Se piove ci bagniamo

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(di Reno Brandoni) – Se esistesse una fiera dell’ovvio, questo potrebbe essere lo slogan giusto: «Se piove ci bagniamo». Quale altra sentenza potrebbe risultare più ovvia di questa! È naturale che se piove ci si bagna. È semplicemente una conseguenza del fenomeno atmosferico. Eppure, nel tempo, l’uomo ha imparato a mettere, a proprio beneficio, l’ovvio in dubbio. Prima riparandosi sotto gli alberi, poi dentro una caverna, successivamente inventando l’ombrello e infine l’impermeabile, arricchendo le città più piovose di portici e realizzando grandi gallerie e centri commerciali, dove è possibile muoversi e vivere fregandosene delle condizioni meteo esterne. Potreste ancora dire: «È ‘ovvio’ che se piove ci si bagna?» Forse no: bagnarsi in caso di pioggia non è più così ‘ovvio’, anzi può accadere solo in caso di distrazione. Quindi sarebbe più corretto affermare che se piove non ci bagniamo…

Ecco allora perché non organizzano una fiera dedicata all’ovvio: perché ormai più nulla è consueto, e quello che davamo per scontato potrebbe risultare incerto e condizionato da mille altri fattori.

Questa regola  è applicabile a ogni cosa?  Presuppongo di sì: non mi viene in mente nulla di ‘ovvio’ da difendere se non qualche reminiscenza giovanile del Bhagavad Gītā, dove si affermava – se ricordo bene – che le uniche cose certe (‘ovvie’) della vita sono la nascita per chi muore e la morte per chi nasce. Tutto il resto? Imponderabile!

Perché tutto questo discorso? Forse per smontare ulteriormente le vostre certezze? Probabilmente sì. Lo sbandamento totale, in cui ci troviamo a causa del virus, frammenta e rende incomprensibile e incerta ogni nostra sicurezza.

Noi che crediamo nella musica, nella gioia dell’esibizione e dell’intrattenimento, abbiamo capito che arte e cultura non sono più la base dello sviluppo di una civiltà, ma sono accessori che possono essere trascurati, ignorati o addirittura cancellati. In un mio libro di un anno fa, Filastrocche per sentirsi grandi, parlavo della fine della musica a causa dell’indifferenza. Era più importante evitare che il nostro smartphone potesse subire una qualsiasi limitazione, piuttosto che accedere a della musica cosiddetta ‘sbagliata’, cioè non supportata o sponsorizzata dalle major. Così, invece di lottare per riprenderci l’arte la facevamo morire, dimenticandola e ignorandola per sempre.

Oggi, in pieno boom COVID, si discute sul numero degli spettatori ammessi a una partita di calcio, perché un pallone che rotola è ben più importante di una chitarra che suona. Così il nostro lavoro di musicisti svanisce, scivola nel dimenticatoio, nella stanza delle cose inutili, nel cassetto dei calzini spaiati, nella pasta al forno della domenica, improvvisata con le rimanenze della sera prima, nel singhiozzo inaspettato calmato da un bicchiere d’acqua o dal respiro trattenuto il più a lungo possibile… Ecco come viene considerata la nostra musica: un accessorio inutile che non merita né un tempo né un luogo.

Sembra un discorso catastrofico ed eccessivo. Probabilmente lo è. Ma da questa parte del confine non vedo speranze, non vedo opportunità che non siano legate alla benevolenza e alla generosità di chi si sforza ancora di crederci. Tranne pochi casi felici, e molto ben poco remunerati, percepisco il silenzio e l’indifferenza. E inizio ad aver paura.

Allora aspetto le prime piogge per ritornare bambino e poter correre all’aperto, con le scarpe nuove a calpestare pozzanghere, per riportare l’ovvio al suo stato naturale. Tanto, purtroppo, non c’è più la mamma che mi aspetta a casa per sgridarmi.

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni
Chitarra Acustica, ottobre 2020

 

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