Gli ultimi giorni – Intervista a Enzo Gentile

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Gli ultimi giorni
Intervista a Enzo Gentile
di Reno Brandoni e Andrea Carpi

Ci sono molte cose di cui si sente la mancanza. Una era proprio quella affrontata dal nuovo libro di Enzo Gentile con Roberto Crema: un’attenta e approfondita analisi degli ultimi giorni di vita di Jimi Hendrix. Dove finisce la leggenda? Dove inizia la tragedia? Tante domande potevano avere una risposta concreta, ma la ‘storia’ ha preferito liquidarle nel modo più idoneo e confacente: bisognava soddisfare la necessità di sostenere la figura del mito maledetto, scomparso nel modo richiesto dalla sua fama per completare – con una degna fine – un percorso di vita al di fuori di ogni regola. In realtà nessun mistero e nessuna prova occultata, nessuna imprecisione, solo un superficiale e sbrigativo riepilogo di un dramma, che doveva risultare affine alla carriera e alla vita di una delle figure più controverse della storia della musica rock. Il lavoro di Gentile e Crema, The Story of Life – Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix, mette fine a ogni illazione chiarendo con precisione ogni momento di quegli ultimi giorni, restituendo finalmente la verità dei fatti così come realmente accaduti, lontani da ogni pregiudizio e ogni conveniente conclusione.

Questo breve dialogo con Enzo Gentile approfondisce le ragioni di un mito e svela i retroscena, che potranno essere meglio approfonditi solo leggendo con attenzione le pagine di questo interessante volume. (r.b.)

La prima cosa che appassiona del vostro libro è il fatto di smitizzare l’idea stereotipata dell’artista maledetto, morto per overdose. Avete dimostrato con i fatti che l’autopsia in realtà non ha rilevato alcuna presenza di stupefacenti, se non del vino rosso e un sonnifero. Questa realtà come modifica il mito di Hendrix?

«Non credo che si modifichi il mito di Hendrix, soprattutto agli occhi e alle orecchie di chi già ben lo conosce. Temo purtroppo che per un riequilibrio, per ristabilire anche la sua immagine presso la grande opinione pubblica, sia forse un po’ tardi. Non saranno poi le nostre ricerche a cambiare l’ordine dei fattori. Oltretutto questa autopsia e i dati erano già disponibili, il problema è che nessuno voleva leggerli e diffonderli. Direi che l’immagine e l’aura di Jimi, dopo cinquant’anni, hanno resistito a tutto. Quindi questo è quel che conta.»

Un altro elemento importante è l’aver evidenziato la stanchezza di Hendrix nel periodo che ha preceduto la sua morte. Hendrix era un artista sotto pressione, faceva moltissimi concerti, era molto stanco, aveva iniziato a pensare di cambiare vita, di andare a vivere in un posto tranquillo, in campagna, di imparare a leggere la musica, di concentrarsi di più sulla composizione e sullo studio. Quanto ha influito questa situazione sulle cause della sua morte e sui suoi progetti musicali?

«Sono certo che tutto ciò non fosse ininfluente: troppe le dichiarazioni, troppe le ombre che emergono dalle interviste. Sui progetti musicali non possiamo dire, perché purtroppo non c’è stato tempo: quello che stava registrando risaliva comunque a qualche mese prima, ai primi passi negli Electric Lady Studios. Immagino che ci fosse una strada davanti, tutta da esplorare: le cose uscite successivamente e che si riferivano a quel periodo dicono che una trasformazione fosse in atto; troppo poco, però, per capirne davvero la profondità.»

Nella prefazione del libro, Leon – il fratello minore di Jimi – fa capire che Hendrix non controllava le sue finanze, che suonava tantissimo ma gli arrivava poco, che aveva subìto probabilmente uno sfruttamento da parte del suo entourage. Ciò è stato causato dalla fiducia riposta su persone sbagliate, da una sua noncuranza?

«Sicuramente Jimi aveva riposto fiducia su alcune persone e si era dedicato alla sua musica, lasciando perdere le questioni pratiche, molte questioni pratiche comprese quelle economiche. Se ne accorse un po’ in ritardo, quando cominciarono ad arrivare le cause legali, i costi degli studi che aveva appena aperto… Sul suo conto corrente, al momento della morte, rimangono cifre ridicole per quella che era la movimentazione del suo business personale. Il fratello non ci fornisce delle misure precise. Però, in qualche punto nelle sue dichiarazioni, dice che vedeva uscire dai camerini delle valigie piene di denaro, tanto quanto Jimi non non ne aveva mai visto in una volta sola. Quindi c’era sicuramente una condizione di sfruttamento a più livelli, a più riprese, da più persone. Jimi suonava talmente tanto in giro o in studio, che non aveva contezza, non aveva il controllo della situazione; probabilmente anche per una certa noncuranza, che è tipica di chi si concentra sulla parte creativa e sulla ricerca, come lui faceva effettivamente.»

Può essere questa una delle ragioni per cui ora il patrimonio di Hendrix è bloccato ed è così difficile ricevere permessi sulla sua musica o sulla sua immagine?

«Quello che è successo in termini di eredità e di controllo sui diritti lo abbiamo un po’ accennato nella parte successiva alla morte e al funerale: è una battaglia senza esclusione di colpi, che vince a tutti i livelli la sorella Janie in tutti i suoi round, e da cui viene invece escluso sempre e comunque Leon. Il patrimonio di Jimi è bloccato, i permessi non vengono concessi perché tutto è concentrato e avocato presso una Fondazione a Seattle. Quindi diventa impossibile interagire al di fuori delle condizioni, che sono impraticabili, dettate dalla famiglia; dalla famiglia di Janie.»

Che difficoltà avete incontrato nel rintracciare il materiale dell’epoca? Avete notato delle reticenze da parte di chi ha vissuto quel periodo?

«Il materiale era in buona parte a disposizione di Roberto Crema, che – essendo un collezionista – nel giro di decenni aveva comunque concentrato moltissimi documenti tra giornali, riviste, fonti varie, carte, oltre ovviamente a dischi, libri e così via. Questo fatto ha richiesto un lavoro di setaccio di una certa difficoltà, perché la documentazione era vastissima. Abbiamo scelto il materiale dell’epoca, che era già abbastanza sotto controllo. Quanto alle reticenze, direi di no. Anche in questo caso, del resto, Roberto aveva già realizzato alcune interviste. E tanti personaggi di allora erano comunque già stati contattati e avevano dato la loro disponibilità. Quindi è stato soprattutto importante mettere a fuoco quello che ci serviva da ciascuno di loro.»

Hendrix è sempre stato considerato un’icona rock, ma la sua musica fondamentalmente traeva origine dal blues. Come consideri questa sovrapposizione di immagine? Era una scorciatoia commerciale?

«Il blues per Jimi è effettivamente una fonte, una radice. Anche nelle sue prove acustiche – se ne vedono alcune anche in video – la dinamica del blues è quella vincente. Sono certo che tra le tante esperienze, tra i tanti stili che lo hanno accompagnato, anche nel suo futuro ci sarebbe stato il blues. Ovviamente intrecciato ad altro, forse alla musica world; forse, chi può dirlo, alle esperienze che si sono affacciate negli anni ’70-’80. Il blues era la sintesi e il modo per sintetizzare e per coordinare tutto il resto del suo pensiero. Quindi non vedo tanto una sovrapposizione, e nemmeno un espediente commerciale, quanto proprio una specie di grande corrente che Hendrix nutre fin da quando si è affacciato alla musica.»

Immaginando un percorso diverso, se non ci fosse stata la morte, quale sarebbe stato il futuro di Jimi? Lui si era avvicinato alla chitarra acustica, si vedeva con Miles Davis per mettere in piedi un nuovo gruppo…

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«Jimi era soprattutto un grande curioso, oltre che una specie di radar. Per cui, nella sua collezione, si sono trovati tanti dischi di musica classica, oltre ai dischi di rock’n’roll, di blues ovviamente. Era una spugna e in questo modo, anche se non esplorava tutto, tratteneva tutto quello che esplorava. Quindi l’incontro con Miles Davis, che si sarebbe comunque realizzato, era al centro delle sue curiosità. Miles e Jimi si erano fiutati evidentemente attraverso l’ascolto reciproco dei dischi. E quando si erano visti in un paio di occasioni, era nata una sensibilità comune. Probabilmente Jimi sapeva di essere per certe cose ancora insufficiente. Infatti sarebbe andato a prendere lezioni di musica per poterla scrivere, per poterla leggere, cosa che era un requisito necessario per poter dialogare alla pari, o quasi, con un monumento come Miles. E sicuramente Miles avrebbe tratto giovamento dalla sua chitarra. Non a caso, nelle band del Miles elettrico, la chitarra c’è sempre; a partire da John McLaughlin, che in quel periodo – a fine anni ’60 – aveva cominciato a collaborare con Davis. Tra l’altro Alan Douglas era stato il produttore sia di John che di Miles, ed era molto vicino anche a Jimi. Quindi c’erano tanti circoli viziosi e concentrici che portavano a una soluzione comune, potenzialmente straordinaria.»

Alcuni parlano di certe tracce registrate in studio con Miles Davis, ma non si hanno informazioni. È solo una leggenda, o queste tracce sono occultate per specifiche scelte commerciali?

«Sulle registrazioni lasciate eventualmente da Miles e da Jimi ci sono state tantissime voci. Qualcuno ha anche detto di averle ascoltate. Sembra però difficile, anche se i due si sono sicuramente incrociati, si sono toccati. Comunque non si sarebbe trattato di vere e proprie session, ma al limite di un divertissement improvvisato. Per esempio John McLaughlin racconta – me lo ha detto lui personalmente – che esistono delle sue tracce insieme a Jimi, ma che – essendo appunto sue – non avranno mai la possibilità di venire alla luce. Il motivo non lo so. Sono venute male? Non lo soddisfano? Sono di troppa distanza l’una dall’altra? Non lo so. Il fatto è che si parla di tante cose che ‘esisterebbero’, ma rimangono in qualche cassetto. Su questo e tanto altro, qualche dubbio e qualche mistero rimane.»

Ci sono degli estratti del libro che avreste piacere di citare per l’occasione? Qualcuno in particolare che tratti del suo avvicinamento alla chitarra acustica?

Circa il suo avvicinamento alla musica acustica non abbiamo delle specifiche parti nel libro, nel senso che trattando soprattutto della sua vita quotidiana in quella Londra di mezza estate, fine estate, raccontiamo quello che stava facendo. Erano anche giorni di riposo o comunque di scelte molto molto tradizionali dallo shopping al cinema alla cena con gli amici. Quindi non si parla di progetti musicali. Sicuramente l’avvicinamento alla musica acustica era una delle basi e degli stimoli che Jimi aveva sentito. Anche lì ci sono tracce che sono state scoperte nel frattempo. Forse sono solo una parte. Per quanto riguarda una sezione del libro che può essere interessante citare è quella che vuole mettere in parallelo e segnalare il contesto in cui muore il Jimi Hendrix. Il contesto culturale e artistico ma anche di vita sociale. Noi abbiamo voluto indicare qual’era l’altra musica in classifica, piuttosto che i gruppi, le uscite, ma anche la vita in Italia e all’estero proprio per capire come, definire Hendrix un marziano, non è solamente una questione di pratica musicale e di individuazione di una diversità ma è perché non aveva contatti ma aveva a che fare con il resto del mondo, detto nel senso migliore del termine. Se noi vediamo cosa succedeva in Italia in quel periodo capiamo i giornali, che abbiamo riportato tra le foto, come potessero avere certi titoli, essere così disinformati, così assenti così distanti dalla realtà proprio perché lo eravamo in tutto rispetto alla musica di Jimi, che per molti anni nessuno avrebbe capito è colto nella sua grandezza e nella sua capacità prospettica anche futura.

Reno Brandoni
Andrea Carpi

 

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