La piccola cantastorie del Duemila – Intervista ad Ani DiFranco

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AniDiFranco1(di Gabriele Longo) – «Ciao mondo, sono Ani, ho fatto un nuovo disco e non lo odio!» Com’è tipico del suo atteggiamento ‘contro’, la folksinger di Buffalo mette la firma poco convenzionale sul suo nuovo album. Ma del resto Angela Marie ‘Ani’ DiFranco, classe 1970, ha poco di ordinario. Cantautrice, chitarrista, attivista, femminista e imprenditrice indipendente, è una performer dalla forza espressiva debordante. Un’icona ‘indie’ dal 1990, quando il termine non era ancora stato coniato. Il suo ultimo album, il ventesimo, s’intitola Allergic to Water, coprodotto con il marito, Mike Napolitano. Come ha confessato recentemente, ha ‘odiato’ la maggior parte dei dischi che ha fatto in passato, perché dopo averli riascoltati ne trovava difetti e limiti… Questa volta ha detto: «Basta torturarsi rimuginando sugli errori fatti, è un inutile spreco di energia»
Allergic To Water è un altro traguardo audace per un’artista che non ha mai avuto paura di correre rischi: è contraddistinto da inedite sonorità morbide, rilassate, spiazzanti per il suo pubblico, dove Ani fonde immagini astratte e melodie apparentemente semplici con riflessioni personali sulla sua vita, amorevolmente complicata dall’arrivo nel 2013 di Dante, il suo secondo figlio. La piccola cantastorie cambia pelle, ma l’anima canta ancora di ribellione, di trasformazione, di lotta. Solamente con toni più pacati, riflessivi, ‘aggraziati’. L’album è lo specchio di una nuova dimensione personale della DiFranco, ormai naturalizzata cittadina di New Orleans, luogo che sta contribuendo a questa trasformazione di linguaggio musicale e non solo. Un linguaggio dal sound intimo, Lo-Fi, curato amorevolmente nella sua apparente semplicità. Dove Ani suona splendidamente la sua chitarra acustica, declinata anche nelle sue varianti di chitarra tenore e baritona.
Il CD è stato registrato in due sessioni di registrazione di quattro giorni ciascuna, parte nella vecchia casa vittoriana di Ani nel quartiere di Marigny a New Orleans – dove si è trasferita dieci anni fa – e parte in uno studio più ampio allestito in una vecchia chiesa vicina all’abitazione. Nel periodo relativo alla prima sessione, Ani era incinta di circa sei mesi (lei stessa dice quanto riesca a sentire la sua voce ‘diversa’ su quelle tracce); nella seconda, un anno dopo, quando allattava il suo bambino di sei mesi. A causa di questo momento così intimo della sua vita, racconta Ani, ha deciso di lavorare alla postproduzione da sola in cuffia, nelle ore notturne, quando la sua famiglia dormiva. Questa circostanza le ha fatto provare una sensazione di grande potere ma al tempo stesso di grande responsabilità, in termini di scelte che ha dovuto operare sul missaggio finale.
Le registrazioni (fatte dal marito Mike Napolitano nella loro casa e da Andy Taub nella chiesa vicina) documentano l’alto livello della band di Ani. Il trio che accompagna ultimamente DiFranco in tour, infatti, è lo stesso che ha registrato il disco. È formato dal contrabbassista e compositore Todd Sickafoose e dal batterista Terence Higgins. Con il suo modo di suonare il contrabbasso, Todd crea un contrappunto molto efficace alla chitarra di Ani, e inoltre dà il suo prezioso apporto in termini di produzione con l’uso di abbellimenti elettronici che aggiungono profondità e colore alle tracce del disco. Il batterista Terence Higgins, nativo di New Orleans, dà quel tocco funky al groove del trio e in particolare alla chitarra di Ani, impreziosendolo con classe e fantasia tanto da riuscire a fare ‘musica’ con il suo strumento, non solo ‘ritmi’.
Questa la doverosa cronaca dell’attualità. Ma prima di addentrarci nell’intervista vera e propria, vale la pena ripercorrere i ventiquattro anni che ci separano dagli esordi di questa straordinaria interprete della musica folk degli anni Duemila.

AniDiFranco3La piccola folksinger che ‘vola’ grazie alle sue radici
Nata nel 1970 a Buffalo, nello stato di New York, Ani DiFranco si interessa alla musica sin da giovanissima e appena diciottenne debutta con un album a suo nome, prodotto da un’etichetta che lei stessa ha fondato per garantirsi la massima autonomia artistica, la Righteous Babe Records. L’omonimo album d’esordio di sola voce e chitarra acustica, su cui compaiono alcune delle oltre cento canzoni scritte da Ani durante la sua adolescenza (tra cui due dei suoi classici di sempre: “Out of Habit” e “Both Hands”), spicca per l’originalità dell’approccio, oltre che per la forza e la radicalità dei testi che la vedono particolarmente vicina al circuito femminista e al movimento di liberazione delle donne.
La sua produzione discografica, realizzata per l’etichetta da lei fondata è alquanto copiosa e di grande qualità, e la vede pubblicare quindici album in altrettanti anni di attività, senza considerare i due dischi incisi con il folk singer Utah Phillips. Da segnalare, nell’album To the Teeth del 1999, la presenza del leggendario sassofonista rhythm and blues Maceo Parker e, in un brano (“Providence”) di Prince, segnali evidenti di un progressivo avvicinamento alla musica nera, testimoniato anche dal frequente uso di fiati in diverse canzoni. Nella primavera del 2001 esce Revelling/Reckoning, una sorta di summa della carriera dell’artista fino a quel momento: un torrenziale album doppio con una prima metà sperimentale, che continua sulle tracce del citato To the Teeth, e una seconda decisamente più folk e cantautorale. L’anno successivo esce ancora un album doppio, So Much Shouting, So Much Laughter: è il secondo live della cantante dopo Living in Clip. Passano appena sei mesi ed ecco Evolve, un disco intriso di ritmi jazz, funk e R&B in cui Ani è affiancata dalla band che l’accompagna dal vivo in quel periodo. A fine gennaio 2004 esce Educated Guess, un ritorno al ‘fai da te” degli inizi, dove la DiFranco fa appunto tutto da sola: esecuzione, registrazione, produzione e missaggio. Neanche un anno ed ecco un nuovo disco, per la prima volta inciso con un produttore esterno, Joe Henry, con cui la DiFranco è stata in tour per buona parte del 2004 e co-firma la regia di Knuckle Down. Arriva il 2005, anno in cui Ani annuncia un anno sabbatico che si interrompe nel 2006: esce in primavera Carnegie Hall 4.6.02, registrazione di un concerto solista tenuto a New York pochi mesi dopo l’11 settembre; per l’estate arriva invece il nuovo disco in studio, Reprieve. Nel 2007 è la volta di Canon, doppia raccolta retrospettiva con cinque brani storici reincisi per l’occasione. Segue Red Letter Year nel 2008. Nel 2012 è la volta di Which Side Are You On?, che prende il nome da una canzone di protesta del 1931 in difesa dei minatori del Kentucky.
Nel ripercorrere l’intensa carriera della DiFranco non si può non notare un punto nodale del suo approccio stilistico, il fatto che – pur essendosi guadagnata a buon titolo la fama di ‘folksinger’ – la sua area di riferimento non possa essere racchiusa nei confini della folk music. La sua musica è cresciuta ben oltre le sue radici acustiche personali per approdare verso territori contaminati dal jazz, dal soul, dall’elettronica e da suoni ancora più lontani. La stessa giornalista Sylvie Simmons scrisse sulla rivista musicale britannica MOJO nel 1998: «Anche se il suo palese attivismo politico e i suoi duecento tour all’anno, in cui si esibiva da sola con una chitarra acustica, la collocano nella tradizione di Woody Guthrie, questo non si può dire per la sua musica che ha coraggiosamente saccheggiato dal funk, dal punk, dall’hip hop, dal rock». La scorsa estate Ani è tornata al Winnipeg Folk Festival, dove ha ricevuto un prestigioso premio per il successo artistico ottenuto, insieme al suo primo dottorato honoris causa conferitole dall’Università di Winnipeg. Ha anche visto il passaggio a miglior vita di uno dei suoi mentori, Pete Seeger, che lei ha onorato con la stesura di un commovente articolo sull’uomo e la sua eredità, pubblicato per il Wall Street Journal: «Penso che il granello di saggezza che uso nella mia vita e che mi aiuta nella maniera giusta, sia che quando mi capita di incontrare un grande maestro io sento di seguirlo. Mi invento delle scuse per essere vicino a lui. Che si tratti di Pete Seeger, Utah Phillips o Sekou Sundiata, tutto questo ha reso la mia vita abbastanza fantastica».

AniDiFranco2La ‘più espressiva chitarra acustica mai ascoltata’
Se le sue canzoni vibrano di emozioni ed energia pura, graffiano argute e sarcastiche, si soffermano in ansiose e depresse meditazioni, non meno originale è la sua chitarra acustica suonata con quel suo tipico stile staccato, una fusione di blues del Delta e di folk pizzicato degli Appalachi.
Ecco, è il momento di soffermarsi sulla ‘nostra’ chitarra acustica, partendo da quell’esclamazione di Prince – certo non l’ultimo arrivato – a proposito del modo di suonare di Ani DiFranco: «la più espressiva chitarra acustica che io abbia mai ascoltato». Ani suona con destrezza e intensità il suo strumento, utilizzando quasi sempre delle accordature alternative, nuova epigona di una tradizione tutta femminile sull’acustica che proviene da Joni Mitchell e Suzanne Vega. Partendo da qui ne potenzia l’aspetto ritmico con un groove intenso portato a volte con la sola chitarra, spesso sostenuto da un’efficace sezione ritmica che costruisce un suono scarno ed essenziale, in bilico tra folk e funky e con innesti improvvisi di varia provenienza, dal rock più underground a qualche passaggio più jazzy, fino ad un asciutto e trasversale soul. E ancora spinge avanti la volontà di contaminazione, nella sua idea di musica a trecentosessanta gradi, con un uso interessante di fiati ed elettronica, soprattutto negli arrangiamenti degli ultimi tempi.
C’è subito da evidenziare che aldilà della tecnologia, che negli anni ha consentito di gestire il suono dal vivo della chitarra acustica in modo sempre più efficace, rendendola ‘competitiva’ con la potenza sonora prodotta sul palco dagli altri strumenti elettrici e non, ugualmente difficile resta il compito di ben amalgamare il suono acustico della seicorde all’arrangiamento della canzone. Ani DiFranco è una che suona bene il proprio strumento, che nella ricerca di sonorità e timbriche originali sa mettere al servizio del suo modo più ampio d’intendere la musica, passando dalla grinta di forti riff funk e rock alla delicatezza di arpeggi di matrice più folk, immediati e comunicativi, oppure aggiungendo suoni manipolati usando in alcuni casi wah-wah e distorsore, e ancora filtrando il suono come fa a volte con la voce. Eppure, stilisticamente, lei si pone nella tradizione della canzone folk e cita Woody Guthrie e Dylan come i propri ispiratori; tradizione folk che balza evidente e che attraversa tutta la sua produzione, venendo fuori soprattutto nelle ballad sostenute dagli arpeggi essenziali della chitarra, nelle avvolgenti canzoni quasi sussurrate: «La musica folk rappresenta storicamente la voce della comunità, dei cambiamenti sociali, con il folk s’impara a rispettare la magnificenza dell’essere umano, a governare se stessi… Io sono una cantastorie, se morissi domani vorrei che sulla mia tomba venisse scritto songwriter, music maker, storyteller, freak

L’INTERVISTA
Ani, tu ti consideri una folksinger. Mi sembra di poter dire che per te la definizione di folk music abbia un significato particolarmente ampio. Infatti, all’interno del tuo sound si trovano elementi punk, soul, funk, jazz, misti a musica elettronica. Insomma, per te il folk non è tanto un genere musicale quanto piuttosto un modo di fare musica. Cosa puoi dire in proposito?
Wow, che domanda… Beh, io sono sicuramente cresciuta in quella che si può definire una comunità di musica folk. Tutti i festival folk cui ho partecipato hanno contribuito ad accrescere il mio pubblico nella mia area di provenienza, la città di Buffalo nello stato di New York. L’aver conosciuto umanamente e professionalmente molti musicisti di folk music mi ha fatto crescere come musicista e ha creato il mio punto di partenza. Ma a parte questo, essendo una donna che ama esplorare la musica, ho assorbito influenze da tutti i generi musicali che, come hai ricordato, vanno dal funk al jazz, dal punk alla musica elettronica. Ma per me la definizione di musica folk non tiene conto tanto del suono, del rapporto tra acustico e sonorità elettriche, quanto invece di un discorso politico e sociale, che riguarda la comunità e il suo modo di raccontare le storie delle persone. Quindi puoi giocare con i suoni tutto il tempo, se vuoi, e in tutti i modi possibili, rimanendo al tempo stesso un musicista folk.

Ci puoi parlare del tuo modo di suonare la chitarra?
Sì, in realtà non ho mai studiato la teoria musicale. Ho cominciato a suonare la chitarra quando ero molto giovane e, per un po’ di tempo, ne ho approfondito la tecnica. Ma non avendolo fatto a lungo, non sono arrivata molto lontano! Ho cominciato a ‘inventare’ un mio modo di suonare la chitarra, per cui penso di fare le cose in maniera poco convenzionale. Ho sviluppato dei metodi ‘fatti in casa’, nati dall’ignoranza!

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Allergic To Water

Il tuo ultimo disco, Allergic to Water, ha delle sonorità morbide, rilassate, inedite rispetto al passato. Ci vuoi parlare della tua ricerca stilistica e sonora che, dall’irruenza giovanile, ti ha portato a produrre un disco così intimista nelle sonorità e anche nei contenuti?
Probabilmente la risposta potrebbe essere riassunta in due parole: avanzamento dell’età! Comunque, tento di ampliare il discorso: sai, negli ultimi dieci anni ho vissuto a New Orleans, in Louisiana, e qui la gente si muove con più lentezza, c’è una grazia nella vita qui, e questa dimensione esistenziale la trovi anche in altri paesi, come l’Italia; ed è per questo motivo che amo tanto il vostro paese. A New York, invece, tutto è frenetico: io sono cresciuta in questo mondo così frenetico e così anch’io sono diventata una persona frenetica; ma da qualche anno sto cominciando a ‘scongelarmi’, a sciogliermi con l’età, e l’essere diventata madre ha sicuramente contribuito a operare in me questo cambiamento. Sai, i figli ti mettono con i piedi per terra. Certo, dal punto di vista artistico New York ha avuto un grande impatto su di me; avevo solo diciott’anni quando mi ci trasferii. Ma anche New Orleans, ripeto, ha avuto e continua ad avere una grande importanza nel mio percorso di crescita. Questo per dire che le sonorità più aggressive, il mio modo irruento di concepire la mia musica, legato agli anni giovanili, è andato via via ammorbidendosi; e questo è sicuramente coerente con il mio percorso di cambiamento dei luoghi geografici e di conseguenza dell’anima.

Il 10 settembre scorso sono stato al tuo concerto di Roma, all’Orion. Mi hanno colpito molto la tua energia, la tua gioia di suonare in pubblico – formato da una folta rappresentanza femminile – e la tua comunicativa trascinante, grazie anche al tuo trio veramente forte! Ho visto che hai un set di molte chitarre acustiche, tra cui una tenore a 4 corde. Ci puoi parlare di queste varie chitarre e delle accordature che utilizzi?
Sì, in concerto utilizzo mediamente sei chitarre. Tre o quattro di esse sono chitarre acustiche normali, accordate in diversi modi. Un’altra è una chitarra baritona, con un’accordatura che riportata all’altezza standard sarebbe Do La Re Sol Si Do, cioè simile all’accordatura normale tranne per la prima e l’ultima corda che sono due Do; sulla baritona però il tutto, mantenendo i rapporti tra le corde invariati, risulta un po’ più basso. Poi uso una chitarra tenore che monta solo 4 corde e che accordo in modo personalizzato: La Re La Re; e qualche volta tiro su la corda bassa a La diesis, una cosa che mi piace molto.

Ho notato che usi dei plettri speciali, che infili nelle quattro dita della mano destra (pollice, indice, medio e anulare) e tramite i quali produci un suono che risulta un po’ ovattato. Ce ne vuoi parlare?
Sì, io applico delle unghie finte, molto spesse, alle dita della mano destra. Sono nate come prodotti di bellezza. Quando, tempo fa, ne smisero la produzione, chiamai la ditta che le produceva e comprai l’intera rimanenza di magazzino, per cui, attualmente, sono l’unica persona su questo pianeta a possederle!

Come le applichi?
Le incollo sulle mie unghie vere e poi le avvolgo con del nastro isolante nero, quello che usano gli elettricisti, per proteggere le mie falangi. In effetti questo sistema produce un suono particolare e, soprattutto, posso suonare in modo molto aggressivo garantendomi la sopravvivenza delle mie unghie e delle mie falangi! Poi, attraverso la regolazione dell’equalizzatore, abbasso le frequenze alte della mia chitarra, e tutto ciò contribuisce a produrre quel suono ‘scuro’, con poca brillantezza cui ti riferisci. Non mi piace il suono squillante nella chitarra acustica amplificata, perciò da una parte riduco le frequenze alte e dall’altra accentuo quelle basse per ottenere un suono più caldo.

Di che materiale sono fatte queste unghie finte?
Sono fatte di plastica. Le incollo con il Super Attak e per questo le mie unghie naturali sono un po’ rovinate, consumate da questa colla molto aggressiva, ma è l’unico modo efficace che conosco. Insomma, quello che tu vedevi dal vivo sul palco, quei cappuccetti neri sulle mie dita, non sono un prodotto esistente sul mercato ma una mia creazione artigianale!

Tornando alle sonorità della band, è molto interessante e creativo l’interplay che si sviluppa tra la tua chitarra, il contrabbasso di Todd Sickafoose e la batteria di Terence Higgins. Ce ne vuoi parlare?
Sì, in effetti Todd è una delle persone più care che collabora con me. Suoniamo insieme da dieci anni, abbiamo viaggiato molto insieme. Sai, ho scritto anche delle canzoni per lui e questo ti fa capire quanto io tenga a lui. È fantastico avere una relazione musicale da così tanto tempo. Questo ci ha portato negli anni ad affinare il dialogo tra i nostri due strumenti. Per esempio, con la mia chitarra baritona e il suo contrabbasso spesso creiamo una sorta di contrappunto, cosa che amo molto. Invece con Terence suono da circa due anni, ma tra tutti i batteristi con cui Todd ed io abbiamo suonato, Terence ha qualcosa di magico che chiude magnificamente il cerchio del nostro trio. Lui introduce nel nostro sound degli aromi, dei sapori diversi, ed è molto divertente interagire con lui, soprattutto in concerto. Negli ultimi anni ho amato molto la mia band, che tendo a coccolare. È molto importante per me stare bene con le persone con cui condivido le esperienze musicali in concerto, ma anche nei viaggi durante le tournée. Immagino che tutto ciò renda il nostro suonare insieme molto magico.

AniDiFrancoRiprendiamo, per concludere, il tema ‘Ani DiFranco chitarrista’: in definitiva, come hai raggiunto il tuo modo di suonare così atipico rispetto a quello dei folksinger storici cui ti riferisci idealmente, Woodie Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan?
Beh, in verità non sono del tutto autodidatta. Ho preso qualche lezione tra i nove e gli undici anni da chitarristi di Buffalo, la mia città d’origine. Da loro penso di aver acquisito le basi indispensabili, quelle veramente necessarie per poter proseguire. Per esempio, uno di loro mi ha insegnato a suonare il fingerpicking, il modo base di eseguirlo. E questo ha rappresentato il mio punto di partenza. Raggiunti i miei undici anni ho smesso di prendere lezioni e ho smesso addirittura di suonare la chitarra per qualche anno. Quando l’ho ripresa, mi ricordavo giusto quelle cose fondamentali apprese in passato, tipo come si fa il fingerpicking nella sua forma più semplice, o come si realizza un accordo. Dopo di che, mi sono inventata un mio modo di proseguire per migliorare sulla chitarra. Comunque, è stato importante avere un po’ di basi di tecnica chitarristica da cui poter attingere.

Gabriele Longo

Ringraziamo Eugenie Knight per il contributo dato alla traduzione dell’intervista.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 11/2014, pp.12-16

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