Se mi capitasse di conoscere e passare una serata con Luigi ‘Grechi’ De Gregori, dopo un po’ probabilmente inizierei a discuterci, come si fa con il classico zio di turno. E visto che Luigi Grechi è il fratello maggiore di uno dei ‘padri’ del cantautorato italiano, penso si possa considerarlo a ragione lo ‘zio’ di tutti quelli, o comunque tanti fra quelli che si ritrovano a cantare in Italia con una chitarra in mano. Ci discuterei perché, essendo cresciuto negli anni ’80, non li considero come lui un decennio perduto per la musica, e perché mi piacciono musiche e musicisti che – purtroppo – hanno messo fuori gioco certa musica e certi musicisti che pur mi piacciono, e insomma mi ritroverei come un ragazzino con le braghe corte a dire «ma no, però, e allora» di fronte a quest’omone dalla barba lunga e dalla testa, credo, dura. E lo farei con ancora maggior spirito di contraddizione perché è un alfiere di tanta della musica che amo, e anche perché è molto preciso con le parole e ci si ritrova sempre a discutere proprio con chi per tanti aspetti ci è simile. Luigi Grechi ha pubblicato una raccolta di 18 brani da tre suoi album (Pastore di nuvole, Ruggine, Angeli & Fantasmi) e per parlarne – visto che lui è molto preciso con le parole – devo stare attento a quel che dico: perché ogni volta che gli si dice country, giustamente puntualizza che il country è questo e quest’altro e mille cose, oggi, e la gente associa la parola ad altro ancora e lui in realtà… e sì, la sua è musica d’ispirazione americana, ma parla di altre cose e in effetti la sua ispirazione è anche molto inglese ed europea, e il folk… Ma userò queste parole sperando che lui non si offenda e che chi legge le interpreti in maniera quanto più inclusiva possibile. I brani hanno spesso arrangiamenti riconducibili alla musica americana, nello specifico country: c’è il flatpicking e la pedal steel e via dicendo, c’è quell’uso delle corde che riempie la canzone, ci sono quei ritmi e quei solismi e quelle successioni armoniche che associamo al rurale-‘moderno-rurale’ americano di frontiera e non, c’è il piglio elettrico e rock quanto basta, e la fisarmonica a riportarci da dove siamo partiti; perché Grechi ha ragione quando ricorda che la musica americana è la sua musica ideale proprio perché in realtà misto delle musiche del mondo, e il country è in effetti musica europea, ed è per questo che anche quando traduce Tom Russell ci sembra di stare a casa nostra in qualche piazza. Ed è qui la sua bravura; perché oltre a quanto detto ci sono le parole, che in fondo per lui sono la cosa credo più importante. Ed è qui che si ricollega al folk (inteso come musica tradizionale e repertorio di ballate) quando fa capire che per lui sono importanti le storie, il racconto del quotidiano; e lui è in fondo un vagabondo con la chitarra in mano. C’è tanto in questi 18 brani: le traduzioni di Tom Russell, la trilogia del bandito con il brano portato al successo dal fratello minore, un brano scritto dal fratello minore stesso ai suoi inizi ma mai inciso, i brani propri (vari e diversi anche nell’uniformità di stile) e una sua versione di “Will the Circle Be Unbroken”. Insomma, è un’ottima occasione per (ri)scoprirlo, ognuno secondo le proprie preferenze (per chi scrive, in questo momento: “Al primo canto del gallo”, “Venti gradi sotto zero”, “Il fuoco e la danza”). Sono sicuro che alla fine, dopo tanto discutere, gli stringerei la mano per lo stesso motivo per cui magari l’ho contrastato: «Abbiamo un solo fusto e una sola radice / ristabiliamo commercio tra noi».
Sergio Staffieri





