Uno scambio di radici con Pat Bianchi e Carmen Intorre – Intervista ad Alessandro Florio

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(di Domenico Lobuono) – Intervistare un musicista come Alessandro Florio è un grande piacere per parecchi motivi. Innanzitutto Alessandro è un giovane chitarrista italiano che ha deciso sin da subito di dedicarsi al jazz, scelta non comune. In secondo luogo ha studiato in Italia, alla Civica Scuola di Musica di Milano, dove ancora oggi insegnano artisti che sono veri pezzi di storia del jazz italiano. Inoltre Florio, pur essendo sicuramente un chitarrista moderno, ha mantenuto il collegamento con la grande tradizione jazzistica: lo dimostra il fatto, ad esempio, che il suo ultimo disco Roots Interchange è in formazione organ trio, con due musicisti americani molto noti e apprezzati, Pat Bianchi all’organo Hammond e Carmen Intorre alla batteria. Il fraseggio di Alessandro Florio è fluido, ma non scade mai nella inutile torrenzialità di certi suoi colleghi moderni. Non a caso, tra i suoi chitarristi di riferimento, ci sono artisti come Peter Bernstein.

Alessandro Florio - foto di Sara Palma
Alessandro Florio – foto di Sara Palma

Ciao Alessandro, grazie per la disponibilità, ci puoi raccontare come ti sei avvicinato alla musica e in che momento della tua vita hai deciso di farne il tuo lavoro?
Mi sono avvicinato praticamente per caso, attorno agli undici anni. C’era una chitarra malandata in casa, con tre corde, era un gioco e un passatempo. Finché un giorno andai da solo a vedere B.B. King, quando avevo intorno ai quattordici-quindici anni. Ricordo che tornavo a casa… e sotto shock promisi a me stesso di farne il mio lavoro!

Quindi il tuo primo approccio alla musica è stato il blues?
Sì, il blues. Poi, visto che sono originario di Amalfi e che – quand’ero ragazzino – tutti i miei coetanei volevano cantare canzoni di Pino Daniele sulle scale del Duomo o sulla spiaggia, servivo io alla chitarra. Però mi accorsi che non riuscivo a improvvisare e a capire bene gli accordi delle canzoni… Finché qualcuno non mi ha suggerito di avvicinarmi al jazz per capire meglio quel tipo di armonia. E non ne sono più uscito…

Pino Daniele è stato per molti un autore che ha fatto da tramite verso il jazz. Hai avuto modo di conoscerlo?
No, purtroppo… Eppure ero quasi convinto di poterne avere l’occasione.

Il tuo percorso didattico qual è stato? Molti hanno cominciato andando a lezione di chitarra classica e poi sono passati all’elettrica: è stato così anche per te?
No. Dopo essermi incuriosito al jazz, sono andato a Milano con la stessa chitarra con cui suonavo Pino ad Amalfi e ho dato l’esame di ingresso ai Civici Corsi di Jazz della Civica Scuola di Musica, portando tra l’altro un pezzo di Daniele. E non so come ma mi presero e fu subito jazz, quindi subito chitarra semiacustica.

La Civica Scuola di Musica ‘Claudio Abbado’ è una scuola prestigiosa, con artisti che rappresentano la storia del jazz italiano. L’anno scorso, per questa rivista, abbiamo intervistato Franco Cerri ed è venuto fuori un affresco della musica e della società italiana del secondo dopoguerra. Quanto ti ha arricchito, anche umanamente, avere vicino artisti di questo calibro?
Un sacco. Soprattutto Franco: persona speciale! E poi… ha suonato con Django, Ella Fitzgerald, Chet Baker, Dizzy Gillespie… Ha imparato il jazz sul campo e lo insegna in quel modo. Nelle sue mani è una musica viva e non accademica, pur insegnando in una scuola.

Quando sei entrato alla Civica, avevi già degli artisti jazz di riferimento?
Mah, ero molto immaturo musicalmente e jazzisticamente… I primi dischi che ho comprato sono stati Blue Monk [1954] di Thelonious Monk e Miles Smiles [1967] del Miles Davis Quintet; e qualche raccolta. Non amavo il jazz come lo avrei amato qualche anno più tardi, ero solo molto incuriosito.

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E tra i chitarristi jazz avevi qualche modello di riferimento?
Mmh, conoscevo Metheny, per la sua collaborazione con Daniele. E avevo una raccolta che annoverava George Benson e Mark Whitfield, che poi ho incontrato tanti anni dopo…

Ho visto infatti dalla tua biografia che hai avuto modo di incontrare Mark Whitfield, artista che appartiene alla scuola di George Benson e quindi inevitabilmente a quella di Wes Montgomery. Vuoi parlarci della tua esperienza con gli artisti americani che hai avuto l’opportunità di conoscere?
C’è da dire che appena mi sono addentrato nello studio del jazz ho avuto come modelli: Jim Hall, Wes Montgomery, Kenny Burrell, Pat Martino, Jimmy Raney… In seguito ho avuto modo di incontrare, stringendo amicizia e andando da loro a lezione, Freddie Bryant, Mark Whitfield, Peter Bernstein e Ed Cherry.

Pat Bianchi
Pat Bianchi

Li hai contattati specificamente per delle lezioni?
Sì, sono andato a New York a completare i miei studi per un master e con alcuni di loro, oltre che andarci a lezione, ho anche suonato e stretto rapporti, specialmente con Bryant con cui suoniamo spesso. Avevo un budget messo a mia disposizione dal Prince Claus Conservatoire di Groninga in Olanda e destinato alla scelta di insegnanti, quali che fossero i miei prescelti.

Poi è arrivata la prima incisione, come è nato il progetto?
La prima incisione è stata Taneda [2014] con il contrabbassista Mattia Magatelli, con cui abbiamo una sincera amicizia da anni. Ci siamo trovati per anni a studiare tutti i giorni insieme, fin quando non è giunto il momento di incidere. Anche lì, sovvenzionato e sollecitato dal conservatorio di Groninga, per il quale dovevo testimoniare con un CD i miei studi su Thelonious Monk.

Monk è un musicista a cui ti sei particolarmente dedicato anche con le tue incisioni.
È vero. È stata un’ispirazione ‘a pelle’, ma anche razionale: mi interessava il modo in cui con poche note riusciva a sintetizzare un accordo, pur essendo egli un pianista e avendo tutte le note a disposizione. Per un chitarrista, infatti, serve molto il saper sintetizzare. Senza parlare del suo incredibile senso del tempo e degli spazi.

Lo stesso Peter Bernstein ha dedicato un intero album a Monk [Monk, 2009].
E infatti il suo album è stata un’enorme ispirazione. Così come aver studiato con lui i brani di Monk. E averli studiati anche con Bryant, a sua volta grande conoscitore di Monk.

Anche nel tuo ultimo album c’è un omaggio a questo grande artista?
Nel mio disco, pur essendoci due brani di Monk, la vera ispirazione è un brano esplicitamente ispirato da lui, ma scritto da me: “Ring Shout”.

A questo punto parlaci di questo tuo ultimo lavoro in organ trio, dove sei affiancato da musicisti di notevole livello.
Con Pat Bianchi e Carmen Intorre ci siamo incontrati per caso a una jam a New York. Loro costituiscono tra l’altro anche la ritmica fissa del trio di Pat Martino. Sono italoamericani e il titolo stesso dell’album, Roots Interchange, spiega un po’ il tutto: si tratta di uno ‘scambio di radici’, dove io grazie a loro cerco di capire l’essenza dello swing americano, mentre per loro è un vero ritorno alle origini italiane, a cui sono molto legati.

Si tratta di artisti di livello assoluto, chi ha prodotto il CD?
Sì, assolutamente. E anche lì c’è lo zampino del conservatorio di Groninga: ho registrato la prima parte del CD nel periodo in cui loro mi sovvenzionavano gli studi; la seconda metà ho deciso dì ‘produrla’ io stesso con un po’ di fatica, ma lo sforzo alla fine è stato ripagante.

Oltre al CD, si tratta di un progetto che porti in giro dal vivo?
Certo. Il mio primo scopo è quello di crescere e poter suonare con chi il jazz lo mastica per cultura; e faccio il possibile per suonare il più possibile: abbiamo già fatto quattro tour in Italia negli ultimi due anni.

Questo è molto positivo, l’aspetto live della musica jazz è il più importante. Come ti trovi a suonare con la formazione ogan trio? È una formazione classica per un chitarrista, ma con dei precedenti illustri con cui doversi confrontare: gli stessi Pat Bianchi e Carmen Intorre, come dicevi, hanno suonato con Pat Martino, un pezzo di storia del jazz.
È fantastico. Quando suoni con una ritmica così rodata, da una parte sei avvantaggiato, ma dall’altra – appena fai una nota fuori posto – te ne accorgi subito! Certamente, suonare in organ trio è ben diverso rispetto a suonare con un contrabbassista, come nel mio duo Magatelli: ti forza a trovare un’altra direzione, soprattutto per i brani di Monk, che è un pianista molto particolare.

alessandroflorio_10x15_300dpi_color_img_2179Mi viene spontaneo chiederti, a questo punto, quanto hai lavorato sull’aspetto tecnico della chitarra e quanto continui a esercitarti.
Tanto. Tuttora mi esercito il più possibile, è un fatto imprescindibile. Non mi sento bene se non studio, davvero non si finisce mai. Impari a capire che l’unico trucco per migliorare è solo amare quello che fai, anche nella vita alla fine è così.

Hai una routine di esercizi che segui ogni giorno o lavori concentrandoti di volta in volta su aspetti particolari dello strumento?
Quando sono in tour e non ho tanto tempo, cerco di focalizzarmi su aspetti prettamente tecnici, tra l’altro con esercizi che ho imparato da Paul Bollenback, un altro grande con cui ho studiato molto e che mi sono dimenticato di menzionare prima. Quando invece ho più tempo, mi focalizzo su tanti aspetti: su tutti il timing, lo swing, il ritmo, che considero gli aspetti più importanti per il feeling e per il jazz in generale.

E per l’aspetto compositivo come procedi? Aspetti che arrivi l’ispirazione o ti siedi a tavolino?
Molte volte è pura ispirazione, altre volte sono studi; che una volta metabolizzati diventano brani. Sempre prediligendo la musicalità però!

Passiamo adesso a parlare della tua strumentazione. Non ho potuto fare a meno di notare che suoni una archtop Moffa: si tratta di strumenti molto pregiati e ricercati, se non sbaglio anche Kurt Rosenwinkel ne ha presa una recentemente…
Sì, mi interessava avere uno strumento di valore, che però mantenesse l’identità italiana, vista la nostra esperienza storica nella liuteria. Dopo tanti anni all’estero apprezzi di più da dove vieni. E la Moffa è una chitarra incredibile, molto bilanciata, già acustica è meravigliosa.

E che amplificatore usi?
Ora un Mambo, un piccolo ampli di manifattura inglese. È maneggevole ma potente, ideale per viaggi e molto fedele al suono acustico.

Bene, a questo punto ti chiedo se vuoi lasciare un contatto o indicare un tuo sito web, per i nostri lettori che vogliano contattarti per sapere di più su di te.
Certo, il mio sito web è www.alessandroflorio.com.

Perfetto, Alessandro, ti ringrazio per la disponibilità. A presto e in bocca al lupo!
Grazie a te!

Domenico Lobuono

 

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