domenica, 23 Gennaio , 2022

Wandrè: L’artista liutaio per John Lennon a Piombino

Wandrè

L’artista liutaio per John Lennon a Piombino

di Irene Sparacello

Tra tutti i marchi di chitarre eccentriche che emersero durante la mania degli anni ’60 a livello mondiale, il marchio Wandrè occupa un posto a parte. Non per ultimo, per quanto ci riguarda, proprio perché si tratta di un marchio italiano, dal genio incredibilmente poco conosciuto nel nostro paese di Antonio Vandrè Pioli. Da Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, le chitarre Wandrè erano in anticipo sui tempi per diversi aspetti: sono state tra le prime chitarre ad avere manici in alluminio – anticipando Travis Bean di oltre un decennio e producendo comunque un suono diverso – e in genere raffiguravano parti del corpo umano, intarsi altamente stilizzati, verniciature vivaci e altre finiture di design che non si vedevano da nessun’altra parte. Non si vedevano allora, non se ne vedono oggi. In tutto il mondo. Le più bizzarre, le più pionieristiche, le più lontane dai canoni classici, da suscitare un senso di vertigine al collezionista più incallito, a quell’esperto di liuteria che credeva di saperla lunga… fino a che non si è trovato sotto agli occhi un trafiletto su un giornale locale, dove si vendeva una Wandrè.

Di queste ‘sculture sonore’ pop, ogni creazione rappresenta un approccio artistico unico. Pioli ha chiaramente pensato a queste chitarre come creature dotate di personalità e lontane galassie dai modelli mainstream come le Gibson e le Fender. Benché si possano paragonare oggi alle Luthiers, Teuffel, Pagelli, Spalt, le chitarre Wandrè portano una visione. Per catturare questa visione, è necessario sapere che, per quanto rappresentative, importantissime e frutto della creatività di almeno un decennio della vita di Pioli, esse erano uno dei tanti progetti e delle epiche imprese di quest’uomo, possiamo dire, alquanto misterioso. Fino a che un medico modenese –l’esperto di liuteria citato ad esempio sopra – non incappò in quel trafiletto, comprò un modello B.B., che scoprì essere il modello dedicato a Brigitte Bardot, e volle saperne di più sull’autore: riuscì a conoscerlo, a intervistarlo sul finire dei suoi giorni e a pubblicarne una biografia (Wandrè. L’artista della chitarra elettrica, 2014) dopo un minuzioso lavoro durato dodici anni di ricerca e dedizione. E di stima infinita. Marco Ballestri, questo è il suo nome, ha il merito di aver raccolto ogni articolo esistente sulla Nuova Gazzetta di Reggio dal 1958 al 1968, oltre 200 ore di interviste, filmati storici e migliaia di fotografie. «A parte quello reperito negli archivi pubblici e privati italiani, non esiste continente dal quale non abbia ricevuto materiale; ho rotto le scatole persino alla Camera di Commercio di Parigi!» ha dichiarato in una recente intervista.

Naturale chiedersi come mai tanto mistero. Le chitarre Wandrè sono rare rispetto ad altri marchi, perché la produzione era ridottissima rispetto ai brand più famosi. E questo faceva sì che anche il loro prezzo fosse abbastanza elevato. Le prime Scarabeo costavano 338.000 lire. Sono strumenti dotati di dispositivi particolari, come il ponte a corde sospese creato nel 1963, che richiede a chi li suona di modificare appena l’impostazione della mano destra. Sono però in generale chitarre largamente tra le più leggere, con una action che non ha eguali. Come scultore, Pioli fabbricava le sue chitarre utilizzando una ‘copertura’ in bachelite e fasce in legno.

Ballestri non ha dubbi nel considerare Wandrè come il padre della chitarra elettrica italiana, dal momento che nel 1957 – quando iniziò il suo lavoro di liutaio – le uniche chitarre ‘elettriche’ in commercio in tutta Europa erano strumenti acustici, o semi-acustici jazz, collegati con un microfono a un amplificatore.

A partire dal 1959 Wandrè trasferisce la sua produzione a Cavriago e collabora con l’esperto di elettronica Athos Davoli. L’azienda di Davoli all’epoca faceva parte di un gruppo noto come Radio Elettromeccanica Krundaal, con sede a Parma. I due lavorarono assieme allo sviluppo dell’elettronica, dotandola di un suono distintivo grazie ai loro manici in alluminio e pickup montati sul battipenna da Athos Davoli. L’impronta della copertina del pickup Davoli era spesso l’unica identificazione trovata sulle chitarre Wandrè, contribuendo alla disinformazione che si trattasse di chitarre Davoli.

Wandrè fece uso sperimentale di materiali come la formica e appunto l’alluminio, e di tecniche di verniciatura innovative, uno stacco cromatico shock rispetto ai marchi classici. Secondo Electric Guitars: The Illustrated Encyclopedia (Teja Gerken et al., 2018, p. 302) le Wandrè sono «tra le più eccentriche chitarre europee di qualsiasi periodo della storia della chitarra». Quella che è la loro vera visione, anzi rivoluzione, è che non furono ideate come un attrezzo di lavoro, ma come una vera e propria protesi del chitarrista, trasformando così il rapporto tra il musicista e il suo strumento in maniera radicale. Azzardando, possiamo dire in maniera biologica. Fino ad influenzare il look dello stesso musicista e perfino a provocare una maggiore o comunque diversa spinta creativa. E questo nuovo rapporto è poi in grado di comunicare e suscitare un impatto emotivo con il pubblico, ad accompagnare quello palesemente scenico.

Ognuno di questi oggetti prende vita anche dal fatto che è nato come precisa nota autobiografica del suo creatore, con allusioni erotiche, riferimenti politici e sociali di un decennio alquanto movimentato.

Ognuna di queste chitarre è stata plasmata nella famosa ‘fabbrica rotonda’ di Cavriago, dove a ogni operaio veniva lasciata la libertà di lasciare un contributo personale all’opera. A tutti gli effetti la Round Factory di Wandrè anticipò di quattro anni la Factory di Andy Warhol. Anche se fa strano pensare che nel Reggiano si possa anticipare New York. Eppure.

A Wandrè fu dato del pazzo – in molte occasioni, a dire il vero, come spesso accade ai geni e ai precursori – quando utilizzò cemento precompresso per la copertura di un edificio per la prima volta al mondo. Bene, nove anni dopo, con quella tecnica ci fecero il Madison Square Garden, guarda un po’ sempre a New York.

Wandrè fu anche partigiano, e dopo la guerra si guadagnava da vivere supervisionando i progetti di muratura come capomastro. Era un appassionato di moto, che rimetteva a nuovo. Era visto spesso a cavallo di una delle sue moto per le campagne. Il suo interesse per le moto si rifletteva sia nel design che nella lavorazione del suo sistema di vibrato per chitarra. Un po’ come Paul Bigsby, anch’egli appassionato di moto, che negli Stati Uniti inventò la sua famosa versione del vibrato per chitarra realizzato utilizzando una molla da moto. Tuttavia, su alcuni dei vibrati di Wandrè, c’era un aggeggio triangolare o a forma di diamante attaccato al nucleo di alluminio e rivolto verso l’esterno, con una ‘W’ di metallo fuso che lo rendeva molto simile a uno stemma di moto.

Soleva tenere la porta di casa sempre aperta e lasciava che entrasse chiunque, perché voleva e riusciva a comunicare con tutti. Era una persona molto libera, che si finse demente negli ultimi giorni della sua vita perché, al contrario di quello che avveniva in gioventù, non si fidava più degli estranei. Fece un’eccezione per dottor Marco Ballestri quando questi lo andò a trovare in struttura, perché ne capì le buone intenzioni. Si definiva un ‘artista della vita’.

Le chitarre Wandrè sono famose all’estero, dove vantano dei collezionisti che arrivano a pagare ogni pezzo a peso d’oro. Tra i modelli più conosciuti c’è la Scarabeo ispirata al volto di John Lennon e posseduta dal figlio Sean, di cui Ballestri è diventato amico.

I più grandi hanno condiviso il palco con una Wandrè. Tra il 1959 e il 1960 Celentano usò una Rock Oval, probabilmente la più iconica tra i vari modelli, che fu pure la prima elettrica di Francesco Guccini. E la Rock Oval è presente nel cult movie di Bob Dylan Don’t Look Back del 1967, mentre si narra che il chitarrista di Nashville Buddy Miller acquistò la sua prima Wandrè da un banco dei pegni per 50 dollari.

Chi scrive ha realizzato per la prima volta l’esistenza delle Wandrè proprio con lui e la sua interpretazione dal vivo di “Deeper Well” di Emmylou Harris. E le ha potute ammirare lo scorso agosto a Piombino, in occasione di una meravigliosa serata dedicata a John Lennon (tutto torna anche qui) per la rassegna 20Eventi, in cui ognuno dei partecipanti ne ha felicemente imbracciata una, divertendosi molto. Inoltre, è stato possibile ammirare le chitarre Wandrè da vicino grazie a una mostra, una delle tante mostre itineranti organizzate dall’instancabile passione di Marco Ballestri al quale siamo tutti molto grati.

Piombino incontra Wandrè

 «Solo la musica è all’altezza del mare.» Sono le parole del vice sindaco rock nonché assessore alla cultura,Giuliano Parodi, che ha intrapreso un percorso di rinascita e promozione del territorio anche attraverso il festival 20Eventi. Un festival che ha luogo nello splendido scenario del porticciolo di Marina a picco sul mare, con le luci dell’isola d’Elba che ammiccano da non troppo lontano, come le stelle e la luna a creare un’atmosfera di rara bellezza, che non manca di sorprendere i tanti artisti che vi si esibiscono. Quest’anno si sono esibite icone come Francesco De Gregori, Stefano Bollani ed Eugenio Finardi, che ha condiviso il palco in un memorabile concerto con il cantautore ‘americano di frontiera’ Thom Chacon, già intervistato da Chitarra Acustica nel marzo scorso, e Tony Garnier, il contrabbassista di Bob Dylan, che ha suonato con l’Olimpo della musica e porta con sé il tesoro di mille preziosi aneddoti che si diverte a raccontare.

Wandrè for John Lennon Tribute è frutto di una promessa fatta da Parodi lo scorso 8 dicembre quando, nel momento di stasi e difficoltà che ben sappiamo, si organizzò un evento streaming dedicato a John in occasione di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno, nell’anno che segnava pure il triste quarantesimo anniversario dalla sua scomparsa. Si chiamarono a raccolta diversi artisti che risposero con entusiasmo. L’evento ebbe un successo talmente grande che l’assessore fece una promessa: una volta terminato il lockdown avrebbe riportato la musica dal vivo a Piombino alla grande, e riproposto l’omaggio a Lennon con quegli stessi artisti, ma questa volta – appunto – dal vivo. La promessa è stata mantenuta il 22 agosto.

Si apre a gonfie vele con “A Hard Days Night”, “Instant Karma!” e “Cold Turkey” interpretate dagli Smallable Ensemble, band torinese guidata dalla chitarra e dalla splendida voce di Alex ‘Kid’ Garriazzo, per l’occasione con una Wandrè Soloist 1964, con il bassista Michele Guaglio alle prese con un Wandrè Waid 1959. Testimoni più che meritevoli, vista l’uscita recentissima del loro album Smallable Ensemble – Plays John Lennon, più che ben riuscito omaggio che presto recensirò su queste pagine, e conduttori della serata assieme al talentuosissimo duo Slide Pistons, ovvero Luciano Macchia e Raffaele Kohler. Quest’ultimo trombettista d’eccezione con un cuore grande, che ha colpito persino Joan Baez per via dei suoi concerti da dietro le inferriate della sua finestra di casa a Milano in pieno lockdown, tutti i giorni alle 18.

Segue la giovanissima Roberta Finocchiaro, cantautrice e chitarrista catanese, la scorsa estate sul palco con Alex Britti sempre per 20Eventi. Roberta, che si è esibita con “All I Got to Do” e con “Jealous Guy”,  è prodotta da Simona Virlinzi che segue le orme del fratello, il compianto Francesco ‘Checco’ Virlinzi, uno dei più grandi produttori della scena rock italiana di sempre.

Joe Bastianich, uno dei personaggi più eclettici del nostro panorama televisivo: gli chiedono spesso quale sia il ruolo che preferisce, ma lo si vede non appena imbraccia la chitarra cosa preferisca questo ragazzo newyorkese, cresciuto con i Beatles come colonna sonora della vita, che – come dice – non sono facili da suonare e non sono per niente scontati. Joe divide il palco con La Terza Classe, gruppo di Napoli con il quale è tutt’ora impegnato in tour per tutta Italia, e ci propone “Across the Universe”, incantandoci con il mantra «Jai guru deva OM», per poi coccolarci con un classico pezzo bluegrass, “Will the Circle Be Unbroken”.

Edoardo ‘Edo’ Ferragamo, che alla moda ha preferito la musica e si è trasferito a New York, è stato – con la sua chitarra Wandrè Polyphon Reverbero 1964 e l’ampli Davoli Lied TD100 – la rivelazione della serata, eseguendo col suo amico Joe, tutti e due emozionatissimi, l’enigmatica “I’m Only Sleeping” nata dall’amore di John per il mondo dei sogni.

Bocephus King, il canadese fedelissimo al brand Wandrè, reduce da un travolgente tour in Turchia, travolgente come lui, ha condiviso con una Wandrè Doris 1965 e un ampli Davoli Lied TD160 “Watching the Wheels” e “Starting Over” due pezzi da Double Fantasy del 1980, quinto album di John & Yoko.

Filippo Graziani con “Dear Prudence”, “Yer Blues” e “How Do You Sleep?”, eseguite magistralmente con una Wandrè Polyphon 1964 e un ampli Davoli Lied TD160, ha il merito di infondere una dolcezza infinita e una commozione resa ancor più tangibile dal paesaggio, coronato dalla luce della luna piena nel cielo e sulle onde. Non appena intona “Lugano addio”, il pubblico non trattiene l’applauso e le lacrime: la voce di Filippo ricorda molto quella di Ivan e non poteva esserci omaggio migliore al padre, al quale vogliamo tutti sempre molto bene.

Francesco Baccini: John Lennon era un ribelle, un po’ a causa delle circostanze della vita, come la morte prematura della madre, e molto per indole, come mostrò già dai tempi di Revolution; Baccini è la nostra bocca della verità contro ogni forma di ipocrisia e censura, più volte da lui subìta, e in questo spirito ci suona“Come Together”, “Crippled Inside” e “Woman”, per concludere con la sua celeberrima “Le donne di Modena”.

 Gran finale tutti insieme – o meglio dire «All together now» – con “Imagine”, “Twist and Shout” e “All You Need is Love”. Innegabile, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore, che include la buona musica, gli amici e le promesse mantenute.

Grazie John Lennon!

Irene Sparacello

 

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