domenica, 20 Giugno , 2021

Intervista a David Grissom – Ho trovato la mia voce  tra le voci dell’Olimpo del Blues

Ho trovato la mia voce  tra le voci dell’Olimpo del Blues

di Irene Sparacello

Ha vissuto gli anni migliori del blues e di tutta la scena musicale fervente di Austin degli anni ’80, condividendo il palco con dei veri giganti, da John Mellencamp alle Dixie Chicks, da Joe Ely a James McMurtry e Stevie Ray Vaughan. Ha assorbito le emanazioni tattili, uditive, spirituali, ha imparato sul campo, dov’è è sceso a giocare senza tentennamenti, ma anche con tanto rispetto e umiltà, fino a incorporare quella musica e farne il suo primo linguaggio. Il suo nuovo Trio Live 2020 per la Wide Lode Records è un disco principalmente strumentale, eloquente e trascinante, che cattura alla perfezione ciò che David Grissom e la sua band, insieme con il proprio pubblico, hanno costruito nel corso degli anni. Lo raggiungiamo telefonicamente nella sua casa nel capoluogo texano.

Ciao David, volevo congratularmi innanzitutto per il tuo nuovo album: ascoltarlo mi ha messo di buon umore, ha riempito lo spazio con buona energia. La tua chitarra mi parla a tal punto da domandarmi cosa ci fosse nella tua testa quando l’hai registrato.

Questa è una cosa che mi fa piacere sentire, ma non è il mio ego a parlare: ho avuto la fortuna di fare molte belle cose, a questo punto della mia vita. La più grande gioia mi arriva dalla comunicazione che riesco ad avere con il pubblico. È bello quando riesci a far stare bene le persone. Non si possono certo raggiungere alla stessa maniera tutti coloro per cui suoni, ma la mia intenzione – con questo disco – era di creare qualcosa che andasse al di là dell’ego, appunto. Ho avuto la fortuna di poter suonare in un locale, dove mi esibivo tutti i martedì, che si chiama Saxon Pub ed è il mio posto preferito per suonare ad Austin: il novantotto per cento delle volte in cui suono lì, vivo un’esperienza che definirei spirituale. È come se, a un certo punto, avessi un’esperienza extracorporea. Ho registrato cinque o sei sere lì, perché volevo catturare e documentare il più possibile. Per tre sere abbiamo avuto problemi tecnici perché, sai, ad Austin non usa fare il soundcheck: ti alzi e vai a suonare. Però fa lo stesso, è stato un po’ un casino, ma ho comunque registrato tanto buon materiale. Probabilmente è l’unico disco in cui sento di aver raggiunto il livello che mi ero prefisso, di avercela fatta. Quando registri in studio, devi avere la strumentazione migliore, i microfoni, gli amplificatori. Qui abbiamo fatto con uno ‘stomp’ ecomico che attaccavo al mixer e poi, di volta in volta, andavo a scaricare la registrazione a casa per riportarlo. Questo è un tipo di musica fatta di improvvisazione strumentale, che non può piacere a tutti. Ma è un filone e uno spazio che ho cercato di ritagliarmi: consiste nell’essere in grado di improvvisare e suonare degli assoli, mantenendosi al tempo stesso connessi con gli altri musicisti e soprattutto con coloro che non sono musicisti. Credo che questo disco abbia raggiunto lo scopo e mi sento molto soddisfatto. Sono anche contento che ti abbia fatto sentire bene.

Come vivi questo periodo di distacco forzato dal Saxon Pub e dai concerti dal vivo?

Io sono molto fortunato, perché ho il mio studio e da quando tutto questo è iniziato, visto che gli altri studi non erano aperti, sono stato sempre molto impegnato. Per cinque mesi non ho quasi mai avuto un giorno libero. Ho suonato le mie parti di chitarra per musicisti in qualunque parte del mondo, e questo è il bello di Internet e della tecnologia che lo permette. Ho avuto anch’io qualche momento in cui mi sono sentito giù, però mi sono tenuto occupato il più possibile, anche scrivendo canzoni in collaborazione con altri. E ho fatto più concerti streaming in diverse piattaforme. C’è un giovane che ha messo su un sito chiamato Together, il cui indirizzo è scritto 2gthr.co, e sembra che abbia trovato un modo per migliorare l’audio, così che non sembri venir fuori da un tunnel, come anche la qualità del video. Il problema con Zoom, per gente come me, è che dopo aver passato una vita per ottenere un certo suono, attraverso quel mezzo perdi tutte le sue sfumature. E questo ragazzo ha trovato un sistema che sembra essere davvero migliore. Sabato prossimo farò il mio primo streaming con loro, non vedo l’ora. Mi sento molto solo, sento un vuoto nel cuore per non riuscire a suonare con altri musicisti. Per me suonare con altri è un’esperienza spirituale, specialmente quando suono con la mia band: l’improvvisazione, per esempio, variare la scaletta, quel tipo di intesa… mi mantenevano vivo. Cerco di tenermi allenato, ma non è facile, perché suonare dal vivo è un altro paio di maniche. Così, quando suono, lo faccio sempre in piedi e ci do dentro come se stessi suonando dal vivo. Per il resto, faccio del mio meglio per restare positivo. Faccio le mie lunghe passeggiate fuori, il contatto con la natura è importantissimo.

Cosa vuol dire fare blues ad Austin, oggi? La città riesce ancora a influenzare il tuo processo creativo?

Sì, ma adesso è completamente diverso. Al tempo, Austin era una città molto più piccola. Mi sono trasferito qui per la musica, perché tutto ciò che ascoltavo veniva da qui. Sono stato molto fortunato, perché ho iniziato a suonare da subito. Pensa che, dopo appena due settimane dal mio arrivo, ho suonato addirittura con Lucinda Williams. E poi, quattro mesi dopo, ho suonato con Lou Ann Barton, che era ed è una delle più grandi interpreti del blues. Questo mi ha permesso di suonare tutte le sere all’Antone’s Club, che era il jazz club per antonomasia. Mi sono trovato lì con Jimmy Rogers, Albert Collins, Otis Rush: ero sempre lì e tutti si facevano vedere all’Antone’s, se non erano in tournée. Era una vera e propria oasi del blues.

Doveva essere davvero pazzesco per un musicista. L’idea di Austin all’epoca ha sempre nutrito la mia fantasia. Ma non era solo la città del blues…

Esatto, c’erano i Cosmic Cowboys, i cantautori, nomi come Guy Clark e Townes Van Zandt. Una volta ho visto Townes suonare all’Emma Joe’s e c’erano tipo solo dodici persone a sentirlo. Era un tempo magico. Poi negli anni la città si è ingrandita, lo scenario musicale si è ampliato e adesso il blues ne rappresenta una piccola parte. Cerco comunque sempre di stare in contatto e di seguire le nuove band, per sapere cosa sta succedendo tra i diversi stili musicali, sono molto curioso. E i ragazzi delle giovani band mi dicono che, quando vanno in tour per l’America, incontrano altri giovani musicisti che dicono di volersi trasferire a Austin. Insomma, continua a succedere molto qui, il blues, il rock, la scena è elettrizzante. Mi piace questa città. Abbiamo la nostra tradizione culinaria, il tempo è bello, è un posto che riesce a ispirare.

E poi Austin si distingue dal resto del Texas…

Sì, abbiamo un detto qui, cioè che ci sono due tipi di texani: quelli che vivono ad Austin e quelli che vorrebbero viverci. Poi magari, nell’Ovest del Texas hanno da ridire al riguardo. Sai, è molto conservatore il resto dello stato.

Tu sei nato nel Kentucky, anche lì seguivi la scena musicale?

Sì, sono cresciuto ascoltando un sacco di bluegrass, perché lì è il suo territorio. Non facevo altro che ascoltare Norman Blake e Doc Watson quand’ero alle superiori, li ho anche visti dal vivo. E una delle band che ho visto di più era quella di J.D. Crowe, poi Ricky Skaggs, Tony Rice. Sono cresciuto a Louisville, e nonostante fosse la città più grande del Kentucky, i concerti li dovevi andare a cercare col lanternino. Non c’era Internet, naturalmente… Poi ascoltavo B.B. King, Albert King e il rhythm & blues con gli Earth, Wind & Fire, i Crusaders e cose più jazzistiche, come Wess Montgomery. Ma erano i musicisti che mescolavano i generi quelli che mi attraevano di più. Allora non c’erano i forum dove ti indicano cosa sia cool o meno: ho semplicemente imparato a seguire il mio istinto.

So che posso apparire un po’ come un’anziana borbottona, cosa che non credevo fino a qualche giorno fa, ma oggi su Internet ci sono tutte le guide, appunto, tutte le indicazioni: cosa si perdono i giovani, come fanno a trovare la loro voce?

Non ti preoccupare per il fatto di apparire anziana: io sono passato in una notte da essere il più giovane della band a essere chiamato ‘signore’! Capita a tutti così. Quello che succede oggi è che tutto viene mostrato visivamente; viene mostrato in video anche come imparare a suonare. Noi dovevamo ascoltare e dovevamo sviluppare il nostro orecchio. Ma credo che la questione principale, di questi tempi, è che i giovani non suonano dal vivo come facevamo noi. Io a diciotto anni sono riuscito ad avvicinare Pat Metheny e gli ho chiesto: «Qual è il segreto? Come sei diventato così bravo?» E lui mi ha detto: «Fai concerti!» Io ho seguito il suo consiglio e ho suonato in tutti i concerti che mi sono stati proposti, rock, jazz, blues, country. Ho fatto anche l’esperienza di suonare in quei concerti dove si suonava dietro a una rete per polli, perché il pubblico tirava le bottiglie. Credo fermamente che si possa imparare di più in un singolo concerto che in tre settimane di pratica in casa, perché si impara a comunicare con il pubblico. La musica è espressione, e ne va comunicata la profondità. Oggi non c’è più mistero. Quand’ero alle superiori e una band veniva in città, quello che avevamo a disposizione era soltanto la copertina del disco. E ci domandavamo: «Che chitarra suoneranno?» Era tutta immaginazione. Per esempio, io preferisco quei testi che ti invitano a interpretarne il significato; non quelli esageratamente criptici, ma quelli che ti invitano a svelarne in mistero. Non amo il palese, il nero su bianco. Ho bisogno di visualizzare le cose. E ora sembra non esserci più mistero, in tutti i campi. Il lato positivo di Internet è che ti permette di conoscere band che altrimenti non avresti mai conosciuto. Ma al tempo stesso aumenta il rischio di copiare, mentre il più grande dono che possiamo ricevere è la nostra voce unica.

Hai collaborato con tanti musicisti. C’è mai stato spazio per la competizione?

No, non per me. A volte i chitarristi sul palco si esibiscono in una gara, in quello che si chiama cutting contest, ma io non lo faccio e non mi piace. La competizione può essere una cosa divertente se è nell’ambito dello humour, ma non fa presa su di me. Non ho nemmeno mai paragonato un musicista all’altro e non amo le classifiche. Io traggo ispirazione da coloro che ammiro, non mi sento in competizione. Ho imparato da chi suonava meglio di me.

 A proposito di grandi, vuoi condividere con noi un ricordo di Stevie Ray Vaughan?

Ho molti ricordi con lui, eravamo anche vicini di casa. Suonavamo assieme a Joe Ely e lo ricordo come una persona dolcissima e senz’altro non competitiva: un anno vinsi l’Austin Guitar Awards e lui era felicissimo e non la smetteva più di congratularsi. Oggi molti cercano di imitarlo, ma non sono la stessa cosa. Il suo senso del tempo era qualcosa di incredibile, non aveva nemmeno bisogno di una batteria, non faceva mai errori e veniva tutto fuori perfettamente da quel… posto magico dentro di lui. L’ho ammirato sia come musicista, sia come la dolcissima persona che era.

Qual è stata la tua prima chitarra?

Avevo circa dodici anni e ho iniziato prendendo a noleggio una terribile Harmony acustica e seguendo delle lezioni, ma non andò molto bene. Poi un giorno ascoltai i Beatles, in particolare Revolver, e allora presi a noleggio una Harmony elettrica. Più tardi, finalmente, mio padre mi comprò una Fender Mustang e l’amplificatore Fender Vibro Champ: quello fu l’inizio di tutto e da lì non c’è stato più ritorno.

Dunque dobbiamo a George Harrison se sei diventato un chitarrista?

In “Got to Get You Into My Life” George eseguiva un bending, che quando l’ho sentito mi sono detto: «Ecco qui!» Poi ho cercato di incorporare nel mio stile quello che lui faceva: tutto il panorama sonoro di Revolver è grandioso e io ancora cerco quel suono. Rubber Soul è uscito più o meno in quel periodo, un anno prima, ma io sono decisamente un fan di Revolver. Mio nonno era un batterista amatoriale e all’inizio avevo pensato di diventare un batterista, ma con Revolver ho cambiato definitivamente idea.

Tra le tue collaborazioni c’è anche James McMurtry. So che lui sta preparando un nuovo disco, ci sarai anche tu?

Ho suonato con lui nei suoi due primi album, e in questo ci sono in tutto il disco, ci sono anche troppo! Mi ha contattato per aiutarlo a finire di comporre e arrangiare i suoi nuovi pezzi. Si tratta proprio di un album chitarristico, è quasi finto. Non ci resta che mixarlo. James è uno dei miei preferiti: nessuno scrive come lui, ha uno stile unico ed è un mio grande amico.

 Hai suonato con i più grandi. Domanda classica: chi ti manca nel curriculum? Con chi vorresti o avresti voluto suonare?

Effettivamente ho suonato con i più grandi: gli Allman Brothers, James Taylor… Moltissimi rientrano nella categoria dei sogni divenuti realtà. Mi mancano, ad esempio, Joni Mitchell, Eric Clapton… E sarebbe stato fantastico suonare con Tom Petty. Ma se devo essere onesto, giunto a questo punto, non penso più a coloro con cui vorrei suonare, ma a come migliorare la mia musica.

Sempre avanti, allora! Non appena riprenderanno i concerti, ti aspettiamo in Italia…

Solo a sentire il tuo accento mi è venuta una grande nostalgia dell’Italia! Ci sono stato spesso. Le prime volte con Joe Ely alla fine degli anni ’80, ero proprio un ragazzino. Poi ho anche suonato lì nei primi anni 2000, ed è stato in quel periodo che ho conosciuto dei musicisti italiani veramente validi, di grande professionalità e con cui mi sono tanto divertito. C’è tanto rispetto per i musicisti da voi. Poi il caffè, la bellezza, il ritmo, tutto è così… ‘ristoratore’, direi. Amo la vostra cultura, così antica rispetto alla nostra. E non ho niente di negativo da riportare, a parte una volta negli anni ’80 in cui siamo rimasti bloccati alla frontiera per dodici ore; ma era un altro paese allora. Due anni fa sono venuto per un festival e il pubblico era molto appassionato e aperto. Inoltre sono anche tornato tre volte per conto mio e non vedo l’ora di poter visitare l’Italia di nuovo, al più presto.

Anche noi non vediamo l’ora. Grazie di cuore della chiacchierata. Cosa andrai a fare ora, a suonare?

Andrò a fare una passeggiata: ho una pitbull di sedici anni, Jules. Un amico me l’ha affidata prima di morire: uno dei suoi ultimi desideri è stato che ci prendessimo cura di lei. E sono contento di averlo fatto, è dolcissima.

Irene Sparacello

 

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