Immersi nella leggenda

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Festival-Folk-Music-at-NewpQualche giorno fa, su un canale di una Pay TV, hanno trasmesso Festival: Folk Music at Newport 1963-1966, un film documentario sugli anni più significativi di questo importantissimo festival americano dedicato alla musica folk. Impropriamente il titolo non era quello originale, ma il programma veniva presentato come Notte Unplugged – Bob Dylan. Non so se attribuire questa imprecisione a una ‘ignoranza’ del programmista, o a un vile tentativo di sfruttare il nome del cantautore per rendere l’evento ancora più appetibile commercialmente.

Vero è che in quegli anni la figura di Dylan è stata preponderante nella storia del Festival, per il suo esordio (nel 1963), per la sua partecipazione in duo con Joan Baez (1964) e soprattutto per la tanto contestata prima esibizione ‘elettrificata’ (1965).
Il tutto però non si esaurisce in questi tre momenti ed io, pur essendo un fan ‘esagerato’ di Bob, non posso fare a meno di considerare fondamentali e memorabili almeno due altri eventi: Mississippi John Hurt che racconta e poi suona “Candy Man Blues”; e l’intervista a Son House che spiega, così come solo un vecchio bluesman potrebbe fare, che cos’è il blues.
Ve ne parlo perché seguendo con attenzione tutto il film (vi confesso che non l’avevo mai visto per intero, ma ne avevo scovato solo qualche spezzone su YouTube) mi sono lasciato prendere dall’emozione. Credo che l’intervista a Mike Bloomfield sia una di quelle cose che ogni chitarrista dovrebbe aver ascoltato almeno una volta nella sua vita. Poi Peter, Paul and Mary che cantano “Blowin’ in the Wind”; Joan Baez con “Farewell, Angelina”; Brownie McGhee e Sonny Terry, Fred McDowell, Pete Seeger, Odetta e… la lista è infinita. Si rimane incollati al video seguendo parola per parola (fortunatamente con i sottotitoli) le interviste, i commenti del pubblico, i racconti e le storie dei vari musicisti.

Joan Baez e Bob Dylan
Joan Baez e Bob Dylan

Permettetemi di far emergere solo per un attimo la mia dylanmania, citando la storica presentazione di Ronnie Gilbert dei Weavers, che annuncia il debutto di Bob al festival: «Mi dicono che ogni periodo, ogni epoca ha i suoi eroi, ogni bisogno ha una soluzione e una risposta. Alcune persone, la stampa, i giornali, a volte pensano che gli eroi che i giovani scelgono siano dei pionieri; io penso che nascano da un bisogno. Questo giovane uomo è nato da un bisogno. È venuto qui, è diventato quello che è perché c’erano cose che andavano dette e i giovani erano quelli che volevano dirle, e le volevano dire a modo loro. E lui aveva orecchio per la sua generazione. Lui ha stabilito un’andatura per molti e ora sta continuando allo stesso modo, e molti altri lo seguono. Non devo dirvelo, lo conoscete, è il vostro: Bob Dylan».
È un messaggio di speranza, di forza, di energia che, in un momento di sbandamento come quello attuale della nostra civiltà, mi fa capire come servano i simboli, come in certi momenti della nostra storia serva riferirsi a personaggi carismatici, che disegnino un futuro interpretando e dicendo le cose che ‘vanno dette’. La nostra epoca invece ci ha abituato a ‘fiumi di parole’ che coprono il vuoto dei contenuti. Parole che ci portano a preferire il ‘meno peggio’ invece del ‘meglio’. Perché il meglio non esiste più.

Ritorniamo al nostro festival e alle curiosità prettamente chitarristiche. Dopo quella bella introduzione, Dylan suona “All I Really Want To Do”. Mette il capotasto al quinto tasto, si accorda e inizia il suo brano suonando un accordo di Do (utilizzando la posizione di Sol, visto il capo al V) . Durante le riprese, tra le varie angolature, ce n’è una verso la fine del brano che riprende il manico della chitarra in primo piano, inquadrando Dylan mentre prende un Sol in prima posizione senza capotasto. Misteri della ripresa! In realtà, se si osserva la mano destra, si vede che Bob tiene un ritmo completamente diverso dalla canzone che si sta ascoltando, per cui è evidente un errore di montaggio e quella inquadratura si riferisce a un altro brano.

Si avvicina l’estate e come sempre si spera, che un po’ di spensieratezza inizi a farsi strada nell’incertezza del nostro quotidiano. Spendere due ore del nostro tempo per osservare un documento del genere può essere un buon esercizio per allontanare la nostra mente dai ‘pensieri’ dell’oggi e regalarci qualche momento di serenità.
Un’ultima cosa. Alla simpatica Cousin Emmy classe 1903 (penso che sia lei) chiedono cosa ne pensasse di questa nuova moderna musica pop, evidentemente aspettandosi una risposta che evidenziasse forte ‘disapprovazione’ da parte della regina del folk. Lei invece, sorridente, regala una risposta che non ti saresti mai aspettato da un’anziana signora: «Quello che adesso chiamiamo ‘folk’, due o trecento anni fa era musica ‘pop’. Capisci, si cambia».

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 06/2014, p. 5