Una sottile linea rossa

0
85

John-RenbournDatemi un righello che voglio disegnare una linea. Sottile e a matita, in modo che si possa facilmente cancellare lasciando il foglio bianco, così come l’ho trovato.
Vi chiederete: perché disegnare una linea per poi cancellarla? Perché poi cercare di renderla invisibile? Non lo so, non sempre ogni cosa deve avere un senso. Potremmo disegnare un segno per poi farlo sparire, senza nessuna particolare ragione.
Cosa trasformerebbe quel segno in qualcosa di indelebile? Probabilmente la natura del segno stesso: invece che la matita, una penna! Ma attenzione alla stilografica, il cui inchiostro può facilmente essere corretto. Per renderla ben visibile, dovremmo usare un pennarello indelebile, punta grossa e rosso. Non vi è dubbio che la linea risulterà ben visibile e, sicuramente, tracce del suo colore vi rimarranno tra le dita.
La matita invece, passata leggera, può facilmente sparire e non lasciare traccia del suo tratto.
Dipende da quanto volete che la vostra linea sia visibile e permanente, quanto del suo segno rimanga anche a marchiare le vostre dita.

Sforzandovi di trovare la misura corretta del vostro passaggio terreno, dimenticherete che siete concentrati solamente su una semplice linea. Probabilmente molti di voi staranno già elaborando sistemi per renderla sempre più visibile, magari pubblicandola su una pagina Facebook creata allo scopo. Purtroppo ciò avviene quotidianamente: concentrarsi per rendere le nostre inutili linee visibili e perenni, anche dopo il nostro ‘transito’. È l’arte dell’apparire, che dimentica il senso e l’importanza del contenuto.
Questo esempio può essere accoppiato a ogni cosa: la vita come la musica, la scrittura, l’inutilità di certe prolungate noiose discussioni. Pareri e rumori travestiti da dialogo e informazione.

Quando ero ragazzo, amavo suonare davanti allo specchio e mi guardavo sognando di essere una rockstar, un chitarrista famoso. Mi muovevo arrogante e vanitoso, senza ascoltarmi, ma solo osservandomi. Bastavano i gesti, ma all’epoca tutto ciò iniziava e finiva nella stanza dei miei genitori, l’unica ad avere lo specchio grande. Oggi quei gesti diventano facilmente e inutilmente pubblici, grazie a YouTube.
Per uscire da quella stanza e salire su un palco, ho dovuto suonare e studiare, dodici, quattordici ore al giorno, dimenticando la musica e cercando solo la tecnica e lo stupore dell’ascoltatore. Poi, un giorno mentre eravamo in macchina, John Renbourn mi chiese se volevo fare il dattilografo. Suonare così tanto non aveva senso, bisognava cercare la musica e la bellezza delle note, l’ispirazione. Allora ho iniziato a scrivere.

Nonostante questo percorso, non riesco a posare la matita per prendere la penna. La mia linea rimane sottile e invisibile, e basta un colpo di gomma per farla sparire. Continuo a cercare di trasformarla, anche solo in una semplice vocale, ma non ci riesco. Mi manca un po’ di self confidence e quella vanità da ragazzino, lasciata nella stanza dei miei genitori. Guardandomi intorno non posso ignorare, invece, la ‘strabordanza’ di certe esternazioni che raccontano di nulla. Solo respiri violenti che sembrano fare la storia, invece si spengono proprio come i rumori molesti.

Ora che guardo solo i giorni futuri, perché faccio più fatica a contare quelli passati, forse mi sono convinto che, dopo tanto, mi merito almeno di posare la matita e di afferrare una penna colorata. Solo per disegnare sul mio foglio una semplice linea rossa.

Reno Brandoni

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui