Acoustic Night 16 – la forza del duo (2)

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Egan, Horan, Gambetta, McManus
Egan, Horan, Gambetta, McManus

Séamus Egan

Vorrei iniziare dalle tue origini irlandesi, perché nella tua biografia su Internet c’è una cosa che non mi è chiara: si dice che sei nato a Filadelfia da genitori immigrati di origine irlandese, che poi sono tornati in Irlanda quando avevi tre anni. È stato un momento di passaggio o sei rimasto lì?
Sono rimasto lì per circa dieci anni e sono tornato a Filadelfia nel 1980, quando avevo all’incirca dodici-tredici anni.

Ora capisco, quindi hai trascorso gli anni della tua formazione in Irlanda, per cui è più evidente l’origine delle influenze irlandesi nella tua musica.
Eh sì, certo.

E a un certo punto hai studiato fisarmonica con Martin Donague?
Per la verità ho studiato musica, non fisarmonica, anche se lui era un fisarmonicista. Si era stabilito a Foxford, la cittadina dove vivevamo in Irlanda, e una volta a settimana veniva in Municipio a dare lezioni.

Lezioni individuali?
No, lezioni di gruppo: insegnava e suonava la fisarmonica, ma nel suo corso si poteva suonare qualsiasi strumento. I miei genitori mandarono me e le mie sorelle a seguire quelle lezioni.

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Era un corso scolastico o pratico?
Era un corso pratico. Lui in realtà stava sulla sedia a rotelle, era tetraplegico e non poteva muoversi, ma poteva suonare la fisarmonica e, soprattutto, era molto bravo a spiegare.

Che tipo di fisarmonica suonava?
Una fisarmonica Honer a bottoni.

E queste lezioni con Martin hanno rappresentato la tua principale formazione musicale?
Sono state l’inizio.

C’erano musicisti nella vostra famiglia, ascoltavate musica?
Sì, ascoltavamo sempre musica in casa. Mia nonna suonava il melodeon, ma è morta prima che noi fossimo nati. Però mio padre l’aveva registrata su un vecchio registratore a bobina, così potevamo ascoltarla. I miei genitori invece erano soltanto degli appassionati, non suonavano uno strumento. Ma ci portavano a sentire dei concerti e anche le session di musica irlandese nei pub o in altre circostanze.

In seguito hai incontrato il flauto irlandese, da autodidatta o prendevi lezioni?
Studiavo flauto, ma non mi piaceva per niente. Poi un giorno ho visto suonare in televisione Matt Molloy, il flautista dei Chieftains, e qualcosa è scattato nel mio cervello…

Così hai cominciato a imitarlo e a imparare i suoi pezzi?
Esatto.

In seguito sei passato al banjo grazie a Mick Moloney dei Greenfields of America?
Quando con la famiglia siamo tornati in America, suonavo già il banjo da un paio di anni, e il motivo per cui ho cominciato a suonare il banjo era Mick Moloney, che avevo ascoltato alla radio. Mick Moloney è un musicista irlandese, che si era trasferito in America, proprio a Filadelfia. Così, quando siamo tornati a Filadelfia, ho avuto l’occasione di incontrarlo. Poi ho iniziato a frequentare la sua casa, dove passavamo il fine settimana e lui mi mostrava delle cose, mi faceva incontrare molti musicisti con cui ci divertivamo a suonare. In realtà, è stato per me un periodo molto formativo.

Di che tipo di banjo stiamo parlando? E qual è la storia del banjo nella musica irlandese? Come la chitarra, non mi sembra che il banjo sia considerato uno strumento veramente tradizionale in Irlanda.
Il banjo che suono è un banjo tenore a quattro corde. È accordato come il violino ma un’ottava sotto. È stato introdotto nella musica irlandese dagli Stati Uniti a partire dagli anni 1840, grazie alle tournée europee delle compagnie americane del minstrel show. Nei gruppi del minstrel show era forse più utilizzato il banjo a cinque corde, ma in Irlanda si è affermato il modello a quattro corde…

D’altra parte anche negli Stati Uniti era diffuso il banjo tenore e l’introduzione della quinta corda è avvenuta relativamente tardi, probabilmente non in modo omogeneo. In ogni caso, l’introduzione del banjo in Irlanda è tutto sommato abbastanza datata…
Diciamo che il banjo era presente, ma non ancora completamente ‘integrato’…

E arriviamo alla chitarra. Nel concerto di ieri sera suonavi con il plettro su una chitarra con corde di nylon: è uno stile personale?
Anni fa qualcuno mi aveva prestato uno strumento sudamericano a corde doppie, il tres. L’ho avuto per anni e mi piaceva molto, ma alla fine quella persona l’ha voluto indietro. Così un giorno, quando sono tornato a casa da un tour, il tres non c’era più. Il tres era per me come un’estensione del banjo, era come un banjo ma potevo farci delle cose diverse. E alla fine, per sostituirlo, sono approdato alla chitarra con corde di nylon. Ma non l’ho accordata come una chitarra, l’ho accordata come un banjo…

Per quinte?
Sì, ma con le due corde più basse accordate in Re e La, per usarle come bordone se necessario. In questo modo posso suonare la chitarra come uno strumento melodico, e per me è come un banjo a sei corde.

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Nel corso degli anni, e già da giovanissimmo, hai vinto numerosi concorsi per i tuoi vari strumenti, compreso il mandolino. E tutto questo sostanzialmente da autodidatta, senza avere un’educazione musicale formale?
Sì, a tutt’oggi non so leggere la musica…

In Irlanda forse è particolarmente diffuso il fatto di imparare la musica a orecchio e per tradizione orale?
Sì, ma adesso c’è più educazione formale, all’università di Limerick, all’università di Cork…

Forse come negli Stati Uniti, dove non si insegna più soltanto come nei vecchi conservatori, esclusivamente musica classica, ma si insegnano anche le musiche che piacciono ai giovani.
Sì, ed è un’ottima cosa. Ti puoi laureare in musica irlandese, ma ti insegnano tutto della musica. Mi sarebbe piaciuto che fosse stato così quando ero giovane io…

Negli Stati Uniti una delle tue sorelle, Siobhán, ha cominciato a suonare il fiddle nel gruppo femminile Cherish the Ladies, di cui entrò a far parte anche Winifred Horan. È in questo modo che hai conosciuto Winifred?
Sì, allora lei era una ballerina, è così che ha cominciato con le Cherish the Ladies, anche se suonava il violino fin da quando era piccola.

E poi verso il 1994 avete fondato i Solas. Ci puoi raccontare la storia?
In quel periodo suonavo con diversi musicisti, e mentre ero in tour con Cherish the Ladies e Sharon Shannon ho ricevuto un colpo di telefono dal direttore artistico di un festival, per mettere in piedi qualcosa per l’estate. Era un fine settimana in cui Winifred era libera, così ne abbiamo parlato e lei era disponibile a fare qualcosa insieme. Quindi abbiamo chiamato il chitarrista acustico John Doyle, con cui avevo suonato per qualche tempo nella regione di New York, e John Williams, un suonatore di fisarmonica a bottoni di Chicago. Eravamo solo noi quattro, non c’era ancora Karen Casey, eravamo senza cantante, e siamo andati a suonare a quel festival. Andò molto bene e ci proposero subito di fare altri due concerti. Ci piaceva suonare insieme e allora ci rendemmo conto che, per formare una vera e propria band, avremmo avuto bisogno di un cantante. All’epoca io e Winifred vivevamo insieme a New York, e venne fuori che Karen Casey si era appena trasferita in città e viveva un paio di portoni più giù nella nostra stessa strada. Così l’abbiamo conosciuta e ha cominciato a venire a casa nostra per fare delle prove. Poi abbiamo fatto un paio di concerti e lei ha detto: «Facciamo un album!» Abbiamo pubblicato il nostro primo album nel 1996, per cui quest’anno ricorre il nostro ventesimo anniversario. All’inizio non pensavamo che sarebbe successo tutto questo!

Parlavi di festival: i festival cui partecipate sono festival folk in senso generale o festival di musica irlandese?
Sono entrambi i tipi di festival. In effetti, negli Stati Uniti esiste un grosso circuito di festival di musica irlandese, che richiamano due-trecentomila spettatori. Comunque noi suoniamo anche in festival folk, in festival di bluegrass, in molti festival di diverso genere. 

Adesso sei qui in duo con Winifred: avete già suonato così in duo?
No, è la prima volta che suoniamo noi due soltanto.

E cosa ha significato per voi, anche in relazione all’idea del ‘Duo Power’ che è il tema proposto da Beppe Gambetta per l’Acoustic Night di quest’anno?
Per me e Winifred è stato un piacevole cambiamento, un qualcosa di diverso e al tempo stesso una sfida, per cercare di organizzare i pezzi in modo che potessero risultare interessanti anche senza alcun accompagnamento. È stata un’esperienza che mi è piaciuta molto, così come mi è piaciuto molto misurarmi con Beppe e Tony. Con Tony avevavamo già suonato in precedenza, ma con Beppe è stata la prima volta.

È una sfida maggiore suonare in quintetto, dove lo spazio per i singoli è più limitato, oppure in due, dove il singolo deve esprimere qualcosa di più?
Non so dire, ma è proprio così, i ruoli si modificano. E anche quando si tratta di pezzi che abbiamo già suonato con l’ensemble, devono essere cambiati, devono essere pensati e sentiti in maniera differente.

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La prima forma di string band nella old-time music americana era composta dal fiddle, strumento base degli immigrati di origine irlandese, e dal banjo: un po’ come te e Winifred, insomma… In Irlanda com’è andata?
È andata in modo un po’ diverso. Tradizionalmente la musica irlandese era priva di accompagnamento: era solo vocale o solo strumentale melodica. Ed è rimasta così fino a che hanno iniziato a produrre i primi dischi a 78 giri. Michael Coleman era un famoso suonatore di fiddle, che andò in America dove incise dei dischi. Ma la casa discografica aveva l’abitudine di chiamare un pianista o un chitarrista, per eseguire l’accompagnamento. E alcune di queste prime registrazioni sono veramente terribili, perché chiaramente il pianista o il chitarrista chiedevano in che tonalità era il pezzo, e gli si rispondeva che era in Re, per esempio, e allora tutto quello che finivano per suonare era: ‘Re Re Re Re’… suonavano un solo accordo! [risate] Ma a partire da quelle incisioni, divenne parte della tradizione il fatto di avere un accompagnamento di piano o chitarra, che naturalmente nel tempo si è andato poi evolvendo.

Ieri sera, in duo con Winifred, avete suonato “Sunday’s Waltz”, che presenta un pattern ritmico elaborato in cui si inserisce ciclicamente una battuta in cinque tempi, poi il medley è passato in tempo ternario con “Solo Double O”. In “Roarie Bummlers”, che pure sarebbe in 4/4, gli accenti sottolineano un 3+3+2 ottavi… Questi aspetti ritmici più complessi sono degli elementi nuovi introdotti da nuove composizioni, oppure erano già presenti nella tradizione musicale irlandese?
Certo, questi elementi non appartengono alla tradizione. Ma, sai, la tradizione si suppone che sia sufficientemente ‘espansiva’ per permettere di comporre in modi diversi, con differenti ritmi. Comunque, sì, tradizionalmente avremmo tempi in 4/4, 3/4, 2/4, 6/8… senza battute in 5/4 o cose del genere.

Per esempio la suddivisione in 3+3+2 ottavi compare spesso anche nella moderna country music, e in alcuni commenti ho letto che i Solas – nei loro dischi più recenti – starebbero appunto virando un po’ verso la country music… è vero?
Verso la country music? Beh, una delle cose che la band ha fatto è stata introdurre canzoni che erano fuori dalla tradizione irlandese, sia canzoni scritte da noi stessi che canzoni scritte da altri. Ma credo che non sia tanto il fatto di muoversi verso la musica country, quanto piuttosto di camminare lungo quel confine fra la tradizione irlandese e quella americana, perché la musica country discende dalla musica irlandese. Apparteniamo in qualche modo a entrambe le tradizioni, allo stesso titolo, perché sono parte di quello che siamo. All’inizio e per anni abbiamo attinto molto di più dal versante irlandese, adesso credo che stiamo attingendo di più dal versante americano, ma penso che esistiamo nel mezzo tra i due.

Restando sul tema del ritmo, tu usi anche uno stomp box…
Sì, è uno Shadow Stompin’ Bass…

In conclusione, come compositore, come vivi il rapporto tra la musica tradizionale e le tue nuove composizioni? In che modo sei ispirato e cos’è che cambi?
Probabilmente, arrivato a questo punto, non ascolto più tanto la musica irlandese tradizionale. Per scrivere, traggo ispirazione da altre cose che ne stanno fuori; e potrebbe essere qualsiasi cosa: potrebbe essere la musica classica, potrebbe essere il country, il bluegrass, la musica old-time… Penso però che la tradizione irlandese sia abbastanza ‘aperta’, che permetta ormai quasi ad ogni cosa di farne parte. Qualsiasi cosa io scriva, scorrerà sempre quel ‘sangue’ nelle sue vene!

Sì, ed è quello che arriva all’ascolto. Invece, se torno col pensiero al folk revival inglese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, per esempio al periodo di gruppi come i Fairport Convention o gli Steeleye Span, avevo l’impressione che quando componevano nuove canzoni si allontanassero dalla loro tradizione e che assomigliassero di più al folk americano dei vari Bob Dylan e Joan Baez. Al contrario, sento che la tua musica è più integrata alla tua tradizione…
Sì, lo penso anch’io…

E com’è che questo accade?
Non so, non penso di avere scelta! Semplicemente succede così, non c’è nessun disegno in questo. Non conosco a fondo il folk tradizionale specificamente inglese, la sua storia e il periodo cui fai riferimento. In Irlanda, però, quando crescevi avevi musica tutt’intorno, la tradizione era molto attiva, se suonavi c’erano le session, le riunioni in cui si faceva musica insieme, potevi sedere vicino a qualcuno che suonava e ti faceva vedere delle cose… Forse è per questo.

 

Winifred Horan

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Sei nata a New York da genitori immigrati dall’Irlanda, ma ho letto che hai trascorso del tempo in Irlanda durante la tua età scolare di formazione.
Sì, sono nata a New York, mia madre e mio padre sone emigrati a New York nel 1960 e noi bambini siamo nati lì. Ma quando avevo due anni i miei genitori sono tornati in Irlanda, dove siamo rimasti per non molto tempo, perché lì la situazione economica era troppo difficile e non c’era lavoro per mio padre. Così siamo tornati definitivamente negli Stati Uniti. Io sono nata a New York, ma in seguito eravamo andati a vivere a Long Island e il posto dove sono cresciuta si chiama Rockaway Beach.

Sei tornata qualche volta in Irlanda per studiare?
Abbiamo viaggiato molto avanti e indietro per vedere la mia famiglia d’origine. Però no, non ho svolto degli studi in Irlanda, ho svolto tutti i miei studi a New York.

Capisco comunque che il tuo retroterra irlandese è stato importante per te.
Sì, è da lì che ho iniziato, la mia musica, la musica tradizionale irlandese. Anche mio padre suonava, suonava la tromba e il piano, il piano classico.

Ha studiato o era autodidatta?
Ha preso alcune lezioni private, da un maestro che aveva studiato musica classica in Irlanda. Poi la sua grande passione era la tromba jazz: imparava dalle registrazioni che venivano dagli Stati Uniti. Ma per quanto riguarda il piano, gli fu proposto di andare al conservatorio, alla Royal Academy of Music di Londra, perché aveva talento. Questo quando aveva diciannove-vent’anni. Però lui rispose di no, perché voleva suonare jazz, suonava in gruppi jazz.

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Era la sola persona che suonava in famiglia?
No, c’erano altri che suonavano, mia nonna suonava la concertina.

Lei suonava musica tradizionale?
Solo un po’. Mio padre invece non suonava musica tradizionale, perché la regione dove viveva la mia famiglia era sulla costa orientale a sud di Dublino: una regione non particolarmente significativa dal punto di vista della tradizione, una regione più vicina all’Inghilterra e influenzata maggiormente dalla musica inglese, operistica, classica, jazz. Invece l’Irlanda occidentale – Galway, Clare, Kerry – è molto tradizionale.

E tu hai cominciato studiando il piano con tuo padre?
Sì, quando vivevamo a New York, la prima cosa che ha comprato è stata un piano. E lui è stato il mio primo maestro, ci insegnava tutti gli esercizi, le scale, e anche dei piccoli brani.

Poi hai studiato il fiddle irlandese: come ci sei arrivata?
È molto importante per gli emigrati – che siano irlandesi, italiani, tedeschi o di qualsiasi altra provenienza – conservare la propria cultura. Così anche mio padre ha voluto assolutamente che noi approfondissimo la nostra cultura, la nostra musica. New York è un melting pot, c’è ogni tipo di cultura. Dove sono cresciuta, i miei vicini erano italiani, irlandesi, tedeschi… Perciò papà ha fatto in modo che noi potessimo studiare la musica irlandese e anche la danza irlandese. Ha trovato un maestro che insegnava a orecchio, senza notazione musicale, e c’erano altri bambini, un gruppo di dieci-quindici bambini, e suonavamo insieme. Era una specie di scuola, ma informale, non era un’istituzione.

Poi, a differenza di tuo padre, hai deciso di studiare il violino classico?
L’ho deciso a causa di mio padre, a causa del suo passato e della sua decisione di non fare il conservatorio. Perché alla fine lui si era pentito della sua decisione e desiderava che noi potessimo ricevere la formazione più completa. A un certo punto, si è presentata per me un’opportunità molto importante, perché i miei genitori appartenevano alla classe lavoratrice – mio padre era un carpentiere di grande talento e costruiva anche barche di legno, era un artigiano del legno – e quindi non avevano molti soldi, ma un giorno uno dei nostri vicini è venuto da loro e gli ha detto: «Sapete, c’è un’opportunità per Winifred, una borsa di studio, un concorso per una borsa di studio, le pagano cinque anni di scuola se vince il concorso!» Questa era una bella sfida per me, avevo solo dieci-undici anni! E ai miei genitori spiegarono: «Deve esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi, poi deve venire a Manhattan per fare un’audizione». S’erano iscritti cinquecento ragazzini per fare l’audizione e io dicevo ai miei genitori: «Non voglio andarci, sono troppo nervosa!» Ma loro sapevano che, se ci fossi andata, avrei potuto vincere e loro avrebbero avuto un bel sollievo sul piano economico…

Quanti posti c’erano su cinquecento partecipanti?
Uno!

Terribile!
Però io non lo sapevo, non mi avevano detto che c’era solo un posto. Così sono andata all’audizione, che era alla Carnegie Hall. Papà mi ha accompagnata, ero nervosissima. È lì che è iniziato il mio temperamento nervoso, la sensazione di essere inadeguata e non all’altezza. Poi, una settimana dopo o giù di lì, è squillato il telefono e mio padre ha risposto: avevo vinto… e così sono andata alla scuola per cinque anni!

Fantastico! E dopo questo periodo di studi, come valuti la differenza tra il fiddle e il violino classico?
Beh, penso che il violino rappresenti in primo luogo la tecnica, la posizione, l’impostazione e tutte queste cose. Il fiddle, ora come ora, per me è la stessa cosa, è lo stesso strumento, ma ha il suo stile, il suo repertorio…

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Anche in Italia esiste una tradizione di violino ‘popolare’, e gli etnomusicologi che l’hanno studiato sostengono che la sua tecnica è abbastanza simile a quella del violino barocco, con l’archetto tenuto più corto, l’arcata più stretta e serrata, la posizione diversa con lo strumento appoggiato verso il petto, per poter anche cantare…
Sì, mi sembra che il fiddle sia molto simile a come descrivi il violino popolare italiano, soprattutto per quanto riguarda il continuo movimento alternato e stretto dell’archetto. Quello che penso, è che sia importante non limitare le potenzialità del fiddle, il cui repertorio è talvolta molto impegnativo. La mia formazione classica può aiutare il mio modo di suonare il fiddle. E il mio stile sul fiddle può aiutarmi a suonare il violino. La mia frase preferita è che il rapporto tra il fiddle e il violino è come un matrimonio. Ed è possibile che sia un matrimonio felice per entrambi. Naturalmente sono molto grata alla mia formazione classica per avermi fatto capire il tono, cioè sia l’intonazione che il suono: questo è l’aspetto più importante del violino classico, quello che apprezzo di più, il controllo del suono. A volte questo aspetto non è altrettanto curato nel fiddle, e la tecnica classica può essergli di aiuto. Ma non voglio stabilire differenze, dire: «Questo non va bene, questo è migliore». Non è così che funziona per me.

Dopo di che, nel 1990 entri nelle Cherish the Ladies. Ho visto che hai cominciato come danzatrice, non come fiddler: puoi raccontarci com’è andata?
Quando mio padre ci portava alle lezioni di musica tradizionale, nello stesso periodo a New York si era sviluppato un interesse popolare molto vivace verso la cultura irlandese, con un fiorire di manifestazioni ed eventi dedicati alla sua arte, alla musica e in particolare alla danza. Così ho cominciato a dedicarmi alla danza e, per dire tutta la verità, ballare è la cosa che preferisco!

Infatti anche ieri sera, mentre suonavi in concerto, qualche volta hai accennato dei passi di danza.
Sì, qualche volta!

Hai anche vinto dei campionati di step dance irlandese…
Sì, dieci volte! [ride] Così, quando capitava che le Cherish the Ladies cercavano una suonatrice di fiddle, non sapevano che io suonassi, pensavano che fossi solo una ballerina. E all’epoca oltretutto hanno avuto delle suonatrici veramente brave, come Liz Carroll ed Eileen Ivers. A un certo punto, però, si è liberato un posto di ballerina e mi hanno chiesto se ero interessata. Naturalmente ho accettato con entusiasmo. In seguito Eileen è uscita dal gruppo per dedicarsi a una carriera solista, e io ho sperato che mi chiedessero di sostituirla. Ma ancora non avevano scoperto che suonavo e di nuovo non me l’hanno chiesto, hanno preso un’altra. Finché un giorno qualcuno ha detto a Joanie Madden, flautista e leader del gruppo: «Lo sai che Winifred suona il fiddle?»

Non gliel’avevi mai detto?!
No, non gliel’avevo detto, ero troppo timida, che tu ci creda o no…

Ma già suonavi il violino in orchestra…
Sì, però non volevo che la cosa nascesse da un mio suggerimento. E quando Joanie mi ha detto «Dai, adesso suonerai e danzerai», allora ho avuto più fiducia. E sono rimasta con le Cherish the Ladies per due-tre anni, poi ho cambiato e sono andata a suonare nel gruppo di Sharon Shannon.

Nelle Cherish the Ladies c’era anche Siobhán Egan, una sorella di Séamus…
Sì, anche lei suona il fiddle

È tramite lei che hai conosciuto Séamus?
Séamus l’avevo conosciuto anche prima delle Cherish The Ladies. Lo avevano chiamato per insegnare in un campo estivo e a me mi avevano assunta come istruttrice di ballo… sempre il ballo! Così ci siamo conosciuti e abbiamo cominciato a suonare insieme in diverse situazioni, quindi a pensare che avremmo potuto formare una nostra band…

E avete fondato insieme i Solas, Séamus mi ha raccontato tutta la storia. Ora, dopo più di vent’anni in cui avete suonato all’interno di questo gruppo, com’è stato ritrovarvi a suonare in duo, voi due da soli? Come ci si sente a suonare in duo rispetto a suonare in un gruppo di cinque musicisti?
È stato veramente incredibile. Suoniamo nei Solas da più di vent’anni, e suonare soltanto in due ha voluto dire ascoltarsi in modo diverso, suonare in modo diverso, in modo più intimo. Nel gruppo sei circondato, c’è una base più ampia. Invece questa volta ho pensato: «Dio mio, ti sento di nuovo, è come se fosse la prima volta che ti sento!» E mi è tornata in mente la prima volta che ho ascoltato Séamus suonare: non ci conoscevamo ancora, lui stava suonando in un club, e pensavo: «Io suonerò con lui!» È anche un po’ come quando si prova qualcosa in camerino prima di un concerto, seduti di fronte, ascoltandosi attentamente. Per me questa settimana a Genova è stata come aprire di nuovo i miei occhi e le mie orecchie, modificare le dinamiche, essere più minuziosi… Non so, Séamus cos’ha detto del duo?

Ha detto delle cose simili, che suonare in duo è più impegnativo, che bisogna modificare i ruoli, ascoltare di più, sentirsi più responsabili…
Sì, bisogna sentire lì sul momento, perché non hai molto su cui basarti, devi fare affidamento solo sul duo. E a volte non puoi riempire molto l’armonia, per cui ogni singola linea melodica deve essere speciale.

Nella old-time music americana il fiddle era lo strumento principale, e le prime string band erano formate da fiddle e banjo. Un po’ come te e Séamus ieri sera: fiddle e banjo, fiddle e accompagnamento armonico, l’origine della band…
Sì, esattamente, l’origine della band… E in effetti questi giorni all’Acoustic Night sono stati una grande esperienza, anche per la propria autostima. Perché quando ci sono solo il fiddle e il banjo, ti viene da pensare: «Dio mio, sono così esposta! Qui deve succedere qualcosa perché il numero sia interessante!» E, di nuovo, la comunicazione deve essere più minuziosa.

L’ultima domanda riguarda la composizione. Ieri sera avete eseguito sia delle composizioni tue che di Séamus…
Anche di noi due insieme…

Ecco, cosa puoi dirci del vostro modo di comporre, della vostra ispirazione e della vostra tecnica di composizione?
Beh, non è facile… Comincio a parlare per quanto riguarda Séamus, visto che lo conosco molto bene. Per esempio ieri, mentre faceva il soundcheck e suonava qualcosa a caso, gli è venuta un’idea interessante e ha detto: «Ora la registro, così non la dimentico!» Ecco, questo è il seme, poi magari ci ritorna sopra con più metodo. E dipende anche dallo strumento che sta suonando: se è la chitarra con corde di nylon può prendere una certa direzione; se è il mandolino magari avrà un’influenza più continentale… Per quanto riguarda me, credo che ciò che influenza i miei pensieri e le mie decisioni non sia soltanto la tradizione irlandese – naturalmente un po’, sì – quanto piuttosto i miei ascolti di quando ero bambina con mio padre, quegli ascolti così eclettici che andavano da Louis Armstrong ai Mills Brothers, dai concerti di Tchaikovsky a Brahms e Bach, con il jazz alla mattina, la classica di sera, e poi la musica italiana, la fisarmonica francese con la valse musette… Se poi pensiamo anche alle influenze di Séamus, è davvero interessante mettere insieme tutte queste cose. Lui poi mi affascina anche perché non ha nessuna formazione musicale, è autodidatta in tutto, ascolta di tutto e quello che scrive viene direttamente dalla sua testa…

Prima però ho detto una cosa a Séamus, che le vostre composizioni – malgrado tutti questi ascolti e queste influenze – sembrano comunque conservare un legame con la tradizione irlandese. A differenza di un certo folk revival inglese degli anni ’60-’70, nel quale le composizioni originali sembravano spesso distanti dalla loro tradizione. Sarà che la tradizione irlandese è particolarmente forte e attiva, sarà che la musica del bardo O’Carolan era ispirata anche dal rinascimento italiano, il che crea un altro legame molto forte…
Sì, anche questo è un punto molto importante, perché quando ascolti le pure Irish tunes tradizionali, alcune sono molto complesse. Non sono soltanto una semplice ‘musica folk’: è molto stimolante comprendere i loro pattern, in qualche modo sono come delle partite. Questo è il collegamento, questo è il seme principale. È bello muoversi, mantenendo la radice. Sì, il seme. La radice e l’albero.

Andrea Carpi
Grazie a Sergio Staffieri per il contributo alla trascrizione delle interviste.

 

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