Considerazioni sull’articolo «Quando uscì “Nicola”» di Giovanni Unterberger

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(di Antonio D’Alessandro / foto di Piero Angelo Legari) – Ospitiamo volentieri questo intervento nel quale Antonio D’Alessandro, chitarrista classico che abbiamo incontrato più volte tra Acoustic Franciacorta e Cremona Mondomusica, replica alle sollecitazioni proposte da Giovanni Unterberger nel suo articolo «Quando uscì “Nicola”» sul numero di dicembre scorso, e riprende il tema dei rapporti tra chitarra classica e acustica, affrontato quest’anno all’Acoustic Guitar Village di Cremona Mondomusica nel corso dell’incontro sugli “Stati generali della chitarra acustica in Italia, classica e moderna”.

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Antonio D’Alessandro a Cremona Mondomusica – foto di Angelo Legari

Gentilissimo direttore,
sono un tuo appassionato lettore, chitarrista classico di professione, mi chiamo Antonio D’Alessandro. Mi piacerebbe soffermarmi, se mi è concesso, su un articolo che ho trovato molto interessante, apparso nel numero di dicembre della tua prestigiosissima rivista e firmato dal maestro Giovanni Unterberger con il titolo «Quando uscì “Nicola”», dedicato fondamentalmente ‘tra le righe’ a un muro che esisteva tra il mondo della chitarra cosiddetta classica e quello della chitarra cosiddetta acustica, un muro che ha visto i primi segni di cedimento, secondo Unterberger, grazie a un brano di Bert Jansch intitolato “Nicola”.
Entro nello specifico degli argomenti trattati in questo scritto non per presa di posizione preconcetta nei confronti del mondo delle sei corde di metallo, che adoro (chi mi conosce sa bene con chi ho il piacere di collaborare artisticamente), ma prendo spunto da questo interessante articolo per ricordare luminosi chitarristi classici che hanno fortemente inciso sul ‘proprio’ mondo artistico, ispirando grandi colleghi appartenenti a un altro mondo ad essi molto lontano, la chitarra acustica appunto, ma purtroppo spesso ignorati ingiustamente, forse per pigrizia o forse perché raramente ci si interroga sulla musica – in notazione mensurale o trascritta in tab, poco importa – che si appoggia sul leggio per impararla e interpretarla.
Di interpreti che hanno segnato il cammino di molti chitarristi, classici e non, parlerò con una certa specificità legata anche al periodo storico, dopo aver evidenziato in questo mio scritto i momenti dell’articolo di Unterberger che mi spingono a dare delucidazioni sull’apparente divergenza tra la chitarra classica e acustica.

Dopo una breve introduzione, nella seconda parte dell’articolo si dice che nel 1981 venne pubblicato il Metodo per chitarra ragtime scritto appunto da Giovanni Unterberger e che, fortunatamente per l’autore, si perde il conto dei colleghi classici che clandestinamente studiarono, in segrete e probabilmente buie stanze, le opere di indubbio valore contenute nel libro. Questo perché, e credo che abbia ragione Unterbeger, aleggiava nell’aria, cito testualmente, «una presunta superiorità della chitarra classica».
L’articolo in sintesi vede la sua conclusione evidenziando che questa divergenza oggi non esiste.

Quando “Nicola” fu partorito dal genio qual era Bert Jansch, io non ero neanche nato, era il 1967. Ma mezzo secolo prima, nel 1909, si spegneva Francisco Tárrega, spagnolo, che non aveva avuto una formazione chitarristica classica, di chi attinge le prime nozioni dal noto Metodo di Ferdinando Carulli, il primo libro di chitarra scritto prima del 1844 e sul quale tutti i chitarristi classici hanno studiato. Tárrega era un musicista completo: pianista e compositore, ha scritto tra le più belle pagine di chitarra, d’ispirazione per molti colleghi finger che sul tema di “Lágrima”, per esempio, hanno dato personale e dignitosa interpretazione.
Agustín Barrios Mangoré, nato in Paraguay nel 1885 e morto nel 1944, compose centinaia di brani che suonava su una chitarra con corde di budello, ma la sua prima chitarra montava corde di metallo. E fu il primo chitarrista al mondo a incidere un disco, dunque era il primo disco di chitarra in assoluto; e non erano brani ‘classici’, erano composizioni proprie che noi collochiamo nel mondo colto, ma c’erano trascrizioni di temi popolari o d’opera… Non solo, fu uno dei primi a sperimentare l’accordatura aperta su numerosi brani: leggendario è il brano “Chôro da saudade” con la sesta in Re e la quinta in Sol. Capirete, erano i primi brani con un’accordatura simile ed eravamo a cavallo del XIX e XX secolo; finiva da pochi decenni il Romanticismo. Indubbiamente, lui ispirò chi dell’accordatura aperta ne fece una ragione di vita… Le sue opere, potrei citarne a decine, hanno emozionato e interessato chiunque suonasse una chitarra, compreso il grande Andrés Segovia – un Dio in terra! – che conosciuto Barrios e sentita “La Catedral” chiese al maestro paraguaino una copia della parte. La storia ci insegna che la musica spedita da Barrios non arrivò a Segovia e, di conseguenza, non ci fu mai un’interpretazione dell’opera di Barrios da parte del maestro andaluso.
E infine cito, ma non perché non ho altri esempi da elencare, il grande maestro Alirio Diaz – venezuelano e vivente: ha 92 anni! – che con le trascrizioni di temi venezuelani e la scoperta delle opere del grande Antonio Lauro ha portato il folklore della sua terra nei più importanti teatri di tutto il mondo.
Molte delle opere citate non erano scritte sul pentagramma. Barrios, per esempio, tramandava per imitazione le sue opere a chi non conoscesse la notazione su pentagramma. E lo stesso Alirio Diaz apprese la grammatica musicale in età matura e, a chi non leggeva lo spartito, impartiva lezioni di chitarra servendosi delle tablature: ho assistito io stesso a una sua lezione di questo tipo.
Ci sono stati dunque musicisti, e ancor prima uomini, che hanno condotto una vita professionale esemplare, che assai dista da quella di colleghi i quali – nascondendosi dietro l’austero e solenne termine ‘classico’ – tendono a nascondere un umiliante livello artistico e tecnico, nonché una sincera insensibilità musicale, tradendo la propria categoria, quella del chitarrista classico, e lodando opere di un mondo musicale che non appartiene loro. Ma non è detto che di tali opere siano eccellenti interpreti: sono individui che non appartengono a nessun mondo musicale, neanche chitarristico!
Se nel 1981 il maestro Unterberger avesse incontrato un vero concertista, come per esempio il maestro Alirio Diaz, avrebbe avuto la soddisfazione di sentir suonare le proprie opere in tutti teatri del mondo.

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Antonio D’Alessandro e Stefano Zeni a Cremona Mondomusica – foto di Angelo Legari

Vedi direttore, e concludo, la verità è che nei Conservatori spesso non insegnano dei concertisti, dei musicisti puri, degni di questo nome. Purtroppo soffriamo le conseguenze di una ingiusta legge che, quando furono istituite le classi di chitarra (e non solo), agevolò persone che non avevano nessun titolo artistico ed elemento tecnico-culturale per diventare titolari di una cattedra di chitarra all’interno dei Conservatori. Potrei citarne a decine, ma rischierei una querela. E così, purtroppo, essendo questi la maggior parte, succede facilmente che esimi maestri come Giovanni Unterberger incappino in chitarristi titolati come ‘docenti di Conservatorio’ o ‘chitarristi classici’, che invece altro non sono che persone con la custodia vuota…

Io non sostengo la teoria di chi dice che esiste un muro tra la chitarra classica e acustica, credo che questo muro non sia mai esistito. Ma quando suono nei festival e incontro persone che amano proferire in merito teorie logorroiche, comprendo di non avere di fronte un concertista; piuttosto intuisco la ‘pochezza’ del mio interlocutore, sia nello stile che nel modo di fare musica.
Invece, di fronte a un concertista, mi trovo a scoprire una persona curiosa, assetata di nuove conoscenze, che intende sperimentare ciò che non ha mai fatto e, nel caso in cui non dovesse riuscire, riconosce valore e stima a chi trova di facile soluzione ciò che egli stesso non è riuscito a realizzare. Nella mia esperienza artistica, sono stato baciato dalla fortuna e ho trovato maestri che nella vita mi sono stati di esempio. Tutti hanno avuto in comune un pensiero di fondo che mi hanno trasmesso: professionalità vuol dire impegno, costanza, coraggio d’esporsi e umiltà.

Il muro lo alza chi teme il confronto e, nel nostro mondo, ha ragione chi con lo strumento si diverte suonando qualsiasi cosa – o meglio: ciò che meglio sa suonare – e apprezza tutto ciò che non può esibire.

Antonio D’Alessandro

 PUBBLICATO

Chitarra Acustica, n.03/2015, pp. 14-15

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