Il più grande chitarrista dei Pooh: intervista a Dodi Battaglia

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(di Gabriele Longo) – «Il più grande chitarrista dei Pooh»: in questa affermazione surreale, con la quale ama scherzare Dodi Battaglia, c’è un po’ l’essenza del musicista che ama trasgredire pur rimanendo nel solco della tradizione. In quasi cinquanta anni nei Pooh, il più famoso gruppo pop italiano, bandiera della bella melodia italiana, della canzone ‘popolare’ amata dal grande pubblico, il chitarrista bolognese, ex fisarmonicista prodigio, ha contribuito in modo determinante al grande successo pluridecennale della band, ritagliandosi il ruolo di autore, cantante e soprattutto abile chitarrista, tanto da guadagnarsi sul campo vari riconoscimenti internazionali come quello di ‘Miglior Chitarrista Europeo’ conferitogli nei primi anni ’80 dalla rivista Stern. Ed è qui che scatta la sua ironia. Lui si reputa un buon chitarrista, meritevole di aver trasferito energia creativa e sonora nel sound dei Pooh grazie allo studio e alla ricerca costanti sulla chitarra, tanto da sentirsi non il miglior chitarrista europeo… ma addirittura ‘il miglior chitarrista dei Pooh’! La chiacchierata che segue con Dodi è orientata principalmente sul suo nuovo album solista, Dov’è andata la musica, in uscita il 7 aprile e realizzato con il grande Tommy Emmanuel. Il disco è composto da otto tracce cantate e quattro strumentali, in bilico tra diversi generi musicali che spaziano tra il pop, il rock, la musica mediterranea e il country. Ma c’è spazio anche per l’uomo, la sua storia, e per il racconto di un amore incrollabile, quello per la chitarra acustica.

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Dodi Battaglia – foto di Gerardo Barghini

Ciao Dodi, prima di tutto grazie della tua disponibilità a parlare con la nostra rivista del tuo disco di imminente uscita. Vorrei lasciarti libero di introdurre l’argomento come meglio credi.
Beh, intanto è un disco che nasce da uno spirito profondo di stima e di amicizia che siamo riusciti a coltivare, benché siamo nati agli estremi opposti del pianeta: Tommy Emmanuel, australiano, in giro per il mondo dalla mattina alla sera, ed io, che sono italiano. Questa è una delle matrici che stanno alla base di questo progetto in cui, appunto, siamo riusciti a coniugare insieme due mondi: uno australiano, o per lo meno internazionale, e l’altro mediterraneo, al fine di realizzare un disco che è sostanzialmente una maniera per mettere insieme queste varie sfaccettature di fare musica. Non è semplice, e questo credo sia uno dei motivi per poter dire che la musica è veramente un trait d’union universale, un linguaggio che alla fine mette d’accordo tutti. Quindi, ripeto, un progetto che nasce dall’amicizia e dalla grande considerazione che ho io di colui che è ritenuto il più grande chitarrista fingerstyle del mondo, ma che secondo me è il più grande chitarrista… e basta! Anche in questo disco ha dimostrato di saper imbracciare non soltanto la chitarra acustica, ma anche l’elettrica in diverse parti. Per cui, io, in una presentazione che compare nella copertina, affermo: «Qual è il chitarrista che non ha sempre sognato di poter duettare con un Al Di Meola, un John McLaughlin, un Paco de Lucía?» E in una seconda battuta: «Qual è il chitarrista che non abbia detto “Dio mio, ma che regalo ci ha fatto il cielo regalandoci un musicista come Tommy Emmanuel che incarna la più alta manifestazione che Dio esiste?”» No?

È vero!
L’ho detto in maniera scherzosa, ma mica poi tanto! Per cui, aver avuto questa grande fortuna è stata una cosa esaltante. Fra l’altro era un progetto che da tempo ci ripromettavamo di realizzare. Tommy era stato in tour con noi dei Pooh un paio d’anni fa, e da allora feci una scommessa con me stesso, con i miei colleghi e con il nostro pubblico: «Scommetto che questo straordinario artista, con una semplice chitarra acustica in mano, può salire sul palcoscenico dei Pooh, dove ci sono i fan scatenati che vogliono ascoltare “Pensiero”, “Piccola Katy”, “Chi fermerà la musica”, ad aprire il nostro concerto e riscuotere un successo incredibile». E così è stato! Quell’esperienza così esaltante fece scattare tra me e lui una bella amicizia, che abbiamo coltivato nei mesi a seguire. Mettici pure che proprio da allora noi dei Pooh abbiamo deciso di prenderci un paio di anni sabbatici, per dedicarci a quella che sarà la preparazione del nostro cinquantennale, un appuntamento molto importante per noi. E allora in questo periodo Roby Facchinetti ha fatto il suo disco, Red Canzian anche, ed io mi sono fregato le mani per la mia grande occasione di realizzare il mio disco da solista che finalmente ha visto la luce.

Quando cadrà l’anniversario del cinquantennale?
Nel 2016, datando l’inizio della carriera dei Pooh nel 1966, anno in cui io non ne facevo ancora parte, essendo entrato nella formazione nel ’68, né tanto meno Red, né tanto meno Riccardo Fogli, né tanto meno Stefano D’Orazio; però la data ufficiale è comunque il 1966. Spero che in questa occasione così speciale ci saranno anche Riccardo e Stefano, ma non è certo. Io spero ardentemente di sì.

DodiBattaglia_TommyEmmanuelArriviamo all’attualità. Dopo aver ascoltato un paio di volte il tuo nuovo disco, Dov’è andata la musica, mi ha colpito questo fatto: il brano che apre e quello che chiude il CD, mi è sembrato come se per te fossero i due limiti estremi entro i quali racchiudere poi, durante il percorso del disco, tutte le varie proposte stilistiche che hai considerato.
Bravo, mi piace molto! Hai colto un aspetto di questo lavoro che io ho fatto in maniera ‘incosciente’. Però, ad una lettura disincantata, esterna come la tua, hai perfettamente ragione.

Bene, mi fa piacere averlo colto.
Sì, in effetti il brano iniziale, “Mediterranean Girl”, introduce un’atmosfera internazionale e mediterranea al tempo stesso, con quelle sonorità legate al mondo chitarristico di Al Di Meola e un po’ anche al prog. Nell’ultimo brano strumentale, intitolato “Vale”, viene invece fuori la mia anima di compositore, di melodista in un certo senso. Anche se io sono il tipico chitarrista che fa i soli importanti, sono pure il musicista che compone delle arie cantabili come “L’altra donna”, come “Canterò per te”, come “Cinquanta primavere” che ho affidato alla voce di Stefano D’Orazio [brani dal repertorio dei Pooh – N.d.R.]. Per cui hai colto i due poli opposti, all’interno dei quali c’è un mondo se vuoi anche più rock, più aggressivo.

Sì, del resto si coglie certamente il tuo anelito a proporre un tuo ruolo di cantautore…
Sì, certo.

di autore di canzoni, che canta le proprie canzoni, che dà un peso ai testi, con una veste musicale molto ricca e variegata, riflesso delle tue molte frequentazioni stilistiche.
Hai letto che io ho scritto i testi?

Ah, ecco, lo sto sentendo adesso da te. Ho letto che in qualche brano sei coautore anche delle liriche.
Beh, no. Diciamo che i testi sono miei con l’aiuto di alcuni amici che fanno quello di mestiere più di me. Perché questo? Perché, come probabilmente tu sai, due anni fa è scomparso il grande Valerio Negrini, l’autore dei testi più belli del repertorio dei Pooh, tra cui “Uomini soli”, “Tanta voglia di lei”, “Dammi solo un minuto” e tantissime altre. Testi che hanno preso il cuore non soltanto dei fan dei Pooh, ma anche dell’Italia e oltre. E allora, dal momento che volevo fare un disco che mi doveva rappresentare, per il quale amavo raccontare di me stesso, ho pensato di prendere la penna in prima persona, sperando in un aiuto dall’aldilà da parte di Valerio e, nel contempo, chiedendogli scusa di questa intromissione nel suo mestiere. Sono contento di averlo fatto.

Tornando alla musica, mi sembra di aver colto un elemento di novità nello stile flamenco che caratterizza il linguaggio del brano d’apertura del CD. Entrando più nello specifico, mi puoi dire chi suona cosa tra te e Tommy Emmanuel a partire proprio da “Mediterranean Girl”?
Ah, questo pezzo è un po’ il filo conduttore di tutto il disco. Come dicevo prima, essendo Tommy il più grande chitarrista fingerstyle del mondo, mi sono approcciato alla chitarra acustica grazie a lui. Ma rimane il fatto che il mio modo di suonare è più legato al rock e quindi alla chitarra elettrica. Ecco, in questo brano che ho scritto io, ho affidato a Tommy tutte le parti di chitarra acustica, compresi i soli in acustico, e ho conservato per me tutte le parti in elettrica, compresi i soli. Nell’album ci sono poi alcuni esperimenti in certi casi, come per esempio nel brano “The Journey”.

Dodi-Battaglia_Tommy-EmmannuelEcco, qui troviamo un Tommy Emmanuel elettrico.
Esattamente, per cui è un po’ l’eccezione che conferma la regola, tant’è vero che qui siamo due chitarristi elettrici. Ripercorrendo la scaletta, abbiamo: “Grazie”, in cui Tommy è all’acustica ed io all’elettrica; “Streghetta” e “ Io non so amare a metà”, come sopra; “The Journey”, appunto con due chitarre elettriche; “Una nuova pagina” dove ci sono un’elettrica e un’acustica: gli armonici e tutti gli abbellimenti in acustica li fa Tommy, l’arpeggio di base lo faccio io con l’acustica e suono anche l’elettrica. Anche il bellissimo intro dell’ultimo brano, “Vale”, è opera di Tommy. Insomma, riassumendo, tutte le acustiche, tranne “Una nuova pagina”, sono fatte da chi le sa fare molto, molto meglio di me!

Dodi, come sono andate le sedute di registrazione?
Allora, questo progetto nasce nel mio studio a casa mia, a Bologna, in una specie di sotterraneo, di cantina adibita appunto a studio di registrazione. E lì, insieme con l’arrangiatore e programmatore delle tastiere Danilo Ballo, abbiamo cominciato a lavorare al progetto. Dopodiché siamo andati ad Acquapendente in provincia di Viterbo, vicino ad Orvieto, dove c’è un fantastico studio di registrazione, il Mulino Recording Studio; e contrariamente a come si fanno ultimamente i dischi, cioè ‘in the box’, lì ci siamo trovati davanti a un banco di registrazione da 750.000 euro e quindi – puoi capire – cambia un po’ il suono! Grazie a quella tecnologia abbiamo raggiunto un livello di serie A1. Successivamente mi sono spostato, insieme con Danilo Ballo, a Nashville, in Tennessee, dove abita da qualche anno Tommy Emmanuel. Tommy è diventato padre per la terza volta di una bambina fantastica proprio in gennaio, quando si era deciso di registrare le sue parti. Per cui mi ha chiesto la gentilezza di andare io da lui negli States. Arrivati lì abbiamo registrato al Blackbird Studio, il cui proprietario è un grande ammiratore dei Fab Four, di qui la citazione della grande canzone dei Beatles. Sono degli studi meravigliosi, il top del top, con clienti come Michael Bublé e Beyoncé. Abbiamo quindi inciso tutte le parti di Tommy e il brano “Louis and Clark”, uno strumentale scritto da Tommy, suonandolo guardandoci in faccia, assolutamente in diretta.

È l’unico brano in acustico al cento per cento, mi pare.
Sì, dove si è instaurato un vero e proprio dialogo tra di noi.

Invece, per tutti gli altri brani, Tommy si è trovato di fronte ad arrangiamenti già strutturati?
Sì, anche se per tutto lo svolgimento delle registrazioni in Italia, comprese le modifiche a livello di arrangiamento che via via apportavamo, siamo sempre rimasti in contatto tramite email e abbiamo condiviso le scelte di arrangiamento insieme. Poi, a Nashville, per lui si è trattato di realizzare parti che già conosceva in linea teorica.

Dodi, parliamo ora di chitarre. Tu sei endorser Maton?
Sì, come Tommy. In sala d’incisione Tommy ha suonato alcune Maton molto belle che lui ha, ma anche una splendida Collings. In tutto ha utilizzate cinque chitarre, tra cui anche una Martin. Ma aldilà delle differenze specifiche di queste chitarre, il suo suono è determinato da come lui appoggia le ‘manine’! Quale che sia la chitarra.

Dodi Battaglia - foto di Riccardo Bostianich
Dodi Battaglia – foto di Riccardo Bostianich

Per quanto riguarda le elettriche, tu quali strumenti hai suonato?
Guarda, ultimamente sto suonando un esemplare di Fender Strato prodotta dal Fender Custom Shop in edizione limitatissima – appena 50 pezzi – in occasione del Cinquantennale della collaborazione tra il distributore italiano M. Casale Bauer e la Fender, appunto la 50th MCB Anniversary ’62 Stratocaster. È una chitarra straordinaria, sostanzialmente una Stratocaster molto ‘vinteggiata’, che monta due fantastici singoli e un humbucker al ponte, con la quale ho fatto mediamente gli ultimi dischi e anche gli ultimi tour. Poi ho suonato un’altra Strato con manico in palissandro del 1970, una Telecaster del 1959, anche se non è il mio strumento, e anche delle Gibson Les Paul dove c’era bisogno di più power, più spinta, più suono grosso. Per esempio, in “Tu resti qui”, i power chords che stanno sotto sono stati realizzati con delle Gibson (una Custom Black e una Custom Deluxe); e anche nel brano che dà il titolo al disco, “Dov’è andata la musica”, c’è l’utilizzo delle Gibson, proprio perché canzoni più orientate verso il rock dove c’era bisogno del ‘pienone’ sonoro. Io, normalmente, sono un chitarrista che imbraccia una Fender, riconosciuta per avere – tra virgolette – un suono ‘piccolo’, ‘tagliente’, perché suonando all’interno di un gruppo ho la necessità di essere comprensibile nonostante siamo in quattro a cantare e a suonare tutti fortissimo; per cui una Fender che ha il suono più squillante, riconoscibile, è più facile da tirare fuori. Ho utilizzato anche una Fender Jazzmaster del 1965, con la quale ho suonato l’inizio di “Streghetta” con una scalatura di corde bella morbida, che ha prodotto quel bel suono twang. Per quanto riguarda i miei soli, su “Streghetta”, su “The Journey”, su “Tu resti qui” e su “Vale”– quei soli classici col suono da chitarrista che a un certo punto del pezzo dice ‘cuccatevi il solo’ –, sono tutti stati fatti con la 50th MCB Anniversary ’62 Stratocaster, quella donatami da Casale Bauer, che avendo il pickup humbucker al ponte mi dà un suono più grosso pur nella scia del suono riconoscibile Fender.

Tornando allo spirito generale del tuo lavoro, faccio questa considerazione: il tuo disco può essere collocato nel genere pop-rock con venature mediterranee, nel cui sound la chitarra acustica rimane spesso sullo sfondo. Cosa ti senti di dire in proposito?
Diciamo che la chitarra acustica è il trait d’union di questo disco, perché la scelta di collaborare con Tommy Emmanuel nasce dall’amore che entrambi abbiamo per questo strumento. Io già anni fa nel mio primo disco solista, D’Assolo [2003], avevo trattato la chitarra acustica nella sua integrità, comprese le percussioni ottenute percuotendo la cassa dello strumento…

Sì, fra l’altro ne è uscita nel maggio 2012 una ristampa con l’aggiunta di un bel tributo che hai dedicato a Lucio Dalla con la nuova composizione “4.3.2012”, eseguita alla chitarra acustica.
Esattamente! Appunto, dicevo, anche in questo mio nuovo disco la chitarra è il filo conduttore di tutto il progetto: “Mediterranean girl”, il brano spagnoleggiante d’apertura, è stato composto sull’acustica; “Una nuova pagina” è stata scritta con una chitarra acustica; “Il treno della vita” idem; “Louis and Clark” è un brano che poggia proprio sulla chitarra acustica. Per il resto dei brani, la chitarra acustica, anche se non è preponderante, è però sempre motivo di ispirazione.

Perfetto, hai messo a fuoco ciò che intendevo. Hai chiarito che aldilà di un apparente ruolo secondario in alcune tracce del tuo disco, la chitarra acustica ha sempre rappresentato per te e Tommy la scintilla che ha generato il tutto.
Certamente. E poi qual è il chitarrista elettrico, anche il più rockettaro, che non si sia approcciato a scrivere una bella ballad acustica, a evocare quelle sensazioni più intime… sentire una bella chitarra acustica che ti vibra sulla pancia! È una delle cose più inebrianti che a una persona che ama questo strumento possano accadere!

Parliamo di promozione; che progetti hai in questo senso?
Abbiamo già fissato una serie di concerti con la partecipazione di Tommy Emmanuel, che andranno dai primi di luglio fino ai primi di agosto. Io, invece, inizierò il tour già da metà maggio e andrò avanti fino a metà settembre. Avrò un gruppo di musicisti fantastici.

Chi sono?
Danilo Ballo alle tastiere, Roberto Di Virgilio alla chitarra acustica, così da consentirmi di dedicarmi più alle parti vocali, Emanuele Ciampichetti al basso e Meki Marturano alla batteria. Inoltre ci sarà Valeria Caponnetto Delleani ai cori… Ah, ora mi viene in mente un’altra bella voce, quella di Beatrice Ferrantino che ha cantato, unica cantante donna nel mio disco, in “Ti lascio andare via”.

Ti potremo sentire a Roma insieme con Tommy?
Sicuramente sì, anche se attualmente non so dove, ma certamente a luglio.

Abbiamo parlato di chitarre. Vuoi dirci qualcosa riguardo la tua strumentazione da sala e da palco?
Dunque, contrariamente a quello che la gente possa pensare, non sono un grande utilizzatore di effetti. Sono abbastanza un plug & play. Per il disco ho utilizzato una vecchia cassa Marshall degli anni ’60, che da tempo rappresenta la base del mio timbro sonoro insieme con delle testate, alcune Marshall mie, più una che mi è stata affidata da Galeazzo Frudua, eclettico musicista bolognese nonché valente costruttore di chitarre, bassi e amplificatori, che ho utilizzato per molte parti elettriche del disco. L’unica variante a questo assetto è stata l’utilizzazione di un mio vecchio Vox AC30 che ho utilizzato in “Louis and Clark”.

Dodi, vogliamo fare un salto a ritroso e ascoltare dalla tua voce come hai iniziato a suonare la chitarra?
Guarda, intanto io sono il chitarrista più fisarmonicista della storia! Nasco con una grande passione per la musica che era tutta dedicata allo studio della fisarmonica. Ho cominciato a suonarla all’età di cinque anni: non leggevo ancora a scuola, ma già leggevo le prime note in musica! Sono andato avanti così fino ai miei quattordici anni. È stato allora che in un grande magazzino di Bologna ho sentito un suono fantastico: era la musica degli Shadows in un brano che si chiama “Atlantis”… e di lì in un attimo ho buttato via nove anni di studio di fisarmonica e ho cominciato a suonare la chitarra! Da lì, avendo un grosso know-how musicale – fra l’altro io vengo da una famiglia di musicisti – ho fatto passi da gigante, tant’è che ad appena diciassette anni sono entrato a far parte dei Pooh! Proprio quando avevano appena inciso “Piccola Katy”. E subito mi trovai davanti a un bivio: continuare a suonare “Piccola Katy” tutta la vita o coltivare lo studio per la chitarra… Sai, ero agli inizi degli anni ’70 e cominciai ad affezionarmi a chitarristi come John McLaughlin, Al Di Meola, Paco de Lucía, Tal Farlow, George Benson, insomma a tutti i grandi che hanno fatto grande questo strumento. Per cui ho cercato di portare avanti un chitarrismo per il quale, se mi permetti, vorrei fossi etichettato così: ‘il più grande chitarrista dei Pooh’! A parte gli scherzi, se ho avuto un merito nella vita è il fatto di aver tradotto in ‘italianese’ la chitarra elettrica, che non aveva niente di italiano. Forse si sono vendute un sacco di Stratocaster e qualcuno ha cominciato a suonarla grazie – un po’ – a quello che è stato il mio approccio alla seicorde che, ripeto, ho voluto considerare come un trampolino per la mia carriera e per la passione di tante persone, che non hanno voluto relegare la chitarra ai primi accordi di “Piccola Katy”.

Gabriele Longo

PUBBLICATO

 

 


Chitarra Acustica, n.04/2015, pp.28-32

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