giovedì, 22 Aprile , 2021

Un navigatore acustico in DADGAD – Intervista a Sergio Arturo Calonego

(di Alberto Grollo) – Bluesman e cantautore prima ancora che chitarrista ‘puro’, Sergio Arturo Calonego può sicuramente essere considerato astro nascente nella composita galassia italiana delle seicorde. Dotato di personalità travolgente e comunicativa e di una tecnica che abbraccia il nuovo senza dimenticare la tradizione, si sta creando una posizione di rilievo, specie dopo la vittoria al Premio ADGPA ‘Chitarrista emergente’ in occasione del Guitar International Rendez-Vous 2015 e la conseguente partecipazione al Festival de la Guitare di Issoudun in Francia.

Calonego_3Ciao ‘Art’, innanzitutto spiega alla comunità di Chitarra Acustica da che pianeta provieni…
Prova a immaginare uno che si chiude nel bagno di casa con una chitarra acustica per dieci anni. Costruisce architetture senza interagire più di tanto con altri che suonano il suo stesso strumento. Certo, ogni tanto guarda fuori dalla finestra, ma grossomodo se ne sta in bagno e ci sta pure comodo. Poi un giorno esce dal bagno. Ecco io vengo da lì.

Quindi, dopo un periodo che potremmo definire ‘scatologico’, assistiamo ad una evoluzione della tua vita musicale: raccontaci delle tue esperienze blues e dei tuoi concerti, che se non sbaglio sono arrivati alla ragguardevole cifra di almeno settecento!
Ho iniziato a suonare la chitarra alla fine degli anni ’80 e il blues è stato il mio primo amore. Inizialmente utilizzavo una chitarra classica che amplificavo con le cuffie inserite nella sezione microfono dello stereo di casa. Nel 1988 ho comprato la mia prima vera chitarra, una Fender Stratocaster e dopo poco – erano gli inizi degli anni ’90 – ho cominciato a esibirmi nei locali. Per la verità era un’epoca diversa, la gente era più curiosa, giravano più soldi e i gestori dei locali forse erano più intenditori che imprenditori: sta di fatto che ho suonato tanto e ovunque, bettole e locali di alto livello, in Italia ma anche all’estero, in particolare ho suonato per due anni in Islanda. Non mi sono mai sentito un bluesman, ma il blues è una musica che conosco abbastanza bene. Molto di quello che so sui blues l’ho imparato da Giancarlo Crea, grande armonicista della Model T-Boogie, con il quale ho suonato e che mi ha insegnato molto di questa musica. Una certa esperienza me la sono fatta anche aprendo concerti di musicisti americani, e questo soprattutto grazie a Carlo Prandini, deus ex machina del club All’Una e Trentacinque Circa di Cantù, che mi ha permesso di entrare in contatto con musicisti straordinari ai quali ho cercato di rubare il mestiere e chiesto consigli. Ricordo le parole di Paolo Bonfanti che una sera mi disse: «Costruisci la tua musica un pezzo per volta, come un artigiano di qualità». Gli ho dato retta. Oggi con Paolo c’è anche un rapporto di amicizia, oltre che di stima, e lo considero ancora uno dei miei riferimenti, anche se facciamo cose molto diverse. Ma mi fermo qui perché sarebbe un elenco veramente davvero molto lungo.

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Foto di Fabio Beretta

E dopo il blues cos’è successo?
Nella prima decade del nuovo millennio cambiò l’aria e probabilmente anche io. Ho frequentato il mondo dei cantautori e della musica indipendente e sono stati anni in cui ho avuto esperienze editoriali importanti. Ho maturato un’esperienza con la Warner Bros. come autore e ho registrato dischi collaborando con la Faier Entertainment di Davide Sapienza e Paolo Pelandi, poi con gli amici della Via Audio Records grazie ai quali ho avuto la possibilità di suonare per tutta l’Italia in un circuito che non conoscevo. Il mio ingresso nel mondo della chitarra acustica coincide di fatto con la pubblicazione del mio primo disco solista, Marinere, che risale al 2013. Da quel momento mi sono presentato sempre da solo con la mia chitarra acustica. Queste esperienze mi hanno permesso di collezionare un numero importante di concerti, un po’ più di settecento a oggi, e di imparare tante cose, soprattutto le regole non scritte del palco.

Bella, intrigante quest’ultima suggestione: quali sono secondo te le regole non scritte del palco?
Per esempio ho imparato che a un fonico devi fare meno domande di quelle che vorresti, ma una in più per avere le risposte che ti servono. Ho imparato che se suoni tanto per locali, non devi scegliere il miglior sistema di amplificazione ma il più efficace, e non dimenticarti mai che il suono esce prima dagli occhi e poi dalle casse dell’impianto. Ho capito che molto spesso il silenzio che accompagna l’esecuzione di un brano vale più dell’applauso finale, e che il pubblico non è stupido e se non apprezza quello che stai facendo non sempre è colpa sua. E poi… ho imparato che la prima cosa da mettere in valigia quando sei in tour sono i fazzolettini di carta: il vero professionista spesso lo riconosci da questo dettaglio. Chiaramente tutto questo vale per l’intrattenimento, i contesti accademici sono un altro romanzo.

Foto di Luca Varani
Foto di Luca Varani

Dal bordello della Stratocaster al ‘silenzio’ dell’acustica: com’è nata questa ‘conversione’?
È stato un passaggio graduale che ha avuto un’accelerazione enorme negli ultimi anni. Inizialmente si è trattato di uno studio intimo e lontano da qualsiasi tipo di obiettivo personale. Con il tempo è diventato uno studio clandestino, quasi da amante, perché mi ritrovavo a suonare elettrico nei concerti e poi a flirtare con la chitarra acustica nel bagno di casa. Non frequentando scuole mi sono evoluto da solo e ho risolto a modo mio problemi formali e d’impostazione. Sai, questo modo di studiare può essere rischioso perché ti può portare a sbagliare, ma può anche avvenire che inciampando in errori di interpretazione tu possa costruire il tuo ‘modo’. Per la verità c’è anche una tappa simbolica che mi piace ricordare. Nel 2006 un amico mi regalò il biglietto per un concerto di Pierre Bensusan e quel concerto di fatto ha cambiato la mia attitudine sullo strumento, e soprattutto il mio approccio alla musica. Pierre Bensusan è uno dei massimi ambasciatori della DADGAD e quella sera, tornato a casa, ho riaccordato la chitarra e ho cominciato a demolire tutte le certezze che avevo.

Sicuramente, nonostante l’immensità di accordature alternative, la DADGAD è la più usata fra tutte, quando vuoi andare oltre la tradizionale. Come mai anche tu con la DADGAD?
Questa accordatura per la verità mi fu mostrata per la prima volta da Paolo Zanni, liutaio e caro amico complice del mio passaggio dalla chitarra elettrica a quella acustica. Amo la tensione che si genera sulla chitarra accordata in questo modo e, nel tempo, è diventata quasi un bisogno fisico. Ho dovuto ridisegnare il mio modo di suonare, disimparare tutto quello che sapevo, ricostruire il mio approccio sullo strumento e cambiare persino la postura. All’inizio è stato un vero e proprio lavoro di ‘traduzione’: dal blues alla musica barocca passando per Hendrix. Poi ho cominciato a tradurre alcune mie composizioni e, solo più avanti, a scriverne di nuove. È stato un po’ come studiare il greco antico al liceo. Per tradurre un brano non c’è bisogno solo del dizionario, serve una visione d’insieme e, con la musica, non è tanto diverso. Alla fine di questo periodo mi sono trovato così comodo, che ha cessato di essere un’accordatura alternativa ed è diventata il mio modo di camminare. Questo periodo di distruzione e ricostruzione di un modello è avvenuto a ‘Baktrapack’.

Foto di Fabio Beretta
Foto di Fabio Beretta

Cos’è ‘Baktrapack’? Mi suona tanto come un carcere di massima sicurezza…
No, più che a un carcere direi che assomiglia a un salvagente. Baktrapack è un luogo della mente dove mi rifugio quando ho bisogno di fare silenzio intorno a me. Quasi tutto quello che immagino e poi scrivo nasce lì. Per silenzi e suggestioni ricorda molto le paludi della Louisiana o gli altipiani del Tibet…

Dal Tibet all’antica dinastia indiana il passo è breve… raccontaci del premio che ti è stato conferito al concorso Senza Etichette 2014 da Mogol, come è nato tutto e per quale motivo hai vinto.
Ho vinto per caso, partecipando per simpatia. Si trattava di un contest legato alla canzone italiana, su suggerimento di un’amica. Inizialmente non volevo farlo, perché mi rendevo conto che la mia musica ormai era lontana dal formato canzone. La giuria era composta da maestri dell’Orchestra stabile del Teatro Regio di Torino e presieduta, appunto, da Mogol, che quella sera decise di assegnarmi un premio speciale: la Targa SIAE in qualità di autore compositore. La motivazione fu «per l’originalità della proposta compositiva sorretta da una particolare ricerca strumentale». Onestamente non me l’aspettavo. Pensa che quando mi hanno chiamato sul palco per la premiazione ero già uscito dal teatro. La Targa SIAE è un riconoscimento nazionale importante e mi ha dato molta visibilità. Mogol questo lo sapeva e me lo disse chiaramente quella sera, consegnandomela.

Da qui e di seguito si è sviluppata la tua travolgente carriera di chitarrista acustico: raccontaci delle tue esperienze al Rendez-Vous della ADGPA a Pieve di Soligo, al festival di Issoudun e a Sanremo.
Sul Premio ADGPA e il Rendez-Vous innanzitutto voglio confermare pubblicamente le due leggende che mi riguardano, ovvero quella della piscina e quella del venditore di rose. Confermo che venti minuti prima del soundcheck per la finale del Premio ero ancora in piscina e che, se non mi sono presentato in accappatoio, è stato solo perché dovevo liberare la stanza dell’albergo; e poi confermo che quando Carlos Juan si è precipitato per farmi i complimenti dopo la vittoria in finale, pensavo che mi volesse vendere delle rose. La verità è che sono stati giorni stupendi. Il Rendez-Vous, il viaggio in Francia, il concerto di Issoudun e la reazione del pubblico francese hanno ormai un posto speciale nei miei ricordi. Marcel Dadi è ancora vivo negli occhi dei suoi amici in Italia e, a Issoudun, la sua presenza è così intensa che ti aspetti che da un momento all’altro si faccia vivo. È commovente. A Issoudun mi sono sentito adottato, un’esperienza molto simile a quella che ho provato al Tenco Ascolta a Cantù nel 2014, perché anche in quell’occasione ho avuto la sensazione di sentirmi in famiglia. Sanremo è stata un’avventura completamente diversa. È stata una giornata bellissima perché mi sono divertito come un matto, lusingato per l’invito a suonare al prefestival. Sanremo è una vetrina ma so che il mio viaggio, musicalmente parlando, mi porta altrove. Sull’appartenenza alla categoria dei chitarristi ti devo dire che mi sento più a mio agio nella definizione che mi è stata data di acoustic sailor, ‘navigatore acustico’… non ho mai voluto approfondire se si trattasse di un complimento, ma suonava così bene che mi sono autoconvinto che lo fosse.

Come è nato il tuo stile così particolare di ‘acoustic sailor’?
Le domande che poi ti guardi troppo allo specchio sono pericolose… Posso dirti che molto di quello che suono è percezione di quello che sono. Da un punto di vista tecnico non ho alcun tipo di pregiudizio formale: corteggio la melodia quando e se è una buona melodia, non mi formalizzo se devo utilizzare tecniche contemporanee se la suggestione che inseguo evoca una tensione ritmica. Ho un approccio alle tecniche percussive decisamente sostanziale e non formale, nel senso che le utilizzo raramente, ma quando lo faccio non è per colorare un brano ma sempre per sostenerlo. Per il resto penso più alla musica che a come dovrò suonarla, e la chitarra finisce dove mi serve. E poi io bevo solo birra belga.

Foto di Andrea Caristo
Foto di Andrea Caristo

Ed è così che appare dai tuoi dischi. Come li registri?
Dadigadì e Marinere sono stati registrati in tre giorni. Da quando produco personalmente i miei dischi mi sono imposto questa regola ferrea. Quando l’intenzione narrativa del disco è chiara e i brani mi convincono per ritmo, armonia e melodia, mi prendo un paio di mesi per imparare a suonarli con disinvoltura. Lavoro molto in fase di preproduzione e poi registro rigorosamente senza sovraincisioni. Lavorando in questo modo la registrazione diventa il momento del racconto, e la tensione sparisce.

Tre musicisti fondamentali per la tua formazione?
Paolo Conte, Lightnin’ Hopkins e Pierre Bensusan.

Se ti dicessi ‘melodia’, cosa mi rispondi?
Chet Baker.

Se ti dicessi ‘ritmo’?
Django Reinhardt.

Se ti dicessi ‘armonia’?
Johann Sebastian Bach.

Tecnica o cuore?
Penso che tecnica e cuore non si escludano necessariamente. Studiare, accrescere la propria tecnica e la conoscenza di linguaggi diversi non fa del male al cuore della musica. Se è il cuore a guidare la tecnica, la poesia non ne risente. Nel mio modo di intendere la musica, il cuore è la direzione e la tecnica è il mezzo.

Il tuo rapporto con la chitarra è sia fisico che mentale: cosa significa la musica per la tua vita?
A livello mentale ti direi che è cercarsi, nel senso di cercare sé stessi nella musica. A livello fisico c’è un legame non ancora esplorato che lega la musica al nostro corpo. E’ un tema che mi sta a cuore e che tu conosci molto meglio di me, del quale vorrei spendessi qualche parola…

Be’, da qui potremmo cominciare e andare molto avanti, e probabilmente verrebbe fuori un articolo a sé stante… Non ci sono dubbi che, fin dall’antichità e ancor prima che nascesse la parola come forma di comunicazione, tutto ciò che fa rumore crea nel nostro organismo delle variazioni a più livelli. Il più immediato è quello psicologico, a causa dell’immensità di connessioni presenti nel nostro cervello e delle diverse aree preposte alla sensibilità, ai ricordi, agli istinti, alla motricità. Il secondo livello è fisico, ed è rappresentato da altre connessioni che determinano la produzione di ormoni. Esempi sintetici e – ora – abbastanza scontati: endorfine e dopamina per le musiche rilassanti, adrenalina per le musiche ritmate e fracassone. Tutto ciò si configura sostanzialmente in risposte, che ormai sono state testate in centinaia di esperimenti e che riguardano la frequenza cardiaca e respiratoria, la pressione sanguigna, la tensione muscolare e di certi strati della pelle. Questa è una sintesi stringatissima, che cerca di farci capire quello che succede dentro di noi mentre ascoltiamo o, meglio, facciamo musica. A livello cosciente e subliminale. Ma tu mi hai fatto deviare pericolosamente dall’argomento, che è la tua intervista. Allora dimmi che chitarra usi, quali corde?
Mi piacciono le chitarre neutre perché danno la possibilità di personalizzare il suono con il tuo tocco. La mia chitarra da concerto è una Martin HD-28 che ho acquistato personalmente a Los Angeles anni fa. È una chitarra più equilibrata della fama che ha e, con il tempo, alcuni suoi difetti sono diventati i miei pregi. ‘Baby’ è potente e pianistica quando serve, ma se la accarezzi sa essere molto dolce. Ho dovuto imparare a controllare la mano destra, che è davvero il miglior equalizzatore disponibile sul mercato. Utilizzo una postura inconsueta, ma è molto efficace perché ho a portata di mano tutto lo strumento. Mi sono adattato io alla chitarra e questo atteggiamento mi ha portato a osservare le cose da un altro punto di vista, anche per quanto riguarda la composizione. Dal punto di vista dell’amplificazione ho un approccio decisamente essenziale e minimalista. La chitarra è amplificata con un sistema LR Baggs Anthem e, solitamente, entro in un Fishman Loudbox di cui apprezzo molto la versatilità e il riverbero. Personalmente non faccio uso di effettistica, ma ho grande stima per chi la sa utilizzare con garbo e buon gusto. Per quanto riguarda le corde utilizzo Elixir Bronze .012.

Come vedi il tuo futuro?
Vedo un futuro fatto ancora di studio e probabilmente un terzo disco. Per quanto riguarda l’attività live devo dirti che non sono un forzato dei concerti, per cui… suonerò se ci saranno occasioni e presupposti per farlo. Sono un papà di tre splendidi bimbetti, suonare in bagno o in soggiorno non mi spaventa.

Che consiglio daresti ai giovani?
Fare sogni grandi da realizzare con piccoli passi.

Un’ultima domanda per i lettori di Chitarra Acustica: gira voce che quest’anno ti vedremo impegnato al Rendez-Vous dell’ADGPA a Pieve di Soligo non solo per il concerto. Confermi l’indiscrezione?
Confermo. Prima di tutto vorrei anticipare ai lettori di Chitarra Acustica che quest’anno ci saranno alcune novità rispetto alle edizioni precedenti del Premio ADGPA ‘Chitarrista emergente’, che ho avuto il piacere di vincere l’anno scorso. I primi due concorrenti passano direttamente alla finale, come al solito, ma da quest’anno anche tutti gli altri che hanno partecipato al concorso, se lo vorranno, potranno venire a Pieve di Soligo a confrontarsi dal vivo per diventare il terzo finalista della domenica sera. Ricordo che chi vince va diretto a Issoudun, uno dei festival chitarristici più importanti d’Europa. Ma il messaggio più importante è che vogliamo che il Rendez-Vous diventi la sana occasione per conoscersi di persona, suonare insieme, provare le chitarre dei tanti liutai che esporranno e parlare di musica. Vogliamo cioè dare il giusto valore alla partecipazione, che deve essere innanzitutto coinvolgimento. Abbiamo questa idea, forse un po’ démodé, che nella musica ci si esprime: non vince e non perde nessuno. Gli organizzatori si stanno dando veramente da fare per rendere il viaggio una vera vacanza low cost: pasti e alloggi in bead and breakfast a prezzi bassissimi per tutti i partecipanti e i loro amici, ancora più bassi per le amiche! Il mio ruolo? Onestamente non ricordo… mi propongo per guidare insieme a te la degustazione e la conseguente sbornia consapevole di prosecco DOCG!

Alberto Grollo

 

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