Accontentarsi…

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(di Massimo Varini) –

Da quando è iniziata questa emergenza ho tanto lavoro in più, poiché il mondo sembra essersi accorto che imparare online è possibile, e io lo sostengo da un po’ di tempo… Quindi siamo pieni di studenti da seguire, studenti che in alcuni casi faticano anche solo a registrarsi a un sito Web.

Nel frattempo è uscito un mio nuovo libro che s’intitola Come la pastura per il pescatore e il vento per l’aquilone, un progetto molto ma molto importante per la mia vita professionale e ‘biologica’, nel quale cerco di rispondere a domande ricorrenti che mi sono state rivolte nel corso degli anni, provando a dare risposte educative, realmente utili e formative. Così ho chiesto agli amici di Chitarra Acustica, per l’occasione di questo bel numero ‘speciale’, se potessero estrarre qualcosa dal libro. E sono contento che abbiano scelto questi due paragrafi iniziali del capitolo “Equilibrio nelle decisioni”.

Accontentarsi è assumersi una responsabilità

Nel mio lavoro (mi fa sempre strano chiamarlo ‘lavoro’) di musicista si affrontano ‘esami’ di continuo, poiché è sempre al giudizio di altri che viene sottoposta ogni produzione: dell’insegnante se frequenti una scuola di musica, del pubblico se sei su un palco, del discografico se gli spedisci una demo, del produttore se gli proponi una canzone, ecc.

In realtà sono veramente tanti i lavori che prevedono esami da superare. Anzi, a dirla tutta, è nella vita che siamo sempre sotto esame, tutti noi, ed è proprio la preparazione a queste valutazioni che può stimolarci o stressarci.

Durante questa fase, il bivio che prima o poi si presenta ci pone di fronte a una scelta: decidere se siamo pronti per sostenere l’esame oppure continuare a lavorare perché ancora non ce la sentiamo di affrontarlo. Sostanzialmente si tratta di capire se ci accontentiamo o se non ci accontentiamo della preparazione raggiunta.

La comune accezione del verbo ‘accontentare’ non ha parametri precisi e rende il suo utilizzo assolutamente soggettivo. I vari dizionari ce lo spiegano con le seguenti definizioni:

Esaudire una richiesta, un desiderio (Sabatini Coletti).

Rendere contento, soddisfare (Garzanti).

Essere o ritenersi contento (Treccani).

Ti ho già raccontato di quanto mio papà fosse un uomo di cultura e quanto gli piacesse spiegarmi l’etimologia delle parole, la maggior parte delle quali derivano da una radice greca e/o latina. Viste le nostre poche disponibilità economiche, spesso si trovava a dirmi: «Accontentati! Devi imparare ad accontentarti!».

Il termine “accontentare“ deriva da “contentare” (dal latino “contentus”), participio passato di “continere” (contenere).

Quello che emerge dalle accezioni presenti nei dizionari sembrerebbe non essere niente di speciale, considerato che la spiegazione sbrigativa del termine indica sostanzialmente il significato di “soddisfare”. Ciò di cui non si parla è l’esistenza di un limite alle richieste da accontentare, ecco perché penso che ci sia di più.

Come ho poc’anzi specificato, l’etimologia del termine ha una grandissima affinità con la parola “contenere”. Dunque potremmo affermare che accontentare qualcuno non significa fare o dargli tutto ciò che desidera, senza un confine e in modo insaziabile, ma piuttosto “appagarlo” con misura, definendo cioè un limite e dando priorità a ciò che in effetti conta.

Alla luce di questa riflessione, il famoso proverbio “chi si accontenta gode” potrebbe voler dire qualche cosa di molto più profondo della semplice indicazione di non pretendere troppo.

Il reale significato della parola (e di conseguenza del proverbio) è più importante di quello normalmente attribuito: ha a che fare con il piacere e con la soddisfazione, trovando un equilibrio nella moderazione, nella giusta dose.

Quando accontentiamo qualcuno, quindi, non mettiamo in atto una resa totale a tutte le sue richieste, ma decidiamo di accoglierle entro e non oltre un certo limite, ovverosia quella soglia logica e di buon senso che noi abbiamo definito e tracciato, e su cui l’altro dovrà necessariamente sintonizzarsi per sentirsi “contento” e dunque appagato.

Messa in atto con i bambini, ma in realtà accade con tutti, questa azione crea l’abitudine di trovare il giusto equilibrio tra desideri e buon senso, insegnando a gestire al meglio la capienza di quel contenitore da riempire per “contenere” (continere) le nostre aspettative, e in questo modo accontentarle.

Non può esistere felicità, appagamento, se non poniamo limiti ai nostri desideri, alla nostra bramosia.

Come ho già avuto occasione di dire, un risultato percepito come una delusione da chi ha grandi aspettative può essere una modera

ta delusione per chi grandi aspettative non ne ha. È il concetto che regola la vita del pessimista difensivo.

Voglio condividere con te adesso alcune valutazioni su questo argomento che io ho virato verso un significato (personale) differente, cioè: il decidere quando accontentarsi e con quanto accontentarsi è un’assunzione di responsabilità tra le più importanti.

Trovo che vi sia una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola ‘felice’, ed è ‘contento’, ‘accontentarsi’: uno che si accontenta è un uomo felice”.

Tiziano Terzani

La ricchezza non consiste nell’avere molti beni, ma nell’avere pochi bisogni”.


Epitteto

Se sei il primo ad accontentarsi sarai il primo a doversi giustificare

Il titolo che hai appena letto è un mio aforisma che ho pronunciato per la prima volta negli anni ‘90. Successivamente l’ho utilizzato così tante volte, soprattutto durante i miei seminari, che molte persone nel tempo lo hanno fatto proprio.

Avendo avuto la fortuna di scrivere canzoni di grande successo, di aver arrangiato e prodotto album che hanno ottenuto un successo mondiale (non voglio certo ostentare le mie ‘medaglie’, spero tu non mi fraintenda), ed essendo stato anche giurato a tanti concorsi musicali e Direttore Artistico di importanti festival, spesso ricevo richieste di ‘valutazione’ di brani, di capacità musicali e tanto altro.

Ti garantisco che almeno l’80% delle persone che mi hanno fatto ascoltare qualcosa, negli istanti prima dell’ascolto o nella lettera di presentazione, si è prodigato a precisare che si trattava solo di un provino, che era stato registrato al volo, che non aveva avuto abbastanza tempo per finirlo come si deve, che la chitarra non era perfettamente accordata, che la voce non era perfettamente intonata, che il suono non era un granché a causa del computer vecchio, che gli mancava un plugin, ecc.

Insomma, chiunque mi abbia chiesto un consiglio sulle sue produzioni, ha sempre speso una notevole quantità di giustificazioni con lo scopo di abbassare le mie aspettative prima dell’ascolto.

In effetti non è facile trovare l’equilibrio tra l’accontentarsi e il pretendere di più: come riconoscere di aver studiato abbastanza prima di un esame? Quando smettere di studiare senza stancarsi oltremodo? Quanto correre nei giorni prima di una maratona per non rischiare di perdere l’allenamento o di arrivare stanchi? Quando smettere di pescare i pesciolini vicino a riva per pescare al largo dove abbiamo pasturato? A che punto della progettazione di un prodotto ritenersi soddisfatti?

È una questione di ‘misura’. Chi riesce ad avere successo, oltre alle doti imprescindibili, alla determinazione e alla forza di volontà necessarie, deve avere un opportuno senso della misura in merito al suo “contenitore”, per capire quando accontentarsi e far così decollare il suo progetto: decollando prima non si avrebbe sufficiente spinta, mentre attendere ci porterebbe fuori pista. I danni sarebbero devastanti in entrambi i casi.

In Silicon Valley quando rilasci un software senza difetti, dicono che hai aspettato troppo”.
– Dalla rivista Wired

Quando qualcuno mi chiede un parere su una sua produzione musicale e inizia a giustificarsi, gli propongo di aspettare prima di darmi il materiale e di lavorarci fino a raggiungere un risultato che lo gratifichi pienamente, cosicché le sue parole, al momento della consegna, possano diventare: «Ad oggi questo è il meglio che so e che riesco a fare!». È un’assunzione di responsabilità che ti permette di capire chi hai veramente di fronte.

Io lo chiamo così: “il muro di gomma”.

Supponiamo che un mio studente, che chiameremo Andrea, sottoponga alla mia valutazione il provino di un brano strumentale di cui è compositore e chitarrista.

Ipotizziamo adesso due differenti situazioni: la prima, in cui l’ascolto è preceduto da una o più giustificazioni simili a quelle elencate poc’anzi, e la seconda, in cui Andrea afferma di avercela messa tutta e che quindi non riuscirebbe a far di meglio.

Prima situazione: a qualunque osservazione costruttiva possibile seguirebbe un’ulteriore giustificazione. A un’indicazione del tipo: «La chitarra non è intonatissima», potrebbe seguire la risposta: «Avevo le corde vecchie e non ho avuto il tempo di cambiarle»; oppure, a una considerazione come: «Il suono è un po’ stridulo e hai usato troppo reverb», Andrea potrebbe rispondere: «Non ho dei buoni monitor con cui fare il missaggio e possiedo plugin scadenti».

Seconda situazione: a qualunque osservazione costruttiva possibile seguirà una presa di coscienza dei dettagli da migliorare, visto che Andrea si è assunto la responsabilità di avercela messa tutta. Ad esempio, alla frase di prima: «La chitarra non è intonatissima», lui potrebbe rispondere: «Non l’avevo notato. Potrebbero essere le corde vecchie? Dovrei sistemare la chitarra? Cosa mi consigli per essere più intonato e per avere una migliore percezione dell’intonazione? Devo lavorare sull’ear training?».

Per questo motivo affermo che se nel momento in cui ti accontenti ti accorgi che ci sono aspetti che potresti migliorare notevolmente con uno sforzo minimo, ma deliberatamente decidi di non intervenire, sarai il primo a dover giustificare questa scelta. Quasi sicuramente dovrai anche mentire per non addossarti la colpa di un deficit che già conoscevi e che deliberatamente hai ignorato.

Così, sempre per il principio di “metti la cera, togli la cera”, possiamo trasportare questo concetto in altri momenti della nostra vita.

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