La fiera delle vanità

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Il nespoloNell’era digitale l’uomo va cosi veloce, che spesso la saggezza non riesce più a raggiungerlo. L’uomo si allontana, corre e vince, lasciando dietro una scia di velati ricordi e di insoddisfatti principi come l’etica, la morale e il buon senso. Ogni tanto si ferma a prendere fiato e sembra riacquistare coscienza di sé, ma è solo un attimo, un’illusione: la corsa continua verso l’impossibile realizzazione di un traguardo immaginato, di una vittoria inventata, di una meta ignota, tra nuvole e polvere.
Spesso dimentichiamo di guardarci dietro, ma anche accanto. Azzeriamo ogni suono che provenga dal nostro vicino, ogni lamento che chieda il nostro intervento. Basta poco, basta così poco. L’ho imparato sulle spalle di mia figlia che prima in Togo, poi in Zambia, ha regalato parte del suo tempo e dei suoi sorrisi a chi, dall’alba al tramonto, gode di sabbia e sole, immerso in una natura esplosiva, e vive del niente che lo sovrasta, ma del tanto che lo circonda. Ho scoperto che serve così poco per spegnere il silenzio e permettere al rumore di riemergere. Allora, una mano con un euro non vale solo un euro, vale un frammento di cuore, una gioia infinita, una carezza sbiadita. Quanta gente ferma ai semafori mette le sicure alla propria macchina, scoraggiando ogni richiesta e annullando ogni speranza, per poi immergersi nel frastuono del proprio torpore? Quell’euro sarebbe solo un gesto d’amore, e che importa se è investito bene o male, se è dato al giusto o allo stolto. È solo amore e non va pesato.
Durante la gravidanza di mia moglie, quasi trent’anni fa, trovare una pesca a novembre era una missione impossibile; e se riuscivi nella folle impresa, il sapore non apparteneva al frutto, forse lo ricordava lontanamente. Ora non esiste più la frutta di stagione: puoi trovare quello che vuoi, quando vuoi, e il sapore è sempre lo stesso, quale che sia il periodo o la provenienza. Tra queste macedonie di false verità, forse esiste un’unica eccezione: la nespola. È uno dei miei frutti preferiti, ma non gode della stessa attenzione tra i miei più ben noti colleghi, per cui lo trovi solo nel suo periodo, che si esaurisce in una quindicina giorni. Raro, buono e genuino.

Appassionato di questa insolita singolarità, ho pensato di utilizzare il legno del suo albero per farci una chitarra. Peccato che si crepi e si deformi facilmente, e che per questo motivo non possa essere usato. Ma è forse questo il trucco della sua esclusiva scarsa longevità.
Nessuno vorrebbe essere ‘nespolo’, scarsamente cercato e utilizzato, ma tutti preferirebbero diventare un bel pezzo di palissandro, per costruire il fondo o le fasce di un pregiato strumento e suonare, viaggiare, girare il mondo con orgoglio e dignità.
E così, come sempre, la vanità ci guida sovrana anche tra le corde della chitarra, senza darci respiro né una via d’uscita.
Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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