Una chitarra al servizio della parola cantata – Intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

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(di Gabriele Longo) – Due personalità forti, complesse, per un disco di grande impatto emotivo, semplice e raffinato al tempo stesso. Sarah Jane Morris canta, Antonio Forcione suona la chitarra, il loro nuovo album ha preso vita: Compared to What.
Lei è un’artista a tutto tondo, come si dice nelle biografie importanti. E Sarah Jane Morris è un’artista importante. Una cantante autrice di rango, che si muove da vari lustri a questa parte tra rock, blues, jazz, etnomusica, con un’estensione di quattro ottave da far venire la pelle d’oca. Il suo percorso musicale ha tappe importanti, a partire dagli anni ’80 a fianco dei Communards nell’album omonimo (1985). Interpreta quel famoso classico soul “Me and Mrs. Jones” nel proprio disco Blue Valentine (1995), dandogli vibrazioni ad alto tasso sismico. Poi Where It Hurts del 2009, con pezzi scritti insieme con Dominic Miller, il chitarrista di Sting da tantissimi anni. Nel 2014 il bellissimo disco Bloody Rain, ispirato compendio di culture e rivisitazioni africane con un parterre di musicisti locali di grandissimo livello. Se vogliamo risalire a quasi tre decenni fa dobbiamo ricordarla sul palco di Sanremo, era il 1991, quando cantò in coppia con Riccardo Cocciante la canzone che vinse l’edizione di quell’anno, “Se stiamo insieme”.

Antonio Forcione suona la chitarra. Per i lettori di Chitarra Acustica è una cosa risaputa, certo. Nel novembre del 2012 è stata pubblicata sul nostro mensile un’intervista che gli fece Andrea Carpi e che sta lì a testimoniare dello spessore del chitarrista. Qui lo presentiamo, o meglio, si presenta da solo come un umile accompagnatore di una cantante di grande personalità, conscio che l’obiettivo da raggiungere è semplicemente un discorso artistico, dove il ‘Dio’ è la musica.

Foto di Sara Leigh Lewis

Ci troviamo di fronte a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione per una piacevole chiacchierata sul loro disco fresco di stampa, Compared to What. Ma anche per parlare di musica in senso più ampio. Andiamo per ordine. Sarah, ti comincio a chiedere se puoi raccontarci come vi siete incontrati tu e Antonio.
Sarah Jane: Per anni ci siamo rincorsi reciprocamente in giro per l’Europa, incrociandoci occasionalmente in tempi diversi. Alcuni anni fa un’amica comune, la cantautrice Sarah Gillespie, ci presentò in occasione della presentazione di un suo album. In seguito Antonio ed io ci siamo incrociati di nuovo quando ha presentato il suo disco Sketches of Africa [2012]. Successivamente ho iniziato le registrazioni del mio disco Bloody Rain, dedicato alle popolazioni africane, alle loro melodie e ai loro ritmi, in cui hanno suonato alcuni musicisti dello Zimbawe presenti in quello di Antonio sull’Africa. A quel punto il cerchio si è stretto. Ci siamo incontrati un giorno a casa sua dove ho cominciato a raccontargli i testi per probabili canzoni, come se fossero dei brevi filmati…
Antonio: Ogni canzone era come un piccolo cortometraggio. Lei si presentava con tanti fogli di carta su cui aveva annotato idee, storie accadute in Inghilterra. Io le facevo leggere ad alta voce questi suoi appunti, sentivo il tono della sua voce, il ritmo delle parole, e da lì partivo per creare la piattaforma sonora per quel testo. È stato quasi immediato. Sai, è da più di trent’anni che compongo musica, ho cassetti interi pieni di partiture. Ovviamente quando componi musica senza parole devi offrire una storia con colori musicali, non è facile. Comunque avevo già un bel numero di stesure sonore pronte per lo scopo. Ecco, se vogliamo parlare in termini pittorici, lei usa i colori forti e io le offro la tela su cui lei possa stendere questi colori intensi. Il bello di Sarah è che quando dice una parola, diventa la parola stessa! La forza di Sarah è quella. Parimenti, quando io suono una nota, non suono più un Do, un Re, voglio dire qualcosa in quella nota, ma ci deve essere una storia. La differenza sembra sottile, in realtà è enorme. Ecco, io ho incontrato una persona che è in simbiosi con me, perché Sarah fa con la parola quello che io faccio con la chitarra. E per questo credo che fra noi si liberi molta energia in quello che facciamo.

 Sì, devo dire che si coglie chiaramente ascoltandovi, anche solo su disco.
A.: Dal vivo, secondo me, viene fuori molto di più. Mio fratello recentemente ci ha detto: «Siete animali da palco voi due!»
S.J.: Era il momento giusto per questo progetto!
A.: Sai, Sarah ed io abbiamo fatto molte cose: negli anni ’70 lei cantava, io suonavo, poi negli anni ’80 ho fatto musica da ballo, da discoteca per vivere in quegli anni lì. Insomma musicalmente i passaggi sono stati tanti, quindi abbiamo accumulato un’esperienza notevole. Ora abbiamo deciso di dedicarci a un progetto che abbia più contenuti sociali. Abbiamo entrambi più di cinquant’anni… se non lo diciamo noi, chi si prende la briga di dirlo?! 

Quello che ho notato è che ci sono molte assonanze, dal punto di vista dei temi sociali e politici, che vi accomunano.
A.: Tantissimo. È stata una decisione consapevole e sicuramente ne abbiamo parlato. Sai, adesso mi sento più preparato in questo senso. Sarah ed io ci siamo trovati in perfetta sintonia e ci siamo detti che era giusto fare un disco in cui potessimo dire anche qualcosa di valido come persone pensanti. A casa mia si ascoltava Bob Dylan quando avevo dieci anni. Suonavo le canzoni di Dylan, di De André, quindi cose che ci accomunano molto. Sai, nel 1981 ho avuto l’occasione di suonare con De André! È stata una delle cose più belle della mia vita.
S.J.: Ho amato De André, e anche l’esperienza della PFM con lui. E ho amato moltissimo Pino Daniele, che porto sempre nel mio cuore. Sai, ho scritto delle canzoni con Pino Daniele molti anni fa. Per molto tempo ho pensato che fossero andate perse, ma recentemente suo figlio Alessandro ha ritrovato i nastri di quei pezzi.

Fantastico Sarah Jane! Speriamo di poter ascoltare presto questi pezzi inediti. Tornando al disco, ad un primo ascolto ho potuto notare l’omogeneità del lavoro, la raffinatezza dello stile ma al contempo un’immediatezza sorprendente.
A.: Sì, infatti non risulta troppo intellettuale, anche se abbastanza raffinato, come dici tu. Sai, non vorrei che il pubblico pensasse che – usando la chitarra acustica – mi volessi rivolgere all’indietro, a un ritorno agli anni ’70. No, niente affatto. La mia è una chitarra acustica moderna, lo si può scoprire facilmente da come ho riarrangiato “Blowing in the Wind”.

Sarah Jane, quali titoli preferisci tra quelli presenti sul vostro disco?
S.J.: I miei preferiti sono “Comfort Zone” che parla di violenza sulle donne, “The Sea” sul dramma dei profughi nel mar Mediterraneo, “I Bare My Soul” sull’incertezza del futuro, e appunto “Blowing in the Wind” 

Per questa domanda mi rivolgo a tutti e due: ho notato che l’arrangiamento del famosissimo pezzo di Bob Dylan presenta la parte delle strofe con un uso della chitarra e del modo di cantare molto dilatati, con sonorità rarefatte, sospese, per poi confluire nel ritornello in modo abbastanza fedele all’originale.
S.J.: Quando Antonio affronta una cover cerca di entrare in un suo mood per farla sua, ed io lo seguo lasciandomi andare con la voce in quella direzione. Andando avanti posso essere io che creo uno sviluppo ulteriore, a cui lui dà il suo appoggio con suoni, armonici, frasi musicali inedite. In questo pezzo abbiamo pensato che nel momento del ritornello bisognasse ritornare alla tradizione: era il momento della risposta, il senso di tutta la canzone È così che abbiamo portato avanti le nostre cover, come “Message in a Bottle” dei Police e “Superstition” di Stevie Wonder.
A.: Sì, nel pezzo di Stevie Wonder il nostro procedere insieme, io con la linea di basso e lei con la melodia, è stata la formula vincente. Qui sentivamo che il brano poteva funzionare solo su due elementi cardine, il groove del basso e la melodia portata dalla voce di Sarah. Non c’era bisogno d’altro.

Comunque rimane il fatto che “Superstition”, così come lo proponi nel disco nella sua prima parte, quella strumentale prima che entri la voce di Sarah Jane, è a mio avviso forse l’unico pezzo in puro fingerstyle che suoni sul disco, quello dove c’è meno una rielaborazione della struttura di riferimento.
A.: Sì, giusto, ora ti spiego. Sarah ed io avevamo già registrato dieci pezzi dell’album. Però, suonando dal vivo, ci siamo accorti che mancava qualche pezzo un po’ tirato. Così abbiamo cominciato a elencare alcuni pezzi. E Sarah non mi ha parlato di questo pezzo, pur sapendo che lo suonavo, perché pensava che l’avessi già registrato. A un certo punto la cosa è uscita in modo esplicito, e quando le ho chiarito che non lo avevo mai registrato, siamo andati subito in studio per realizzarlo. Allora le ho suggerito anche “Message in a Bottle” perché anche in quel caso avevo già un mio arrangiamento preesistente. Il pezzo di Sting l’ho un po’ rivoluzionato, si discosta di più dall’originale di quanto non lo faccia “Superstition”. Ed è venuto molto bene secondo me. Tecnicamente ho cambiato il giro di basso, utilizzando un’ottava più alta e dandogli un’accentazione più apertamente reggae. Che poi la canzone è databile nel periodo in cui andava molto il reggae [Wonder l’ha registrata nell’album Talking Book del 1972 – ndr].

Sì, appunto, quel reggae bianco che fu l’innesto innovativo nel post-punk dei Police.
A.: È il mio modo di cambiare le carte in tavola, in modo che abbiano un senso per me, con la mia chitarra.

A proposito di questo, possiamo parlare del tuo metterti artisticamente sempre in gioco attraverso una ricerca continua?
A.: Mi fa piacere che qualcuno dica che mi rimetto in gioco, perché è un po’ così per me. Alcuni mi dicono: «Ma che stile è?» Però io non ho uno stile, non seguo stili. Se qualcosa mi fa venire la pelle d’oca, la seguo. Se poi questo vuol dire che la devo suonare coi piedi, col naso, non me ne frega niente! L’importante è la musica che mi si avvicina, non lo stile. Io non mi sono mai avvicinato a uno stile: mi avvicino a un brano che mi piace, che mi interessa, mi tocca.

Ecco, questo è il solito spartiacque tra chi fa esercizi di stile, fine a sé stessi, e chi come te ricerca un discorso artistico, musicale. Poi tu lo sai tradurre in modo convincente, perché hai una tecnica notevole che ti sostiene, ma senza quella ‘gigioneria’ di far vedere quanto sei bravo.
A.: Non mi interessa. Mi interessa la musica. La musica è il Dio. Noi non siamo altro che canali per realizzarla. Quindi con Compared to What ho fatto, come dicono gli inglesi, un landscape, un ‘paesaggio’ per delle parole che hanno un significato particolare. Innanzi tutto tu non devi strafare come strumentista, devi avere l’umiltà di stare un po’ indietro, di fornire una piattaforma alle parole, perché le parole hanno un senso. Se una persona come Sarah ha una voce così incredibile, che parla di cose così profonde, vere, cantate in quella maniera lì, tu non devi far altro che darle la tessitura giusta perché queste parole vengano fuori. Secondo me, c’è troppa ‘produzione’ oggigiorno: le parole restano dietro la batteria alzata di tanti dB, non si capisce più un cavolo del messaggio. Per me, che si suoni musica strumentale, o che si lavori con una cantante, ci deve essere sempre una storia da raccontare. La storia, più interessante è e più la gente la percepisce. Ovviamente le persone che vogliono ascoltare.

Quindi, da quello che dici, ne deduco che in ambedue le circostanze sei sempre appagato come chitarrista.
A.: Assolutamente sì. Vedi, quando si è più giovani, forse c’è quella parte virtuosa che vuole sempre venir fuori… Però sarà il trascorrere del tempo, che mi ha cambiato, sarà che forse… ho cominciato a suonare molto meglio, tanti anni fa, quando ho cominciato a mettere la musica prima di me! La musica è più importante di me, non sono io più importante della musica. Ripeto, il Dio vero è la musica, è quello che la gente deve percepire. E da quando ho ’sta cosa in mente, credo di suonare meglio. Tecnicamente, tanti anni fa, facevo delle cose mostruose. E forse oggi non riuscirei più a rifarle, ma non m’interessa.

C’è la maturazione, c’è l’andare oltre.
A.: Esatto!

La persona e il musicista vanno di pari passo.
A.: Esatto. Ho avuto la fortuna di suonare con gente straordinaria: da Sarah Jane Morris, risalendo a ritroso, a Charlie Haden nel jazz, a un musicista dal Gambia, Juldeh Camara, che suona il violino monocorde, chiamato riti. Quando è venuto a registrare a casa mia per il mio disco Sketches of Africa [recensito in Chitarra Acustica, ottobre 2012], ho sentito delle frasi musicali incredibili, come una sorta di post-Jimi Hendrix. Pensa che adesso sta lavorando con Robert Plant! Tu lo vedi col pollicione che va su e giù per questa corda di budello, con dei fraseggi che mi hanno lasciato a bocca aperta. Quindi, persone straordinarie: io non ho fatto altro che assimilare.

Come si sono verificati questi incontri?
A.: I miei incontri sono ‘autobiografici’, vanno di pari passo con i miei viaggi e le persone con cui mi sono relazionato e grazie alle quali ho imparato tantissimo. Quindi, tutta questa ricchezza mi sembra puerile incanalarla in uno stile, che stile? Non c’è uno stile, io sono apertissimo. Quando sono stato in Turchia, sai, io ho una chitarra fretless, mi diverto un po’ a suonarla… ebbene, l’ho sentita suonare lì: facevano dei fraseggi che sembravano pianti, delle cose stupende. Questi viaggi mi stanno insegnando delle cose meravigliose, che la gente di certi paesi suona a un funerale, o quando la luna è piena. In Africa fanno un tipo di musica in un certo orario, perché è legato a un certo racconto o a un certo stato d’animo. Qui, in Occidente, si fa musica solo per vendere dischi: la vedo molto limitata come visione. La mente bisogna averla aperta, e lavorare per aprirla sempre di più.

Poi per un musicista…
A.: Ma io direi per tutti! Lo trovo un ‘obbligo’, per mettersi in discussione e quindi crescere. Come dico io, devi avere i ‘pori’ aperti, sempre e comunque metterti in discussione.

Secondo te, Antonio, questo approccio può limitare il business personale, la propria notorietà?
A.: Sì, lo so, ma nel dubbio continuo a fare quello che faccio. Quando mi dicono «Ma sei famoso?» io rispondo: «No, non lo sono, ma ho successo!» Avere successo vuol dire fare quello che ti piace fare. Ed io posso dire che sto facendo il lavoro più bello del mondo: creare musica. E finché ci sarà gente che pagherà il biglietto per venire a sentire quello che ho creato, sarò un uomo felice!

Foto di Arturo Di Vita

Bella questa differenza: «Non sono famoso, ma ho successo!»
A.: Sì, sì, è una bella differenza. Successo è avere abbastanza per continuare a fare quello che ami fare.

È un po’ come l’imprenditore illuminato che reinveste subito quasi tutto il profitto, non arricchendosi più di tanto.
A.: Esatto. Avere tanti soldi non mi eccita come scrivere un brano nuovo. E lo dico sinceramente: quando ho scritto qualcosa che ritengo giusto, valido, questo mi rende ‘Felice’, con la effe maiuscola. Una bella composizione sai cos’ha? Ha l’immortalità. Altra cosa che mi rende felice, è salire su di un palco e iniziare a suonare un brano completamente improvvisato. È successo pochissime volte, ma è successo quando stavo musicalmente e fisicamente bene.

Antonio, qual è la tua dimensione preferita? Suonare da solo o in formazione?
A.: Mi comporto diversamente, in un caso o nell’altro. Perché quando suono con gli altri sto condividendo un’esperienza; quando suono da solo, l’esperienza c’è ma è diversa. Quando suono da solo cerco di farmi amici i silenzi, e suonare con i silenzi mi dà una sensazione fantastica. Avendo un bel rapporto con i silenzi, puoi evitare la spinta ansiosa di riempire sempre e comunque. È come una persona logorroica che ti riempie di parole, quando invece ci vogliono le pause.

È quella categoria di musicisti che si suonano addosso.
A.: Esatto, che si suonano addosso. Se hai veramente qualcosa di interessante da dire, le cose interessanti hanno le loro pause. E quelle vanno ascoltate. Le pause, i silenzi, sono parte integrante della musica, a volte più importanti della musica ‘suonata’. Anche questo aspetto è per buona parte riconducibile al tempo che passa, al nostro maturare. Le prime volte che cominciavo a esibirmi da solo sul palco, anni fa, ero sempre un po’ preoccupato, nervoso, e questo si traduceva in un suonare logorroico. Pian piano questa cosa l’ho modificata, fino ad arrivare a quello che ti dicevo prima riguardo ai silenzi. Se tu ci metti le pause giuste, il concerto assume un potere pazzesco. A questo proposito ti racconto un aneddoto, che ricordo sempre molto volentieri. Finita una serata, mi raggiunse dietro il palco un violinista classico russo e mi fece un complimento che mi è rimasto impresso: «La tua musica è bellissima» mi ha quasi sussurrato all’orecchio «ma le tue pause mi hanno ‘ammazzato’». Ah, che bello! Qualcuno che ha colto quello per cui vado più fiero.

Dà brividi dietro la schiena…
A.: Sì, poi detto da un musicista classico! Proprio un bel complimento. Comunque capisco che la mia immagine presenta varie sfaccettature. Sai, nella mia vita mi sono cimentato in molte cose: per sette anni ho fatto teatro comico, ho fatto tanta televisione, usavo chitarre da quaranta euro perché le lanciavo in aria poi le riprendevo, ho fatto coreografie pazze… C’è gente che mi conosceva come clown, quindi le persone hanno di me idee un po’ diverse. Lo vedo quando mi salutano: «Ah, Antonio, quel pazzo di virtuoso!»

Hai preso le distanze da tutto questo?
A.: Non prendo le distanze, fa tutto parte di me. Io sono sempre me stesso, sono un po’ di tutto quello che ho vissuto e sperimentato. Posso fare anche oggi una serata in uno di quei vecchi modi, mi ci riconosco sempre, non lo rinnego: quel clown è sempre in me. A me va di essere libero, sono molto anarchico con le mie sensazioni. Sono cose che obiettivamente oggi sono lontane da me, ma le riconosco tutte, sono state tappe importantissime della mia evoluzione. Ti sembrerà bizzarro, ma ti posso dire che oggi riconosco l’importanza delle pause perché ho fatto il clown! Sai, ho lavorato in un circo di Barcellona e ho ricevuto anche un premio come clown… Ed io ho sempre ammirato l’artista che ti fa provare sensazioni a trecentosessanta gradi: se tu riesci a far cadere una lacrima, a far ridere, a far venire la pelle d’oca in una serata, vuol dire che sei attaccato alla vita in una maniera veramente forte. L’arte ti deve portare a questo. Per questo mi sembra puerile la tecnica, lo stile sulla tua chitarra… non vuol dire niente. Io voglio solo sapere se quella cosa mi fa venire la pelle d’oca o no.

Foto di Michele Stallo

Ciò nonostante, Antonio, devi riconoscere che ciò che suoni, e come lo suoni, denota che il tuo livello di tecnica chitarristica è molto alto, che il tuo tocco rotondo, caldo, riconoscibile, è frutto di uno studio molto intenso.
A.: A questo proposito ascolta ciò che sto per dirti. A sedici-diciassette anni, mi ricordo che un mio amico del paese di Castelfidardo, dove abitavo all’epoca, mi invitò a casa sua. Era uno di quei musicofili che ascoltavano musica con un approccio quasi religioso, con un impianto ottimo, con dischi di qualsiasi genere. E mise sul piatto del giradischi un album di John McLaughlin, My Goal’s Beyond. Bene, sono rimasto con la bocca aperta e gli occhi sgranati. Chiesi al mio amico se poteva rimetterlo: allora suonavo Santana, Deep Purple… e non avevo capito niente di quel disco, ma John Mclaughlin divenne la mia meta, la mia ispirazione. Da quel momento ascoltai tutto di lui. Dire di Mclaughlin che era un mostro era poco, tanto pazzesche erano le cose che faceva…

Ancora adesso…
A.: Sì, certo, è un grande. È sempre stato avanti. Ebbene, io aspiravo a suonare come lui e – per raggiungere questo obiettivo – non ti dico quante ore al giorno stavo a suonare la chitarra, andando in su e in giù per il manico come un pazzo. Lui e Paco De Lucia erano i miei idoli.

Non a caso la matrice flamenca è comune a entrambi.
A.: Sì, infatti. Ascoltavo tantissimo anche Paco, e poi ho avuto la fortuna di conoscere tutti e due di persona. Quindi m’ero dato delle mete piuttosto alte. Mediamente suonavo cinque, sei, anche sette ore al giorno a quell’epoca. Ora non lo faccio più. Quando oggi prendo la chitarra mi occupo di composizione. Ovviamente mi riscaldo prima di fare un concerto, ma certamente non mi faccio più quelle cinque-sei ore di studio quotidiano. Suono un paio di ore al giorno, che includono non solo la tecnica pura, ma anche una ricerca di sonorità nuove, magari relative a un brano che eseguirò in una prossima data e per il quale sento di voler ampliare il vocabolario musicale. Poi ogni cosa si può ramificare in qualsiasi direzione. Per esempio ultimamente sto andando a Cuba, sono già quattro anni che ci vado…

Interessante, per l’ampliamento del tuo vocabolario geografico musicale?
A.: Eh, sì. Molto probabilmente ci sarà nel prossimo futuro uno Sketches of Cuba! Quindi mi sono messo a suonare con dei cubani, ad assimilare e capire un po’ di cose particolari cubane. Sai, loro melodicamente sono molto vicini a noi italiani, però ritmicamente… c’è l’Africa, eh! Ti sto parlando di un mio avvicinamento alla Cuba più vicina alla propria radice africana, appunto: il basso tumbao suonato in levare, il loro modo di armonizzare, ma soprattutto il ritmo. Sai, prima di suonare la chitarra io suonavo la batteria, e questo mi ha aiutato molto ad avvicinarmi ai brasiliani, agli africani ed ora ai cubani. Infatti c’è un affetto reciproco con questa gente. Attualmente ho formato un trio, l’AKA Trio, con il brasiliano Adriano Adewale alle percussioni e il senegalese Seckou Keita che suona la kora. Loro sono fantastici, con loro mi trovo benissimo, suoniamo melodie molto semplici con dei ritmi coinvolgenti, con strumenti organici. Sempre così. Io non ho mai suonato in playback e non uso mai i loop. Credo al live. Ma non critico chi usa i loop, anzi faccio loro tanti auguri. Anch’io li ho usati, penso pure di essere stato tra i primi musicisti a utilizzarli. Ero andato in Svizzera da Matthias Grob, il liutaio della Paradis, sai, la chitarra di Pino Daniele. Ebbene, faceva anche le prime loop station, di quelle che duravano trenta secondi; ti sto parlando di più di vent’anni fa. L’ho usata per un paio di volte, dopodiché ho detto: «Non mi convince». E ho capito perché: a me interessa il presente. C’è un discorso un po’ filosofico dietro, ma non vorrei calcare troppo sul concetto…

Forcione & Morris a Gazebo, Rai3

No, Antonio. È un tema molto affascinante e ti pregherei, anche sintetizzandolo, di trattarlo.
A.: In sostanza, io credo che se riesci a vivere il presente, questo è il vero futuro! Capisci, è bello vedere lì una persona, un artista che – con tutto il limite umano – ti racconta sé stesso. Quando utilizzi un loop, per quanto tu faccia una nota bellissima, lui te la ripete; e qualsiasi cosa ripetuta perde un po’ rispetto alla sua unicità. Insomma, il presente ha un valore enorme. Il live è sacro, perché è firmato dalla vita stessa. È meraviglioso sapere che quel ragazzo lì sul palco, con tutti i suoi limiti, ti sta dando quello che può fare. Ecco, ho trattato questo tema in un dibattito a Londra all’Istituto Italiano di Cultura, dove c’era pure Pino Daniele, buonanima, il giorno prima di un suo concerto tre anni fa. Per esempio, io ho una figlia di ventidue anni. Quando aveva diciotto-diciannove anni mi ha chiesto i soldi del biglietto, ottanta sterline, per andare al concerto di un rapper americano che suonava a Londra. Il giorno dopo le ho domandato com’era andata la serata: mi ha risposto che non era riuscita a ballare per quanta gente c’era nel locale, un posto da tremila persone circa. E ho pensato: «Caspita, quanti soldi ha fatto questo qua!» Lei mi ha spiegato i dettagli del concerto, e sono venuto a sapere che era il rapper da solo in playback, per tutta la sera. Ora io dico, non è vietato farlo, ma almeno mi sembrerebbe corretto indicare come si svolgerà la serata. È come al ristorante: è bene che prima di ordinare la pietanza il cliente conosca gli ingredienti che useranno. Trasparenza e onestà…

Come mai hai citato Pino Daniele?
A.: Ah, sì, perché stava parlando dei suoi figli e del fatto che anche loro ascoltavano queste cose, che ormai i tempi erano questi, e che non si meravigliava che non ascoltassero la sua di musica. Sì, ma il discorso non si ferma qui, dicevo io. Perché ascoltano queste cose? Chi gli fa ascoltare queste cose e perché sta succedendo questo? Io sono per andare avanti: le cose cambiano, mi sta tutto bene. Però è legittimo sapere cosa e come, capire i fenomeni che portano a questo cambiamento. L’arte deve essere aperta, ma prendersi ottanta euro da tremila persone suonando in playback, non lo accetto!

Torniamo a Compared to What: come avete registrato il disco?
A.: Lo abbiamo registrato al Masterchord Studio, uno studio molto bello di un carissimo amico mio, Michele Catri, un italiano a Londra. Lui è stato molto carino a farci lavorare lì, ci ha accolti a braccia aperte. Sai, anche Michele è un chitarrista, per cui è un motivo in più per ricordarlo con affetto. Anche Sarah si è trovata benissimo. Abbiamo registrato in diretta, facendo tre o quattro take per ogni brano, e scegliendo quella che ci piaceva di più. Poi aggiungevamo la ciliegina quando ce n’era bisogno.

Mi pare di aver notato che ci sono poche sovraincisioni.
A.: Sì, credo che se il pezzo riesce con meno cose è meglio. Anche perché, se sei con una cantante come Sarah Jane Morris, con quella voce che ha e con quelle cose importanti che sta dicendo, cantate in quel modo, non ha senso coprirla con arzigogoli. Lo ripeto, io ho cercato di dare la tessitura giusta al testo. Questo è stato il mio lavoro. E Sarah ed io siamo molto soddisfatti di com’è venuto il disco. La mia chitarra poi ha un ruolo molto importante, tutta la musica che esprimo nel disco ha un motivo. E il motivo sta nel discorso artistico tra Sarah e me. Sai, dopo venti dischi realizzati, non ho altro da perseguire che questo tipo di discorso. Ciò nonostante, nel disco ci sono anche i momenti di virtuosismo.

Quali chitarre hai usato?
A.: Io suono sempre le mie Yamaha, sia con corde di nylon che con corde metalliche. E ho suonato anche una Fylde acustica, che mi sono fatto costruire recentemente. Le ho fatto applicare un impiantino per amplificarla molto carino, costruito da Mike Vanden, il Mimesis Kudos Blend, un sistema misto con pickup magnetico e microfono dentro la cassa, a cui poi ha aggiunto il microfonino DPA 4061. In questo modo ho ottenuto un suono molto bello.

Foto di Sara Leigh Lewis

Per il disco hai utilizzato anche quest’impianto o solo microfoni esterni?
A.: Quando registro utilizzo sempre microfoni esterni. Per la chitarra acustica non c’è cosa migliore di un microfono esterno. Al massimo un pelino di pickup, se devo fare delle cose particolari. Tornando alla registrazione del disco, ho usato anche l’EBow per dare quelle sonorità lunghe; mi piace giocare con le sonorità sull’acustica. Ho utilizzato anche un octaver per dare un po’ più di peso sui bassi.

Per “Blowing in the Wind” cosa hai utilizzato?
A.: Lì ho suonato tre-quattro chitarre. Una che va avanti con un 6/8 molto rallentato con gli armonici, un’altra che fa un arpeggio molto delicato. Il tutto si ripete sempre durante le strofe. E la ripetizione è dovuta al fatto che questo testo di Dylan parla di cose che si sono ripetute per un grandissimo numero di anni, da quando si può dire che esiste l’uomo. Quindi ho utilizzato una sorta di ripetizione sulla musica stessa, una sorta di mantra, di ninna nanna, come a sottolineare che sembriamo tutti svegli, ma in realtà stiamo come dormendo, anestetizzati da una ripetitività ipnotica, un po’ tutti… ‘rincoglioniti’. Invece, arrivati al ritornello, che tutti si ricordano come fosse un inno, era giusto non cambiare rispetto alla stesura originale. L’unica cosa che ho modificato è stato un accordo in maggiore che ho sostituito con uno in minore, come per dire che oggi è ancora più triste di cinquant’anni fa, quando Dylan compose il pezzo. Ho utilizzato anche l’effetto di graffiare le corde, che rimanda – con l’aiuto del delay – una sorta di folata di vento che ritorna.

Complimenti per l’arrangiamento. Non è stata un’operazione semplice quella di arrangiare un pezzo così famoso e non facile da attualizzare, non tanto nel testo quanto nella sua struttura musicale.
A.: Infatti Sarah pensava che fosse una canzone troppo conosciuta, che forse era il caso di considerarne un’altra meno nota. Sono stato io a convincerla, facendole sentire come rendevo le sonorità della chitarra lungo le strofe del pezzo. Lei ha provato a cantarci sopra e a sua volta mi ha incoraggiato a continuare. Sai, quando Sarah sta dicendo una parola, lo ripeto, diventa quella parola. E ha una forza pazzesca. Io ho dato la stesura armonica del pezzo, lei ha letto le parole del testo come le sentiva. Poi, giunti al ritornello, ho aggiunto l’octaver che ha dato più solennità alla parola stessa «The answer my friend»… C’è un momento di solo di chitarra, ma anche lì non faccio virtuosismi. E come sottofondo, le ho chiesto di cantare come farebbe una mamma in una dolce ninna nanna, di sussurrare le parole. Sarah mi ha ringraziato dopo, per averle fatto scoprire un suo lato canoro sconosciuto, lei che ha sempre cantato molto forte. Pensa che anche dal vivo, quando finisce l’ultimo ritornello, lei simula un piccolo refolo di vento al posto della parola «wind». In quel momento scatta l’applauso!

Sarah Jane e Antonio, grazie della chiacchierata e in bocca al lupo per la promozione di Compared to What!

 Gabriele Longo

 

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