di 5/4, in un parco di città. Il problema di fondo è che questo silenzio che stiamo vivendo e subendo è collegato al dramma quotidiano del virus e per questo ci spaventa. E allora intorno alle sei e alle otto di sera partono flashmob, con musica di vario tipo, a volte anche di dubbio gusto: io per esempio ho vicini discotecari, ma questa è un’altra storia. Non dimentichiamo nemmeno tutte le iniziative proposte da tanti cantanti e musicisti, le esibizioni in streaming dalle loro abitazioni, generi di conforto letteralmente regalati al pubblico in un momento di forte disagio e astinenza da concerti: Patti Smith interpreta un brano insieme alla figlia, Brian May insegna ai fan un suo assolo, e molto molto altro. Pensiamo poi all’universo dove regna il silenzio, all’importanza e alla creatività delle pause nella musica, fino ad arrivare proprio a quel suono del silenzio, “The Sound of Silence”, che cantavano Simon & Garfunkel. Oppure addirittura possiamo riflettere su quello che diceva John Cage: “La musica è in primo luogo nel mondo che ci circonda, in una macchina per scrivere, o nel battito del cuore, e soprattutto nei silenzi. Dovunque ci troviamo, quello che sentiamo è sempre rumore. Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina”. Ognuno ha una sua musica interna, possiamo essere un motivo blues, rock, o ancora un assolo di chitarra, tutti abbiamo la nostra colonna sonora esclusiva, quella che meglio ci definisce come persone. E potrebbe essere proprio il momento giusto per scoprirlo o per riscoprirla, per guardarsi dentro e dare un valore a questo silenzio assordante. Tutto questo grazie al virus che imperversa in questi tempi bui, e alla natura che suona per noi la sua primavera appena iniziata. D’altronde un lato positivo in mezzo a questa situazione drammatica va cercato, ci deve essere. Voglio crederci. Anzi, dobbiamo crederci.

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