(Luca Francioso) – Ammetto di essere confuso e sgomento. Più volte, in questi giorni, mi è capitato di affermarlo. Io, che ho sempre una lucida opinione su tutto e che non perdo mai l’occasione di esprimerla, anche quando non conosco a fondo l’argomento che vanto di padroneggiare, mi sento smarrito, disorientato, turbato.
Confesso di non aver dato peso al dramma che stiamo vivendo e di averlo inizialmente bollato con le etichette di tutti i luoghi comuni sciorinati dai più fin dai primi contagi: da quella della semplice influenza a quella del virus creato in laboratorio, fino ad arrivare a non avvicinarmi neppure al mio vicino di casa per il timore di contrarre il virus.
Ho dunque filtrato ogni notizia con l’ottusità del superficiale, la paranoia del complottista e la paura dell’allarmista, ogni giorno con una diversa reazione e con una nuova e illusoria convinzione da ostentare nei miei saccenti sermoni casalinghi. Sono arrivato addirittura a prevedere future condizioni politiche ed economiche, nonostante alcuna competenza diretta, ipotizzando soluzioni più o meno definitive ai differenti problemi.
La verità è che non so un bel niente e di questo il mio ego deve farsene una ragione. Credo che tutto quel farneticare fosse soltanto un modo per tenere a bada il timore di uno scenario totalmente nuovo, dannatamente mutevole e di difficilissima interpretazione, benché ogni tanto finga ancora di avere tutto sotto controllo, soprattutto con i miei figli.
Con il passare del tempo, ogni cosa si è esageratamente ristretta nei settanta metri quadri del mio appartamento e non mi riferisco solamente a gesti, attività e interazioni quotidiane, ma anche e soprattutto ad attenzione e premura: sarei un ipocrita a non ammettere che il più delle volte il mondo mi appare soltanto come il silenzio ovattato e surreale oltre le mie finestre, niente di più. Poi a fine giornata leggo i numeri dei decessi, dei contagi e delle guarigioni e tutto mi sembra assurdo.
In questo tempo sospeso, rallentato e incerto, ho soltanto due certezze in grado di confortare il senso di smarrimento che tuttavia, in barba alla consapevolezza, non smetto di tentare di celare: la mia famiglia e la musica. Appare in effetti un’affermazione banale, me ne rendo conto, ma sono gli unici due aspetti che al momento rimangono perfettamente a fuoco.
Peccherei però nuovamente di ipocrisia se non confessasi che l’irrequietezza e lo stress emotivo accumulati lungo intere giornate rinchiusi dentro casa rendono i rapporti familiari alquanto complicati. La ricerca costante di equilibri da raggiungere, sempre piuttosto fragili e privi degli opportuni sfoghi di spazi e incontri, specie con tre bambini piccoli, a volte risulta snervante, sebbene non manchi mai la volontà di tutti di perseguirli.
Ciò che rimane sempre uguale a se stessa, pur non conoscendo l’immobilità, è la musica. È il riferimento quotidiano, l’unità di misura che riporta il tempo, altrimenti dilatato senza uno scopo apparente, nel corretto e costante susseguirsi di secondi, minuti e ore. Segna un perimetro, dando al presente uno spazio definito. Quando suono la mia chitarra improvvisamente non galleggio più tra i vari momenti della giornata: di colpo, tra le corde e le note che ne escono, ho di nuovo un peso e una più lucida percezione.
È una sensazione che non avevo mai provato prima, è come se adesso la musica avesse uno scopo diverso. A volte mi persuado che è questo il suo reale significato: sancire l’attimo in cui si compie, circoscriverlo e renderlo eterno, benché irripetibile. Ma poi, subito dopo, penso che forse avrei soltanto bisogno di uscire per rinsavire, e sorrido, perché in effetti ci sono momenti in cui mi sembra di essere ubriaco di porte chiuse e indefinitezza.
Come adesso che sto scrivendo: sono le cinque del mattino eppure non ho sonno. Sembra un momento qualsiasi della giornata. Magari dovrei suonare e riconsegnare a questo momento la sua reale collocazione temporale o magari è il caso di andare a letto e provare ugualmente a dormire. Quello di cui sono certo è che la prossima volta che avrò l’occasione di salire su un palco sarà sicuramente un’altra cosa.






