
(di Roberto De Luca / foto di Ernests Dinka) – Forse non è il momento migliore per parlare di virus. Eppure, il web ci ha abituati da un pezzo a fenomeni ‘virali’ spesso clamorosi. Il mondo della musica non fa eccezione. Capita di frequente che la prateria sterminata di YouTube si accenda di bagliori improvvisi: filmati ‘virali’ che in poche settimane catalizzano attenzioni planetarie, contatori di visualizzazioni che girano come pallottolieri impazziti. Un fenomeno figlio dei nostri tempi, che non impressiona più di tanto. Però lo confesso, la prima volta che ho messo l’occhio e l’orecchio sul famigerato video di “Somebody That I Used to Know” nella versione strumentale per chitarra acustica, un ‘campanello d’allarme’ ha cominciato a suonare nella mia testa, e non certo per l’elevatissimo numero dei contatti. Non ho una grossa conoscenza della produzione di Gotye e lo dico con un po’ d’imbarazzo. Da anni sono però abituato ad ascoltare versioni coverizzate di ‘classiconi’ della musica internazionale e, come molti, anch’io sono ormai pronto ad assistere a performance spesso ai limiti dell’incredibile. Quel ragazzone inglese dall’aria dinoccolata ed elegante, un po’ hippie e un po’ mago Merlino, aveva un fascino tutto suo. Dopo qualche passaggio, sono riuscito a focalizzarne la natura: la delicatezza del tocco, la precisione chirurgica delle dita, il senso del timing e la capacità di convertire soluzioni originalissime – frutto di un incredibile bagaglio tecnico – nella naturalezza di un’esecuzione fluida, controllata, per nulla ostentata. Qualcosa di nuovo e al tempo stesso di ‘antico’ si muoveva tra quelle mani. Impressione confermata dal successivo ascolto di What Just Happened, un gran bel lavoro discografico, che si colloca in equilibrio perfetto fra tradizione e modernità. Le note biografiche raccolte in rete rimandavano al folgorante percorso artistico di un ventiquattrenne di talento, con all’attivo molti apprezzamenti della critica, della stampa internazionale e della comunità musicale. Ghiottissima dunque l’occasione di incrociarlo dal vivo, in coincidenza con la sua minitournée italiana, che ha toccato il lago d’Orta, il Six Bars Jail di Firenze e la capitale. Proprio a Roma, presso L’Archivio 14, piccolo e accogliente club già sede di importanti eventi legati al mondo della chitarra acustica, ci è data l’occasione di incontrare de visu il giovanissimo mostro della scuderia CandyRat. Questo il resoconto della bella chiacchierata condotta prima del concerto grazie all’imprescindibile contributo dell’amico Stefano Barone.
Ciao Mike e benvenuto in Italia. Qualche impressione dai concerti dei giorni scorsi?
Oh, una meraviglia! Un pubblico attento, preparato, molto concentrato. Davvero una gran bella accoglienza.
Ho letto da qualche parte che il tuo primo approccio alla musica è avvenuto all’età di quattro anni con il film The Blues Brothers. Dimmi che non è vero: hai un’aria così ‘british’, così compassata, da vero gentiluomo di campagna!
[ride] È la verità! Mio padre è un appassionato del blues, suona la tromba ed era un grande fan di quel film. A quel tempo ero molto piccolo, entravo e uscivo dal soggiorno e guardavo in continuazione quelle sequenze; mi piacevano davvero, fatta eccezione per la scena della suora sulla scala, che mi terrorizzava e davanti alla quale mi coprivo gli occhi!
Mike, tu sei un vero talento, posso chiederti come hai finito per scegliere la chitarra acustica a soli ventiquattro anni?
Beh, in realtà ho sempre ascoltato due tipi di musica molto diversi; sono cresciuto con il rock, ma al contempo sono stato sempre a stretto contatto con il fingerstyle. Considera che mio nonno ha lavorato con Pierre Bensusan e ho avuto spesso modo di ascoltarlo dal vivo a casa sua. Il passaggio dall’elettrica all’acustica è stato per me dunque molto naturale e mi ha portato a unire questi due diversi percorsi in una ricerca e in una sintesi che rappresentano un po’ il mio stile.

L’amore per Bensusan è evidente in alcune tue composizioni. Ti confesso però che ascoltando il tuo CD What Just Happened sono rimasto molto sorpreso da questa doppia anima: l’approccio chitarristico pirotecnico presente in arrangiamenti come “Titanium” o in brani come “The Impossible” è quanto di più lontano si possa immaginare dalle melodie sognanti di “Forest Party” o di “Somewhere Home”. Chitarra moderna e tradizione che vanno a braccetto.
È vero e sono contento che tu l’abbia notato. Considera che la mia famiglia, soprattutto mia madre, è molto legata alla musica tradizionale. Inoltre vengo dal Sud dell’Inghilterra, un’area geografica in cui le radici musicali celtiche sono molto forti. Sono cresciuto con quei riferimenti, sono quelle le influenze che senti nel mio lavoro, diverse anime che fanno parte di me e che cerco di far convivere.
La tua tecnica chitarristica appare completa su tutti i versanti, melodico, armonico e ritmico. Hai un punto di partenza privilegiato nella composizione dei tuoi brani?
Come puoi immaginare, l’approccio varia molto a seconda delle caratteristiche del pezzo. Generalmente, la prima parte del lavoro si sviluppa a partire dalla melodia e dalla linea di basso, che poi entrano in connessione con lo sviluppo armonico; soltanto in un secondo momento subentra il lavoro ritmico-percussivo, da cui si sviluppa più in generale l’arrangiamento completo del brano.
Sto pensando alla tua clamorosa versione di “Somebody That I Used to Know”. Toglimi una curiosità: come nasce un buon arrangiamento? È solo tecnica e ascolto o c’è una piccola dose di fortuna nell’azzeccare la ‘soluzione vincente’?
No, non ci sono ‘trucchi’. Quando lavoro a un arrangiamento, mi concentro su due parti ben distinte: la prima è la riproduzione quanto più fedele possibile del brano, la seconda consiste invece nella ricerca di un’interpretazione originale e in qualche modo unica. Può accadere che i due approcci siano differenti e che il primo prevalga sul secondo o viceversa. Ad esempio, in “Somebody That I Used to Know” lo sforzo è stato quello di rispettare il brano e dunque di replicarne fedelmente le caratteristiche, mentre l’arrangiamento di “Superstition” è un’interpretazione molto più libera. In realtà, il risultato finale dipende sempre dal groove che riesci a infondere, a prescindere dal fatto che tu sia riuscito a mantenerti più o meno fedele all’originale. Se qualcosa gira bene, il tuo orecchio se ne accorge immediatamente.
Ho perso molte ore di sonno a osservare il lavoro della tua mano destra. Quello che mi colpisce è la leggerezza, la precisione e la pulizia del tocco. Immagino non sia solo questione di talento ma anche frutto di tanto lavoro.
Amo molto fare arrangiamenti e con gli arrangiamenti parti da una situazione privilegiata. Avere già qualcosa di scritto da seguire ti permette di focalizzare l’attenzione su tutto quello che serve alla buona riuscita del lavoro e io sono solito concentrarmi parecchio sul lavoro della mano destra, anche variando molto tecnica e stile, come appare evidente in alcuni miei pezzi molto diversi tra loro. La destra è fondamentale, è la mano che suona! C’è molto studio, molto lavoro e molta ricerca.
Usi molte open tuning?
Sicuramente sul mio prossimo album ci saranno parecchie accordature aperte anche insolite, ma in What Just Happened tutto gira intorno alla DADGAD. Molte composizioni e arrangiamenti sono partiti da questa accordatura, per poi subire alterazioni anche di notevole entità: “Titanium” ha preso avvio infatti dalla DADGAD ed è finita addirittura su una CGDGBbC, dalla sesta alla prima corda.

La prima volta che ho visto il top della tua chitarra ho pensato a un trucco di Photoshop. Hai degli strumenti meravigliosi! Cosa chiedi da una chitarra acustica? Quali caratteristiche deve avere il tuo strumento ideale?
Ti ringrazio dell’apprezzamento. Ti riferisci sicuramente alla splendida Benjamin in cocobolo che ho usato in registrazione. Si tratta di una chitarra di gran pregio e anche piuttosto pesante; per questo evito di portarmi appresso uno strumento di quel valore e dal vivo tendo a privilegiare chitarre più leggere, in qualche modo più comode. L’ideale sarebbe comunque avere uno strumento dalla voce unica e sempre ben riconoscibile.
Volevo sapere qualcosa circa il tuo setup, ma un’occhiata alle tue pedaliere mi ha scoraggiato. Ho l’impressione che solo quelle necessiterebbero di un articolo a parte.
[ride] Hai ragione, in effetti si tratta di una configurazione piuttosto complicata. La chitarra è equipaggiata con tre pickup, un undersaddle, un magnetico e un microfono, e ognuno dei segnali finisce in un canale differente del mixer Bose T1. Da lì, il primo output va direttamente alla loop station, una DigiTech JamMan Express XT stereo, un secondo output passa attraverso la catena di effetti per poi rientrare anch’esso nella loop station. Questo mi permette di ottenere contemporaneamente una linea di suono pulita e un’altra processata. L’effettistica si basa su un overdrive Joyo dell’American Sound, su un Electro-Harmonix Freeze, che è un sound retainer col quale posso prolungare a piacimento il suono delle note o degli accordi; ho inoltre un BOSS OC-3 Super Octave. Nella seconda pedaliera c’è uno Z.Vex Wah Probe che, come forse sai, è un wah che lavora con un sensore di prossimità e che permette dunque di aprire o chiudere il suono semplicemente avvicinando o allontanando il piede. Infine c’è il pezzo forte, lo Stymon Timeline, a mio parere il miglior delay attualmente in circolazione; ha un suono magnifico.
Non si può dire che tu abbia paura dell’effettistica, Mike…
No, decisamente. Te l’ho detto, è un setup abbastanza complesso, ma considera che in realtà il cervello di tutto è il mixer Bose T1, è da lì che riesco a equalizzare al meglio ognuna delle tre linee di segnale, a bilanciare la distorsione e altro. I pedali aggiungono e modificano, ma lo fanno su un suono che deve arrivare già bello e pieno. Sono molto contento del mio sound, ma questa che vedi è solo la configurazione più recente. Ci saranno sicuramente sviluppi e modificazioni future. Sai, è una specie di work in progress alimentato da quella brutta malattia chiamata GAS!
Anche i tuoi video sono molto eleganti e curati. Mi dici come ti è venuta la strana idea del panda gigante che balla sul finale di “Titanium”? Mio figlio di nove anni ha apprezzato molto!
Mi pare chiaro: l’obiettivo era quello di divertire tuo figlio! [ride] Scherzi a parte, si tratta di un mio amico un po’ pazzo, un attivista molto sensibile ai temi del rispetto dell’ambiente. Si presenta così conciato ai concerti rock e spesso si mette a ballare tra la folla o addirittura sui palchi. In genere, esce dal costume in condizioni pietose! Stavo immaginando qualche idea per il video di “Titanium” e ho pensato di ‘sfruttarlo’ in quel modo.
Ma è vero che hai suonato sul monte Kenya, in Africa?
Oh, quello, no… [ride imbarazzato] Un mio vecchio amico vive e lavora in Kenya, dove si occupa di progetti di cooperazione. L’idea era quella di dar vita a un fundraising, una raccolta fondi per la costruzione di serbatoi di acqua a vantaggio della popolazione locale. C’è stato però qualche problema organizzativo, ma l’iniziativa è solo rimandata al prossimo futuro.
Dunque collabori ancora con i Food, Aid & Building Projects? Trovo che sia una cosa molto bella…
Ti ringrazio davvero. Visto che me lo chiedi, mi piace ricordare che il dieci per cento delle royalty per le mie vendite va a sostenere questo progetto di cooperazione. È una cosa in cui credo e a cui tengo molto.
Sempre in giro per il mondo, Mike…
Sempre! Prossimamente sarò in Germania, poi mi aspetta un tour di sei settimane negli USA, e prima di Natale sarò in Spagna. Per il prossimo anno, sto programmando concerti in posti insoliti come Bermuda o Repubblica Dominicana. Spero solo che non piova!
Mille grazie davvero, Mike. Un’ultima domanda prima di andare, un interrogativo che spesso mi frulla nella testa. Ma perché un chitarrista dovrebbe esibirsi da solo? Non trovi che solo un pazzo autolesionista possa salire su un palco e piazzarsi davanti al pubblico armato solo della sua sei corde?
Ti dirò, io amo molto suonare in gruppo e l’ho fatto spesso in passato. Ma suonare in una formazione musicale implica l’accettazione di una serie di variabili indipendenti dalla tua volontà. Devi necessariamente scendere a compromessi; oltre alle difficoltà oggettive nel tenere insieme un gruppo, c’è il discorso delle diverse motivazioni individuali, della concentrazione che varia da musicista a musicista. Non è il massimo vedere che mentre sei lì e ti sforzi di raggiungere un risultato, qualcun altro è seduto comodamente a sorseggiare una birra… In questo senso, suonare da soli è molto più semplice e gratificante, devi gestire solo te stesso.
Piuttosto esigentino, Mike…
Forse hai ragione, ma è un aspetto del mio carattere. Fin da piccolo, nella musica il mio motto è sempre stato: «Di più!»
Roberto De Luca






