sabato, 1 Ottobre , 2022

Lovin’ James secondo l’editore, Paolo Fresu e Rocco Tanica

A proposito del CD di Stefano Nosei e Andrea Maddalone

Stefano-Nosei-Lovin-JamesQuando Stefano Nosei è venuto a propormi il suo nuovo progetto discografico e mi ha parlato di ‘taylorizzazioni’ o qualcosa del genere, non mi sono sentito particolarmente esaltato, anzi ero quasi annoiato dall’ennesima proposta di un CD pieno di cover, rifacimenti ‘inesatti’ di qualcosa che esiste già in natura e che non si capisce perché debba essere ascoltato ‘rifatto’ da uno come Nosei…
Poi, quando ha messo su il master del lavoro finito, mi si sono illuminati gli occhi, forse sarebbe meglio dire gli orecchi o le orecchie, fate un po’ voi.
Ho accettato allora con entusiasmo il progetto, catturato intanto dal suono che Maddalone aveva creato e dalla voce che Stefano aveva espresso dando fondo a tutta la sua passione per James, ma sopratutto dalla scelta consapevole dei brani e dal loro ‘irriconoscibile’ arrangiamento. Non era un disco che scimmiottava la versione originale dei brani, era proprio un complesso ed efficiente lavoro di taylorizzazione (ora finalmente comprendevo appieno il termine) che aveva trasformato famose hit in qualcosa di nuovo, diverso, piacevole. Un disco da ascoltare in macchina col finestrino aperto e il caldo vendo d’estate che spettina i capelli (ricordi andati…) o anche da ascoltare davanti al caminetto d’inverno o da far trovare sotto l’albero di Natale per gli amici… In poche parole: compratelo, va bene per tutte le stagioni.

Reno Brandoni

NoseiChe dire del disco di Stefano Nosei se non che è una bella idea originale che si concretizza altrettanto bene? Lovin’ James è una splendida dedica all’immenso mondo sonoro e poetico di James Taylor, al quale Stefano è molto vicino e che riesce a esprimere con passione e musicalità.
Ma non è solo una dedica sincera. Perché Lovin’ James è suonato benissimo ed è concepito a quattro mani con Andrea Maddalone, che lo ha arrangiato mirabilmente con l’aiuto di un folto gruppo di amici di vecchia data, che ne fanno un CD da ascoltare con curiosità e piacere.
E se il tocco della chitarre di Stefano e Andrea è tecnicamente perfetto, è la voce a farsi abile strumento che avvicina Stefano al suo mentore, senza mai perdere un’originalità riconoscibile. Voce dal timbro pieno, perfettamente intonata e modulata.
Oltre all’idea originale del voler flettere la canzone al mondo di Taylor (tenera e bellissima la versione di “Sei forte papà”, dove ho l’onore di suonare con la mia tromba) c’è dunque in Lovin’ James un’autonomia propria che, partendo da un’idea vincente, ne fa un lavoro bellissimo che va ascoltato più volte, per essere amato in profondità.

Lovin’ James è molto più che un semplice divertissement di un attore appassionato di buona musica. Non è solo un sentito omaggio a uno dei pilastri della musica contemporanea, né tantomeno una copia di qualcuno. È un disco coerente e maturo, che spiazza l’ascoltatore. Carico d’intelligenza e ironia com’è risaputo essere il mondo poetico di Stefano Nosei.
Sentire per credere.

Paolo Fresu

Stefano Nosei è irritante. Non lo fa con cattiveria, ma ha questa cosa del ‘multiprocessuale’. Questa cosa del multiprocessuale ha più fascino espressa in inglese: multitasking. Per questo la scrivo in italiano: per toglierle attrattiva, altrimenti mi irrita di più. Multiprocessuale significa che è in grado di svolgere più compiti allo stesso tempo, come la casalinga: e spupazza il pupo, e manteca il risotto, e svapóra la camicia, e vai a fare corso di zumba con le amiche; il tutto fatto bene. E qui arriva l’irritazione, almeno per me che se apro una porta e contemporaneamente telefono, o non riesco ad aprire la porta o non riesco a scandire le parole.
Tale meccanismo, trasferito nel mondo del Nosei, significa che egli: canta di brutto (‘intonato’ dannazione, che è una tradizione dei miei tempi che va perdendosi), suona la chitarra a volte addirittura meglio, con quella ‘nonscialanza’ come a dirmi: «Ma sì, niente di che, potresti farlo anche tu se solo fossi in grado». In più è un attore comico che sul palco fa ciò che i comici dovrebbero fare e spesso non fanno: suscitare risate. 
Tutto ciò, per me e dal mio punto di vista ‘monoprocessuale’, si risolve in una battaglia persa. Mi fa venire in mente quando dal vivo, con il complesso degli Elio e le Storie Tese, accompagno al piano mentre ‘coreggio’ nei cori del finale di “Supergiovane”: non avendo nessuna indipendenza ritmica, mi ritrovo a suonare obbligatoriamente le stesse parti che sto cantando (zan zan zan, zan zan); il risultato sonoro è quello della famosa barzelletta del batterista al night che dice: «Ahó, regazzi’, nun me rompe er c****!» [per comprendere questo riferimento, farsi raccontare da un musicista d’esperienza la barzelletta, o cercarla sull’internèt; ho messo gli asterischi perché non mi pareva bello scrivere cazzo su una rivista di classe come questa – N.d.A.]

Fiuggi-Guitar-Festival-Nosei-Maddalone
Stefano Nosei e Andrea Maddalone

Tornando a bomba, quando Nosei – mio antico sodale del culto jamestayloriano – mi ha invitato a spianofortare su questo disco, ho pensato che potevo rendergli pan per focaccia. Per questo in alcuni passaggi ho suonato sovrapponendo più tracce, per millantare di saper fare cose che nella realtà non so fare, o almeno per far credere che ho più dita. In tutta modestia il risultato è buono, ma lui non saprà mai che ho usato un trucco. Porca zozza mi sono tradito, adesso che l’ho scritto lui lo sa. 
Ma è troppo tardi per rimediare.
Quello di reinterpretare belle e celebri canzoni con un arrangiamento rinnovato non è la novità del millennio; ma farlo con cura, con rispetto della scrittura originale e senza spocchia, quello sì che è un boccone d’ossigeno. E riascoltare grandi classici del pop come li avrebbe potuti cantare e suonare un genio come JT, è allo stesso tempo una gioia per le trombe di Eustachio (e di Fresu) e un piccolo esilarante tsunami di sensazioni contrastanti ma tutte godibili, mannaggia li pescetti.
Esperienza consigliata, nell’ordine
:
– ascoltare Cutting Their Own Groove dei Big Daddy. Constatare l’effetto straniante dei grandi classici del pop degli anni ’70 e ’80 arrangiati come se fossero stati composti e suonati negli anni ’50 e ’60;
– ascoltare un Greatest Hits qualsiasi di James Taylor;
– ascoltare Lovin’ James di Nosei;
– constatare come l’incrocio magico (ne parlava la reclàm di un famoso reggipetto di tanti anni fa) delle chitarre di Stefano e di quel satanasso di Andrea Maddalone renda plausibilmente jamestaylorosi i titoli più inaspettati
;
– dire: «minchia papà». Ma non in accezione negativa. Più nel senso di dire: obbiettivo centrato, mannaggia a voi.
Giudizio finale in una scala da 1 a 10:
– 9 punti di gradimento sonoro (il punto mancante è per una canzone che non mi è piaciuto tanto com’è venuta, ma voi non saprete mai qual è… segue risata da cattivo come nei film: https://youtu.be/gvObIj7MKXY);
– premio della critica all’intero lavoro e a Nosei e Maddalone (‘critica’ intesa nel senso di ‘giudizio negativo’, ‘disapprovazione’ per quella cosa del multiprocessuale che ho detto all’inizio): 15.
E un enorme bacino dal vostro unico amico…

Rocco Tanica

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