Intervista a Sergio Fabian Lavia

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(di Gabriele Longo) – Sergio Fabian Lavia, italiano di Buenos Aires, è artista a tutto tondo: chitarrista, compositore, interprete, progettista del suono (sound designer), insegnante. I suoi interessi musicali, pur trovando cittadinanza nella musica classica, spaziano in quella contemporanea, nelle nuove tecnologie legate alla manipolazione e spazializzazione del suono, e ancora nella musica popolare dell’Argentina e del Brasile, portandolo a creare un dialogo fra queste frontiere culturali. Dopo essersi diplomato con il massimo dei voti e la lode presso l’Instituto Musical Odeon di Buenos Aires, ha studiato poi composizione alla Facultad de Bellas Artes di La Plata, dove ha vinto il Premio alla produzione artistica dell’Università. Trasferitosi in Italia, si diploma in chitarra e in composizione e musica elettronica al Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano. La sua intensa attività concertistica lo porta a esibirsi in alcuni dei più importanti teatri del Sud America, dell’Oceania e dell’Europa, dove è anche ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche.

Lavia - foto di Giuseppe Massa
Lavia – foto di Giuseppe Massa

Le sue musiche sono eseguite da importanti interpreti, utilizzate in video, televisioni e cinema in più di quaranta paesi nel mondo. Suona con alcuni dei più importanti musicisti del panorama internazionale, quali Riccardo Chailly, Luis Bacalov, Nicola Piovani, Vinko Globokar, Vladimir Jurowski, Jorge Lopez Ruiz, Enrico Intra, Sandro Gorli, Oleg Caetani, Eric Hull, Milan Turkovic, Yutaka Sado e altri. È ospite di diversi progetti discografici ed editoriali con Decca, Stradivarius, Warner Chappell, Saar e Worldmusic. La casa editrice Sinfonica pubblica otto libri delle sue composizioni per chitarra con CD allegato, distribuiti dalla Carisch. Dal 1996 è chitarrista dell’Orchestra sinfonica ‘Giuseppe Verdi’ di Milano. Attualmente è direttore artistico del Festival internazionale di chitarra di Menaggio, dell’Accademia musicale ‘Donald Swann’ e insegnante di chitarra presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano.
Lo abbiamo incontrato a Menaggio, nel corso dell’ultima edizione del festival da lui diretto.

In questa intervista vorrei approfondire due aspetti: la tua attività didattica presso il Conservatorio della Svizzera Italiana, e il rapporto tra la chitarra classica e l’elettronica, ambito a cui hai dedicato anni di studio e ricerca.
Il mio lavoro al Conservatorio di Lugano è iniziato nel 2008. Precedentemente avevo insegnato in Italia in diverse scuole civiche e in corsi privati. Da quando sono andato a Lugano, ho messo su una bellissima classe che comprende diversi livelli. Al primo livello il Conservatorio è strutturato come Scuola di musica che, pur non permettendo di raggiungere un livello professionale in senso stretto, dà le basi teorico-pratiche per giungere a un livello comunque alto. Vi possono accedere bambini a partire dai sei anni e adulti ma, ripeto, è un percorso di apprendimento per il quale non si consegue un titolo ufficiale. Ciònonostante, arrivati al decimo anno si è in grado di sostenere un concerto, grazie alla serietà della formazione che viene offerta. Il livello successivo è rappresentato da una fase di studio pre-professionale alla quale è possibile accedere tramite concorso. Vi si presentano aspiranti allievi provenienti da ogni parte del mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Sud America ai paesi dell’Europa orientale. È un corso riservato a ragazzi dai quattordici ai vent’anni, con soltanto cinquanta posti per tutti gli strumenti. Puoi quindi capire che entrare sia abbastanza faticoso. In ultimo, una volta conseguito il diploma del Corso pre-professionale, si può accedere alla vera e propria Scuola universitaria di musica, che si suddivide nei primi tre anni con il corso di bachelor, e nella specializzazione di altri due anni grazie alla quale si consegue il livello più alto.

Lezione al Conservatorio
Lezione al Conservatorio

Quanti posti sono riservati alla chitarra?
Attualmente ho quattro allievi per il mio corso professionale; complessivamente non saranno più di sei. Conta che a Lugano è molto sviluppata la sezione degli archi. Abbiamo un’orchestra di archi giovanile, che ha vinto un concorso internazionale che la farà competere con quella del maestro Barenboim! Questo per dare la misura del livello altissimo che offrono questi corsi. Pensa che il nostro Conservatorio – che ha sede a Lugano, una città molto piccola, poco più che un paesotto – quando partecipa a concorsi con altri conservatòri di altre città svizzere, come Ginevra e Zurigo, è quello che prende il maggior numero di premi! È un conservatorio che esiste da poco meno di trent’anni anni, quindi relativamente giovane, e che è riuscito a sviluppare negli ultimi anni una qualità eccezionale.
Ma arriviamo a me. In quest’ambito universitario mi dedico al tema che mi è caro, quello del rapporto tra chitarra ed elettronica, nonché alla composizione e all’improvvisazione. Questi tre temi sono compresi in un unicum, un pacchetto che può essere definito come ‘Capacità di raggruppare e gestire i suoni’. Sai, a questo punto, i linguaggi possono essere i più svariati, dalla ‘chitarra sperimentale’ alla ‘musica con sistemi tonali o modali’. Allora, il mio corso porta a che i chitarristi classici, anche se non compositori o improvvisatori, possano affrontare con competenza questi argomenti al fine di accrescere la loro preparazione nell’aspetto creativo, o anche solo formale. Mi spiego. Io sono stato per molti anni chitarrista dell’Orchestra sinfonica ‘Giuseppe Verdi’ di Milano, e lì mi sono trovato a dover leggere spartiti per orchestra che non sono per niente come quelli che noi siamo abituati a studiare come chitarristi classici. Per esempio, ho dovuto studiare autori come Shostakovich o autori russi contemporanei: loro scrivono le sigle degli accordi come se si trattasse di musica jazz, ma con una grafia totalmente diversa da quella ‘americana’. Ecco che allora, tu devi avere una certa dimestichezza con degli elementi che non sono quelli della tua formazione classica. Oppure, sempre in relazione al repertorio contemporaneo, devi avere una buona capacità improvvisativa o familiarità con certi aspetti dell’elettronica.

A proposito di quest’ultimo aspetto, quanto è necessario da parte dell’allievo avere competenze specifiche nell’uso del computer, di software dedicati…
Allora: la competenza, nel mio corso, non la esigo più di tanto; piuttosto faccio vedere le possibilità che si hanno, dando agli studenti il ‘pacchettino’ elettronico già programmato da me, perché queste sono cose per le quali ci vogliono anni e anni di studio. Io non insegno la programmazione, che è tutt’altro ambito, peraltro curata da un professionista che viene da Parigi, con l’insegnamento di sound design e performance dal vivo, basato sul software Max/MSP. Io faccio conoscere questo programma e faccio vedere la mia personalizzazione sulla chitarra, in quanto il programma è pensato per interfacciarsi con qualunque strumento o fonte sonora. Il chitarrista, quindi, dovrà ‘inventarsi’ come utilizzarlo. Infatti, avendo le due mani occupate per suonare il mio strumento, uso delle pedaliere, la tastiera con una mano quando posso liberarla, e dispongo anche di automatizzazioni, perché questo software ti permette di fare un po’ tutto, se sei capace.

Sergio, in che modo catturi il suono della chitarra per poi elaborarlo elettronicamente?
Uso un rilevatore al ponte a cui aggiungo, nelle situazioni di palchi piccoli, anche un microfono esterno per prendere le armoniche e il suono d’ambiente. Cosa che, ovviamente, non faccio in concerti all’aperto o nei festival con tanti musicisti ed esigenze diverse, come nel caso del concerto di ieri sera. E poi uso i convertitori MIDI RMC, quelli in dotazione alle chitarre Godin, per far sì che ogni nota possa essere trasformata in numero, cioè come segnale MIDI. Prima di questo passo attraverso un sintetizzatore, per cui la mia chitarra ha quattro ingressi sonori: il sintetizzatore in stereo, il pickup sotto il ponte, e il microfono esterno (quando lo uso). Il segnale viene trasformato digitalmente e poi si realizzano tutte le elaborazioni, in cui questi suoni si possono moltiplicare per poter creare i classici effetti di delay, i riverberi e le cose più complesse che Max/MSP offre, per esempio al livello del pitch, di spazializzazioni in quadrifonia, e che possono arrivare fino a sedici canali, con la possibilità quindi di usare casse per far viaggiare il suono anche in su e in giù, oltre che orizzontalmente.

Molto interessante. Quindi, tornando alla didattica, tu fornisci all’allievo questo programma e il modo per interagire con esso tramite la chitarra?
Sì. Ma prima di questa fase facciamo interazione di gruppo, proprio sulla chitarra: prima creiamo strutture musicali e poi arriviamo a usare il computer, perché se non hai una struttura mentale adeguata, finisce che ti metti lì come un bambino a fare rumorini, no? Quindi, cosa fondamentale, prima di tutto bisogna avere una formazione musicale per l’approccio al computer.

Il workshop al Festival di Menaggio - foto di Gabriele Longo
Il workshop al Festival di Menaggio – foto di Gabriele Longo

Sarebbe facile cadere nel tranello di un’effettistica fine a se stessa…
Sì, sì. Vorrei sottolineare il concetto che noi ci troviamo in un ambito di organizzazione dei suoni, anche se con elementi casuali, ma pur sempre con una gestione statistica dei risultati sonori che voglio ottenere. Per esempio: ora voglio che i suoni si accumulino ogni volta di più e che mi girino intorno con la spazializzazione; e quindi, partendo dalla nota Mi, voglio che questa diventi un sacco di suoni con spettri non più tonali ma percussivi: avere un’idea di cosa voglio ottenere è molto importante. Che poi non sia esattamente questa ci può pure stare, perché – come dicevo prima – può entrare in ballo anche la casualità. Ma rimane il fatto che io ‘allievo’ debba essere in grado, con la mia preparazione completa, di ottenere che il computer mi dia un risultato, più o meno, già pensato prima. Non sono un matematico o un ingegnere ma, per esempio, mi sono creato un piccolo calcolatore e, con il pedale del volume collegato al sintetizzatore, posso mandare un segnale tra l’1 e il 127, che è la numerazione MIDI; mettiamo il 2: tramite il calcolatore sottopongo questo numero a delle operazioni, in cui avvengono addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni, creandomi così otto numeri che comprendono una quantità di suoni più o meno ‘calcolata’. In questo modo, avrò un delay ragionevole per la mia composizione e cambi di frequenza che siano nel range udibile. Quando schiaccio il pedale, mi partiranno otto numeri che saranno numeri statistici, che mi produrranno qualcosa a livello sonoro che io so più o meno come sarà. Insomma c’è un margine alla casualità, però in un contesto gestito.
Per concludere, questi corsi che tengo a livello universitario li faccio anche nella normale Scuola di musica del Conservatorio, quella per intenderci pre-professionale; il che non è una cosa di poco conto nell’ambito dell’insegnamento della chitarra classica. Mi riferisco specificamente a un’orchestra di chitarre classiche che coordino e che ha tenuto un concerto nello spazio Aspettando il festival, il sabato che ha preceduto l’inizio ufficiale del festival stesso. A quest’orchestra, formata da bambini e adolescenti, io faccio eseguire brani sperimentali nei quali devono improvvisare, dove già circola quell’idea del raggruppamento del suono di cui abbiamo parlato; insomma tutte idee che per la chitarra classica sono un po’ una novità, dato che noi chitarristi siamo abituati ad avere uno spartito da seguire nota per nota. Ci tengo a questa cosa, cioè al fatto che seguiamo queste novità fin dall’inizio, tant’è che da quando sono entrato in Conservatorio abbiamo cambiato i programmi di studio, inserendo l’improvvisazione come parte integrante del percorso didattico.

I ragazzi quindi portano avanti parallelamente i due approcci, il classico e lo sperimentale, in modo che abbiano in testa le due vie?
Sì, assolutamente. Desidero che un giovane chitarrista metta le mani sullo strumento e abbia voglia di fare cose sue. Del resto, come hai potuto vedere e sentire, al Festival ho invitato artisti che hanno portato principalmente musiche proprie, o quanto meno riarrangiate. Questo non vuol dire che disdegno il repertorio classico, che anzi nel corso pre-professionale diventa centrale. Dico, però, che sogno un chitarrista classico che voglia e sappia andare oltre. Il suono e lo strumento non devono rappresentare come due mondi separati: mi piace l’idea che il mondo dei suoni è molto più vasto di quello che ogni singolo strumento può riprodurre, per esempio come la chitarra che ha solo due ottave e mezza di ampiezza. La chitarra acustica, e lo hanno dimostrato egregiamente i Guitar Republic, ha per esempio sviluppato molto l’ambito delle percussioni, cosa che mi piace tantissimo. Questo aspetto, poi, va a sfociare nella cosa a cui tengo forse di più: al fatto che lo strumento chitarra, per me, debba essere al servizio della composizione; e non viceversa. Io mi ritengo un compositore, che suona la chitarra.

Gabriele Longo

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