Il mondo respirava a fatica

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Poi fu silenzio e fiori di ciliegio coperti di neve. Due cose imprevedibili. Nessuno aveva memoria di un evento del genere, forse solo i più anziani avrebbero potuto raccontarci le follie delle stagioni. Avrebbero potuto raccontarci… Perché quel silenzio, quell’altro imprevedibile evento, aveva nascosto a molti il piacere dei ricordi, facendoci dimenticare le parole: anziano, saggio, esperto, sapiente.

Nel tempo avremmo anche dimenticato il perché di quelle chitarre lasciate distese sul divano, come appena suonate, abbandonate senza ordine e senza cura. Il silenzio è un rumore distratto, che non ricorda il come e il quando ma sussurra disattento sottovoce, impreciso e inadatto.

Il Papa parlava, e noi con le lacrime agli occhi ascoltavamo. Abbandonava la finestra per scendere tra la gente, ma la gente non c’era, scivolata nel buio, persa nel silenzio, nascosta nella paura.

Dylan cantava di un omicidio disgustoso e il mondo respirava a fatica cercando l’assassino. Il mondo respirava a fatica cercando di sfuggire al suo destino.

Il traghetto fermava le macchine, l’aereo i motori e il treno frenava il suo istinto. Così le distanze diventavano infinite, incolmabili. E l’Europa sghignazzava, l’Europa piangeva, l’Europa non esisteva.

I bambini cantavano canzoni alla moda cambiando le parole. Seminavano ascolti e raccoglievano consensi.

Vestito di blu, l’uomo al potere faceva lo stesso, mascherando un sorriso, metà intriso di soddisfazione, metà di sgomento.

Mentre le prigioni esplodevano, quell’altro uomo rideva, si compiaceva della punizione. Il destino è nelle mani di ognuno, lo puoi conservare o te lo puoi giocare, ma non lo puoi riscattare. L’uomo, ora stretto in una camicia di forza, gioiva del suo vestito bianco, colore immeritato, come per una sposa già violata. E con la falce in mano, balbettava che ogni vittima varrà un perdono, ma una vittima non vale un condono.

Le file di persone sembravano non finire, si formavano per ogni cosa. I carrelli circondavano i supermarket ed era come andare alla Mecca: giri lenti e silenziosi, in attesa del proprio turno, immersi nell’unico corridoio per la salvezza del corpo e dello spirito. E c’era il vecchio che rideva e saltava la fila. Lui aveva fatto la guerra, lui aveva combattuto e vinto – forse no, non ricordava bene – ma si era salvato, aveva vissuto e mai si era arreso. Il vecchio saltava e gridava: «Non è ora della fine, non è ora che debba finire!» Le sirene suonavano, venivano a prenderlo, per non permettergli di toccarci, per impedirgli di saltare.

I camion dell’esercito trasportavano da una città all’altra i ricordi spenti, per renderli cenere, perché il vento ne avesse cura. Visto che gli uomini non ne erano più capaci.

Sospirava il bassista ubriaco, affacciato alla finestra: suonava una sola nota, sempre la stessa, e il canto si levava, corale e maestoso, per ricadere sordo, rimbalzare muto e svanire per sempre.

Poi iniziarono a sparire anche i giovani, e i sorrisi diventarono mesti. Oltre il passato e il presente, stavamo perdendo anche il futuro. Tentarono di trattenerlo con promesse e pentimenti, ma lui non ne volle sapere. Fuggì via in cerca del diverso, di quello inutile, dimenticato, che non aveva niente da perdere e niente da sognare. L’unico da salvare.

Si strinsero allora le mani, dimenticando il divieto imposto, per tornare a sentirsi uniti. Ritornarono gli abbracci da tempo evitati e distanti. Si riavvicinarono le bocche, riaprendosi al desiderio e alla passione. Si smise di fuggire per rincontrarsi. Piangendo l’uno sulla spalla del l’altro.

Il mare si placò fermando la sua tempesta. E il vento si appoggiò sul colle a osservare. Qualche nuvola passò, e pianse per un po’…

Reno Brandoni

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