Tim Sparks – Chasin’ The Boogie

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SPARKS_Chasin'-The-Boogie_coverQuando alcuni mesi fa Joni Mitchell è stata ricoverata, il primo impulso è stato quello di correre, commosso, a riascoltare una sua vecchia, vecchissima canzone che adoro, “Both Sides Now”. Non riesco a togliermela dalla testa e per me quella è la versione definitiva, così come la ‘seconda versione definitiva’ è sempre di Joni (con l’orchestra e la voce qualche ottava più giù, negli anni ’90). Sarà snobismo, ma ogni volta che ascolto una sua reinterpretazione da parti di altri – con poche eccezioni – mi sembra quasi un sacrilegio. È per questo che ascoltare la versione di Sparks in questo disco mi ha dato all’inizio, confesso, un po’ di nervosismo, quasi pensando: come si permette di suonarla così? Cadiamo spesso in queste piccinerie, ma poi ho riflettuto: questi capolavori appartengono a tutti, non solo a me, e Tim Sparks ne sa – di musica e chitarra – qualcosa più di me; e fior di musicisti di ogni genere, dal folk al jazz e tutto in mezzo (da Davey Graham con la sua apertura orientale in giù), ha reinterpretato questo brano: chi sono io per giudicare, insomma? E Joni stessa, a un bel punto, passò dalla musica acustica e quasi nuda degli esordi alla jazz fusion ecc. Ergo, ha ragione e fa bene Tim Sparks a voler jazzare (aggiungendo l’impressionismo di Lenny Breau, come dice) questo brano, e ho torto io a non apprezzarlo subito e a rizzare i capelli per la citazione che fa di “As Time Goes By” alla fine. D’altronde, qual è lo spirito del folk e del jazz se non quello della tradizione progressiva? Detto questo, il resto dell’album cattura subito: fantastica è “Carolina Blue Guitar” con le armonie semplici e sicure, i passaggi e le scalette blues conclusive; splendida è “Chasin’ the Boogie”, cantabile blues ‘falso semplice’, coi bei bassi cui Sparks ‘risponde’ come avesse i fiati al posto delle corde (anche se la sua ispirazione qui è pianistica), coi bending sui double stops e la bella chiusura di sipario; bella “I’ll Fly Away”, sobria e dall’atmosfera alla “Georgia on My Mind”: armonie da ballad jazz, fraseggi blues, momento melodico quasi da traditional/country. Il blues scorre lungo tutto il disco: nella rilettura di “Blackbird” (in Re anzichè in Sol) chiusa sugli armonici; in “Reckless Percussion”; in “The Mississipi Blues” (che sentii suonare per primo da Duck Baker) col basso sui quarti, terzine e double stops, rolls, ostinati al cantino e punteggiature; in “Blues La La”, dove omaggia Snooks Eaglin, Warner Williams, e Ray Charles nella frase d’apertura; perfino nella chiusura di “Wayfaring Stranger”. Sparks è – non lo devo certo dire io – un fenomeno, e riesce a mettere insieme originali e disparate riletture (anche la storica “Mr Bojangles”, una saltellante “What a Friend We Have in Jesus”, splendida, e “Blue Bayou” di Roy Orbison) senza abbandonarsi a esibizionismi (e dire che dispensa virtuosismi a piene mani). Belle e istruttive le note di copertina con le indicazioni sulle influenze raccolte e l’evoluzione dei brani suonati. Diciamolo senza vergogna, un po’ di sana e ‘ammirata’ invidia all’ascolto è d’obbligo.

Sergio Staffieri

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