Acoustic Night 15: Intervista a Vinny Raniolo

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Raniolo, Vignola. Gambetta - foto di Schluter

Acoustic Night 15: Italian Americans
L’importanza della chitarra ritmica

(di Andrea Carpi / foto di Michael Schlüter e Sergio Farinelli) – L’incontro di Frank Vignola con Vinny Raniolo presenta qualcosa di magico. Perché il giovane Vinny, a distanza di vent’anni circa, sembra attraversare strade molto simili a quelle percorse da Frank, nella fase di formazione, nella pesante gavetta, nelle idee musicali stesse. Il suo esempio, in un certo senso, potrebbe essere di grande ispirazione per le giovani generazioni.

Molte delle domande che ti farò, saranno simili a quelle che ho fatto a Frank…
Ma le risposte ti daranno un diverso punto di vista.

Raniolo, Vignola. Gambetta - foto di Schlüter
Raniolo, Vignola. Gambetta – foto di Schlüter

Anche tu sei nativo di New York. Cosa ti ricordi dell’arrivo in America dei tuoi parenti provenienti da Ragusa, e cosa ti rimane di quelle origini?
Sono stati i miei bisnonni ad arrivare qui. Erano i primi del ’900, ma non ricordo l’anno esatto. Io non parlo l’italiano, purtroppo. L’ho studiato un po’ a scuola, e adesso continuo a farlo: quando vengo in Italia mi esercito un po’. Riesco a capirlo meglio di quanto riesca a parlarlo. Ma ricordo che da bambino lo sentivo parlare dai miei nonni con la mia bisnonna, quand’era ancora in vita. Quando poi lei è morta, io ero ancora molto giovane e da allora non ho più sentito parlare italiano fino a quando ho cominciato a venire in Italia per il festival di Soave.

E dal punto di vista musicale?
Nessuno nella mia famiglia suonava uno strumento, ma naturalmente la musica era molto apprezzata. Il mio primo contatto con il jazz è avvenuto effettivamente quand’ero molto giovane: i miei genitori ascoltavano musica in casa alla radio, ascoltavano Frank Sinatra, Tony Bennett e tutti i grandi crooner italoamericani. Era una musica molto melodica, basata soprattutto sulle canzoni, il che spiega secondo me il motivo per cui gravito intorno alle canzoni piuttosto che al jazz solistico in quanto tale.

Raniolo_foto-di-Farinelli
Raniolo – foto di Farinelli

Qual è stata la tua formazione musicale? Frank ha raccontato che avete seguito lo stesso tipo di programma scolastico.
Sì, il BOCES, Board of Cooperative Educational Services. Era un programma per la scuola secondaria, grazie al quale la mattina si era prelevati e portati in una scuola musicale per studiare musica fino all’ora di pranzo, poi si veniva riportati alla scuola madre per studiare matematica, scienze, studi sociali ecc. È stata una bellissima esperienza per me. Prima di questo, comunque, avevo cominciato a suonare il sassofono e poi, a tredici anni, la chitarra. I miei amici e i miei fratelli suonavano in gruppi rock nelle cantine e nei garage, per cui sono stato stimolato a suonare con loro, per socializzare: volevo essere incluso, divertirmi e imparare canzoni, soprattutto rock. Poi i miei genitori hanno visto che suonare era una cosa seria per me, così mi hanno mandato a lezione quando avevvo tra i tredici e i quattordici anni. Ho avuto allora un maestro veramente bravo, si chiamava Paul Morino ed era un altro italoamericano. Aveva un cugino, Mark Morino, che era un vero musicista professionista. Intorno ai quindici anni, il mio maestro mi insegnava brani basilari di jazz come “Blue Bossa”, “All of Me” e tutti gli standard. Capendo che provavo interesse per quel repertorio, un giorno mi portò ad ascoltare Frank Vignola, perché era un suo grande ammiratore e mi presentò a lui: fu così che incontrai Frank per la prima volta. Poi, a sedici anni, sono passato a studiare con il cugino di Paul Morino, Frank, che ha cominciato a insegnarmi arrangiamenti per chitarra sola, con armonizzazioni bellissime. Contemporaneamente ho iniziato ad andare al Cultural Arts Center di Long Island per il programma del BOCES, dove ho avuto anche lì degli ottimi maestri. Facevo teoria musicale e solfeggio, le stesse cose di cui ti ha parlato Frank. Ricordo che uno dei maestri era il trombettista Dave Burns, che aveva suonato nella sezione fiati delle orchestre di Duke Ellington e Dizzy Gillepsie; ed è stato di grande ispirazione per me essere a contatto con questo esponente del vecchio jazz classico.

Quindi il tuo processo è stato abbastanza simile a quello di Frank. E Frank raccontava che era più facile trovare lavoro come chitarrista ritmico. Visto che tu sei conosciuto soprattutto come un chitarrista ritmico, quali sono stati i tuoi inizi?
Beh, all’inizio io ero più orientato nell’ambito del rock’n’roll, perché imparavo le canzoni ascoltando la radio e suonavo con i miei coetanei, che facevano principalmente rock’n’roll. Perciò suonavo la chitarra elettrica, ma anche la chitarra acustica, quest’ultima in particolare per il repertorio della canzone d’autore. Ogni domenica poi suonavo nella mia chiesa – facevamo delle prove durante la settimana – e questa è stata proprio la mia prima occasione per esibirmi.

Che tipo di musica suonavate? Spirituals?
Sì, musica spiritual e gospel, ma anche Christian pop rock, il che mi divertiva molto. Perché all’inizio la musica era per me un mezzo per socializzare. Poi, come ti ho detto, suonare mi piaceva veramente e così ho cominciato a studiare, a cercare di migliorarmi, a incontrare musicisti più bravi di me con cui suonare. Il mio obiettivo è sempre stato di continuare a salire di livello, e di suonare sul palco. Uno dei miei maestri mi ha suggerito a un certo punto di imparare a suonare anche altri strumenti: un po’ di basso, perché tutte le band hanno bisogno di un bassista; e anche un po’ di piano, perché se un giorno mancava il pianista, potevo sostituirlo e suonare le sue parti, accompagnando cantanti e strumentisti. Credo che accompagnare i cantanti mi abbia aiutato tanto, perché bisogna suonare in tutte le tonalità: la voce umana è sempre diversa, con registri sempre diversi, e i cantanti cantano le stesse canzoni in tonalità differenti. Questa è stata una grande esperienza per me.

E tu cosa pensi del contributo dato dai musicisti italoamericani alle origini e allo sviluppo del jazz?
Gli italiani hanno forti tradizioni nel campo degli strumenti a corda: il mandolino, la chitarra, il violino. E poi il tremolo: quando sento il tremolo, penso all’Italia, mi dà la sensazione di stare in Italia. E credo che gli italiani abbiano dato un gran contributo al jazz. Penso in particolare a Tony Mottola, uno dei migliori chitarristi mai esistiti: ho amato i suoi arrangiamenti, il suo stile, il suo suono. E poi Bucky Pizzarelli, Gene Bertoncini, Al Caiola… Sento che stiamo portando avanti quell’eredità.

Raniolo, Vignola - foto di Schlüter
Raniolo, Vignola – foto di Schlüter

Parliamo un po’ della tua collaborazione con Frank Vignola. Lo hai conosciuto molto presto; quando avete cominciato a suonare insieme?
Abbiamo cominciato dieci anni fa. Io avevo vent’anni, stavo ancora al college, e lui mi ha chiesto di fare un provino per suonare il basso elettrico. Ci siamo incontrati e abbiamo fatto una piccola jam session con il gruppo; abbiamo suonato canzoni, pezzi rock e groovesstraight-ahead jazz, jazz tradizionale, gypsy jazz e altro ancora. Fino ad arrivare quattro-cinque anni fa alla formazione del duo, per il quale abbiamo ricevuto un bel sostegno da grandi musicisti come Tommy Emmanuel e Beppe Gambetta ora con l’Acoustic Night. Stiamo avendo grandi opportunità con quello che facciamo in duo.

Ieri sera, tra le altre cose, avete suonato un lungo medley dedicato alla musica di Django Reinhardt.
Sì, oltre alla celeberrima “Nuages”, abbiamo suonato “Mystery Pacific”, uno dei primi pezzi di Django, ispirato al suono del treno; infatti l’inizio suona proprio come un treno che si mette in moto. È un breve brano molto veloce, energico. Nel medley poi abbiamo inserito anche “How High the Moon”, che è stato reso famoso da Les Paul e Mary Ford. Les Paul e Django si rispettavano molto l’un l’altro, così abbiamo voluto onorare entrambi.

Avete anche suonato parecchi evergreen molto noti, in uno stile d’intrattenimento, con virtuosismo ma anche molta ironia. In particolare molti pezzi latini…
Sì, abbiamo fatto l’Adagio dal “Concierto de Aranjuez” e “Malagueña”, due famose melodie spagnole; e anche diversa musica brasiliana, come la canzone “Brazil”, alcune composizioni di Jobim e “Tico-Tico”, che ha un groove molto gioioso e ballabile, di grande intrattenimento appunto.

Fa un certo effetto ascoltare una composizione classica come il “Concierto de Aranjuez” nel vostro arrangiamento. Come è nata l’idea di suonarlo?
Beh, amiamo quel pezzo; è un brano bellissimo, scritto molto bene. Non lo suoniamo esattamente come è stato scritto, non è il modo più ‘puro’ per interpretarlo, ma lo onoriamo alla nostra maniera.

Infatti l’arrangiamento è interessante, non avevo mai sentito quel brano in una veste simile.
È molto divertente da suonare!

Hai anche collaborato con diversi altri musicisti, in particolare con Deana Martin.
Sì, Deana Martin, che è in realtà la figlia di Dean Martin. Quindi, parlando di italoamericani, lei rappresenta proprio una filiazione diretta con uno dei più famosi italoamericani d’America. Canta le canzoni che il padre ha reso famose, ma con degli arrangiamenti un po’ diversi, che si adattano alla propria personalità e alla propria voce. Ad accompagnarla è un piccolo gruppo con chitarra, piano, basso e batteria, qualche volta con dei fiati. E lei racconta di come è cresciuta intorno al Rat Pack [il nome con cui tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 venne soprannominato il gruppo di uomini di spettacolo formato da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford e Joey BishopN.d.R.], dei luoghi in cui è stata, della sua partecipazione al Dean Martin Show. Il pubblico la ama perché è molto interessato alla vita che lei ha vissuto intorno a quelle celebrità, e perché lei stessa è una star. Assomiglia proprio al padre.

E la collabrazione con Olli Soikkeli?
Lo conosco da più o meno tre anni. Quando ha cominciato a venire negli Stati Uniti si fermava da me e andavamo in tour insieme. Adesso ha il suo visto di tre anni, vive a Brooklyn e sta andando benissimo. È un chitarrista di gipsy jazz molto ispirato allo stile di Django Reinhardt e, ancor più, a quello di chitarristi più moderni come Stochelo Rosenberg e Biréli Lagrène. Ha ventiquattr’anni circa ed è un piacere assoluto suonare con lui. È un buon amico e andiamo persino in palestra insieme.

Parliamo della chitarra acustica che usavi ieri sera: una Collings?
Sì, è una Collings, un grande strumento. La suono ormai da sei o sette anni e credo che con Frank abbiamo sviluppato un buon suono su questi nostri due strumenti. A dire il vero John Buscarino, un altro grande liutaio che vive in North Carolina, mi ha costruito un’altra chitarra acustica, che a sua volta è molto bella; ma non ha un suono come la Collings. Perché, una volta che sviluppi una sonorità con due strumenti, ti ci abitui così tanto ed è un suono talmente unico, che quando cambi qualcosa non provi più lo stesso feeling. Sono sicuro che se avessi potuto fermarmi con quell’altra chitarra, avremmo sviluppato qualcosa di bello. Ma sentivo che con Frank avevamo raggiunto un punto di non ritorno. Avevo una settimana di pausa e Buscarino mi ha dato la sua chitarra; ma poi avremmo avuto altri tre mesi di tour. Se avessi potuto dedicarle più tempo, sarebbe andata meglio. Però Buscarino è pur sempre un grande liutaio, allo stesso modo di Bill Collings. Mi ha costruito anche una chitarra acustica ‘italiana’, con una buca sulla fascia a forma d’Italia e degli intarsi sulla paletta e la tastiera con i colori della bandiera italiana; è un modello Rhapsody ‘Italia’, uno strumento molto bello. Ma la Collings, sento che è la chitarra giusta per questo duo.

Come mai hai scelto una chitarra acustica piuttosto che una chitarra jazz?
L’ho scelta per questo duo con Frank. Perché una chitarra jazz ce l’ho, è una Guild Award simile a quella che suonava Johnny Smith: ha un pickup originale DeArmond, con quel suono jazz classico, è degli anni ’50 e la uso quando suono con musicisti come Vince Giordano e Olli Soikkeli. È una chitarra molto versatile con cui suono soprattutto il repertorio più straight-ahead. Il progetto in duo con Frank invece è una cosa molto specifica. E mi sembra che la chitarra flat top abbia delle basse frequenze così belle! Quando suoni un accordo di Mi non hai nemmeno bisogno di un basso; e, amplificando il suono attraverso l’ampli AER, l’accordo risuona e riempie tutta la sala. Non hai bisogno di nient’altro. Credo che la Collings sia la chitarra giusta, in grado di ottenere quel suono che riempie la sala.

Mi viene da associare questa scelta a quello che diceva Frank a proposito di come il bluegrass e lo swing siano vicini: è un po’ come il vostro duo, nel quale suonate rispettivamente una chitarra bluegrass e una chitarra jazz, ottenendo dalla loro unione un suono molto particolare.
Oh, sì, decisamente.

Insegni anche?
Sì, anche se non nella stessa misura di Frank, che ha molta più esperienza. Il mio primo lavoro è stato come magazziniere a Delhi, New York, per quattro mesi circa, dopodiché… ho deciso che volevo suonare la chitarra! Così sono andato in un negozio di musica e ho chiesto se potevo avere un lavoro come insegnante. Ho dato una lezione al proprietario, che dopo mi ha detto: «Ottimo, va bene!» E, a sedici anni, ho cominciato a dare lezioni. Poi, quando ho iniziato a fare più tournée e a conoscere più gente in giro per il mondo, ho cominciato anche a dare lezioni private via Skype. Ma non ho ancora una vera e propria postazione online per insegnare. D’altra parte partecipo a molte clinic insieme a Frank, nelle quali rivesto un ruolo importante nelle sue lezioni. Quest’anno a giugno faremo un guitar camp di quattro giorni con Tommy Emmanuel, poi uno a Crested Butte nel Colorado, dove insegnerà anche Olli Soikkeli, e infine al Fur Peace Ranch di Jorma Kaukonen. Quindi ho molte opportunità di insegnamento, e continuerò a insegnare.

Tu e Frank suonate soprattutto arrangiamenti di canzoni, standard del jazz. Componi anche dei brani originali?
Ogni tanto, qua e là. Del resto, di fronte a tutte quelle belle canzoni di Hoagy Carmichael, Irving Berlin, Cole Porter, le mie non potrebbero reggere il confronto; anche se dovrei avere un po’ più di fiducia da questo punto di vista. Quand’ero più giovane ho scritto molte canzoni pop rock, perché lavoravo con tutti quei cantanti e le scrivevamo assieme…

Chissà, forse un giorno ricomincerai…
Oh, sì, lo credo. Il fatto di suonare con tutti questi grandi musicisti, di ascoltare tutte queste meravigliose melodie e di essere esposti a tante culture diverse, sono sicuro che verrà fuori nella mia scrittura uno di questi giorni.

Andrea Carpi

Grazie a Jackie Perkins per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

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