Scuolacustica (3) – Il suono: è anche colpa o merito nostro?

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La rubrica “Scuolacustica” è un piccolo spazio, una sorta di blog (per dirla tecnologicamente), dove gli insegnanti delle diverse sedi di Scuolacustica, la scuola di Fingerpicking.net, cercheranno di dare consigli o soltanto degli spunti di riflessione, su tutto ciò che circonda il mondo di chi – con uno strumento – trascorre la quasi totalità del proprio tempo.

(di Giuseppe Tropeano) – Non possiamo farci nulla. Fa parte della nostra quotidianità, che lo vogliamo oppure no. Internet, intendo. È un elemento dal quale non possiamo prescindere, neanche quando si parla di strumenti musicali. Ogni giorno mi trovo a leggere forum, pagine e gruppi sui vari portali e social network. Sempre le solite domande: «Ragazzi che ne pensate di queste corde?» Oppure: «Come suona quella chitarra?» O ancora: «Quale pedale mi consigliate per la chitarra?» Le risposte a queste domande? Beh, sono tante e, ovviamente, ognuno dice la sua in base alla propria esperienza e al proprio background. D’accordo che lo scambio di opinioni è sempre utile, ma aspettarsi delle risposte che possano chiarire i nostri dubbi è, a mio parere, un po’ pericoloso. Si rischia di sacrificare qualcosa che invece potrebbe farci divertire parecchio: la curiosità.

C’è però una domanda che non leggo MAI e che probabilmente siamo in pochi a porci, e cioè: «Se uno strumento (una muta di corde o qualsiasi altra cosa possa influenzare il timbro) suona male, potrebbe essere un po’ colpa mia?» Mi spiego. Al sesto anno di conservatorio, decidemmo con i miei genitori che era giunta l’ora di acquistare uno strumento pregiato, perché la chitarra da studio che avevo – e che ancora ho – non era più sufficiente. Ordinata la chitarra e pagato l’acconto, aspettammo nove mesi prima che lo strumento arrivasse nelle mie mani. Quando finalmente la ricevetti, l’entusiasmo era a mille. Uno strumento che solo a guardarlo era (ed è) una meraviglia. Ovviamente corsi in camera a suonare, credendo che dal quel momento in poi sarei stato un chitarrista Super Saiyan (all’epoca avevo anche i capelli). Dopo due ore di brani suonati con quella chitarra, il risultato fu deprimente. Lontana anni luce da quello che mi aspettavo, ma soprattutto suonava male. Chi lo avrebbe detto ai miei? Uno strumento di quel calibro e pagato così tanto… Possibile che fossi stato così sfigato da beccare l’unico strumento che un liutaio importante come quello avesse sbagliato? Ci doveva essere qualcosa che non andava. Decisi di impostare il mio studio con quella chitarra, rispolverando gli esercizi di tecnica e cercando un modo diverso di suonare con la mano destra. Ecco la chiave di volta; non era la chitarra riuscita male, ero io che non ero abituato a quello strumento.

Nel percorso di ogni musicista, una parte della propria formazione dovrebbe essere dedicata alla produzione e alla cura del timbro, al modo di far vibrare le corde, e questo periodo di ricerca strettamente intima dovrebbe essere affrontato ogni qualvolta si cambia una chitarra. Io personalmente ci ho speso diversi anni, lavorando sui diversi aspetti che influenzano questo elemento, ed è una cosa sulla quale faccio lavorare molto i miei allievi. Il suono che ognuno di noi ha sul proprio strumento è il risultato di una catena formata da diverse maglie. E la prima di queste maglie non è di certo lo strumento, né le corde, ma bensì sono le nostre dita. Parte tutto da quello. Forse ancora prima delle dita, deve starci un’IDEA. Quindi la domanda deve diventare: «A che tipo di suono voglio arrivare?» Mi piace il suono dei polpastrelli o preferisco quello delle unghie? O del plettro? Se non so quali sono le differenze, perché non sperimentare? Si fa sempre in tempo a tornare indietro e cambiare strada.

Non si tratta di cosa sia sbagliato o giusto nel ricercare un proprio approccio al suonare, anche se lontano dalle consuetudini. Nessuna verità assoluta, solo quello che più si avvicina al nostro essere e anche alla nostra conformazione fisica. Non possiamo aspettarci di risolvere il problema scrivendo su Internet, cercando di prestare attenzione a quello che dicono gli altri o cercando di ‘scaricare la colpa’ sullo strumento piuttosto che sulle corde. Non può e non deve funzionare così. Cerchiamo di non mettere da parte la curiosità, perché il cinquanta per cento dell’essere musicisti sta proprio lì. E soprattutto non convinciamoci che quello che va bene agli altri sia la soluzione giusta anche per noi.

Una delle idee iniziali che aveva Reno Brandoni, e che poi ha fatto scaturire il progetto delle chitarre Effedot, era proprio quella di far notare agli allievi di Scuolacustica, e non solo, che la differenza di ‘prestazioni’ (passatemi il termine) non sta nello strumento ma nelle mani. Sia chiaro! Quando le mani sanno bene cosa fare, uno strumento di qualità superiore a quello che si possiede, con un buon setup PERSONALIZZATO e una muta di corde degna di tale nome, non può far altro che aiutare a raggiungere prima la nostra idea.

A proposito di setup… Portare lo strumento da un liutaio per fare l’assetto, lasciarlo e poi tornare a prenderlo dopo una settimana, non è un modo corretto di procedere. Il liutaio deve essere l’esecutore materiale di una nostra idea, eventualmente dirci cosa non va bene nelle nostre richieste e, comunque, deve essere in grado di provare in tutti i modi a realizzare il nostro pensiero. Naturalmente, affinché possa farlo, ha bisogno di un elemento importante: il musicista che suonerà su quello strumento. Bisogna stare lì: lui fa una modifica e noi proviamo e chiediamo cosa ancora vorremmo; altra modifica, altra prova, e così via fino a ottenere uno strumento calibrato al massimo sul nostro modo di suonare.

Partire da un’idea e, attraverso tutti i passaggi, arrivare ad avere un proprio suono, è quanto di più gratificante esista per ogni tipo di musicista. Ma, ricordate, è solo l’unione di tutti questi elementi a dare la possibilità di arrivarci. Non è mai colpa solo dello strumento o solo delle corde. Tra l’idea e il suono non devono esistere colli di bottiglia. Ogni componente deve essere a servizio delle altre. Sempre.

Giuseppe Tropeano
Insegnante di Sarzana

 

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