L’inverno del nostro scontento

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L’inverno del nostro scontento

di Reno Brandoni

Ora l’inverno del nostro scontento
è reso estate gloriosa da questo sole di York;
e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa
sono sepolte nel petto profondo dell’oceano.
Ora le nostre fronti sono cinte di ghirlande di vittoria;
le nostre armi malconce appese come trofei;
le nostre aspre sortite mutate in lieti incontri,
le nostre marce tremende in misure deliziose di danza.
(Shakespeare, Riccardo III, monologo iniziale)

«Ogni limite ha una pazienza» ricordava il grande Totò. Mi sembra, ora, che ogni limite abbia superato la sua pazienza. E non vorrei che il silenzio fosse sinonimo di consenso: per questo è il caso di parlare, di manifestare le proprie idee, con calma, pacatezza, ma anche con un po’ di rabbia, perché non sembri che – come sempre – vada tutto bene e tutto passi e si dimentichi.

La prima volta siamo stati travolti da un evento imprevisto e inimmaginabile, ma lo abbiamo affrontato anche con l’entusiasmo dell’avventura e della sfida: travestiti da santi, poeti e navigatori abbiamo reagito sfidando l’impossibile, certi di vincere. Ci siamo chiusi in casa a difendere le nostre vite e a piangere i nostri morti, ma pronti a rinascere, fieri di ripartire. E quando il silenzio attraversava le strade, abbiamo cantato nei balconi, raccogliendo umanità e sofferenza, fieri di esserci, orgogliosi di appartenere.

Poi il gioco è cambiato, il male ha finto di essere il bene per riportarci nell’abisso, per distruggere il sogno e la speranza. E ci siamo ritrovati sconfitti e dimenticati, ‘responsabili’ di delitti che non abbiamo commesso. Impreparati a tutto.

Ora nessuno si senta innocente: è vero, siamo tutti colpevoli, ma non perseguibili. La vera responsabilità sta nell’impropria gestione, nell’inesperienza, superficialità, non idonea valutazione, trascuratezza, presunzione, arroganza. E nell’attesa di chi si vanta di sapere, di conoscere, di poter dirigere, non avendo gli elementi e la competenza per poterlo fare. Sono i figli dei tutor su YouTube, che cercano le soluzioni su Internet e confondono l’audacia con la perizia.

Un vecchio ministro una volta fu accusato e bandito da una certa classe politica, per aver detto che «con la cultura non si mangia». Oggi quel concetto è stato ribadito e confermato dalla stessa classe politica che si indignava ascoltando quelle parole. E così è stata ignorata, tradita, vilipesa e aggredita ogni ragione di chi crede che la cultura sia, invece, il segreto della civiltà e la vive per spiegarla, insegnarla e farla amare.

Ora il silenzio non è più silenzio, se fa tutto questo rumore. E questo baccano è insopportabile, perché non dice nulla e non porta a nulla. Chi dovrebbe proteggerci si gira dall’altra parte, coperto dal suo mantello di ermellino e dal suo solito sorriso di circostanza. Promesse smentite e ignorate, confermate e poi ritrattate senza alcuna logica, senza rispetto e soprattutto senza vergogna.

Per quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? Per quanto tempo ancora dobbiamo accettare? Per quanto tempo ancora dobbiamo sopportare?

Preparo i pacchi di farina e il lievito madre, ci sarà un nuovo lungo inverno da passare. E l’attesa di una nuova vita che sta per arrivare nella nostra casa riscalda i cuori e ci apre alla speranza e alla gioia. La famiglia sta bene ed è di nuovo unita, come sempre. Per fortuna, perché fuori fa un gran freddo.

Forse avrei potuto chiudere questa riflessione ancora prima di iniziarla, lasciando all’ultima strofa della “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André il compito di chiarire la mia posizione.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Reno Brandoni

 

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