Le due facce della medaglia

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Giano-bifrontePotete anche non crederci, ma una mattina, guardandomi allo specchio, ho visto la faccia di un altro. Mi sono preoccupato! Allora ho provato a registrare la mia voce. Ho scoperto che anche quella era diversa, non mi apparteneva. L’uomo che avevo di fronte non ero io, o meglio, non era come io immaginavo di essere.

Pian piano ho imparato a fare amicizia con quell’altro lui. Ho speso lunghi pomeriggi conversando, cercando di capirlo, confrontando le mie due ‘facce’: quella immaginata e quella reale. Non è stato facile adattarsi a questa nuova dimensione. Certo è che da quel giorno non mi sono più sentito solo.
Spesso creiamo un nostro mondo che ci appartiene e di cui spesso ci innamoriamo, ma la realtà ci costringe a confrontarci con una visione diversa del nostro essere. La nostra psiche suggerisce le cose che vogliamo sentirci dire, così alcuni si dipingono molto meglio di quello che sono, evidenziando momenti esagerati di autostima che degenerano in un ‘ego’ smisurato. Altri, con modestia e umiltà, si raccontano peggiorandosi e criticando ogni propria azione; li riconoscerete, sono quelli che esordiscono sempre con un «non sono capace», che porta spesso alla disistima e alla depressione. Questa doppia identità ci accompagna in ogni momento della nostra vita e sta a noi comprendere l’esatta misura dei due ‘io, per trovare l’equilibro che restituisca esattamente il nostro valore.

Durante un concerto può capitare di non sentirsi ‘in forma’, di non avvertire quella sensazione di benessere che dà la certezza di aver fatto uno spettacolo al massimo delle possibilità. Eppure spesso la gente applaude lo stesso, e con la stessa intensità manifestata in occasione di una performance ritenuta migliore. Questo è uno dei casi di ‘alterazione di coscienza’ in cui dipingiamo una realtà sulla base di una nostra sensazione interiore.
Parlavo di questo qualche giorno fa con Roberto Fabbri, e anche lui mi confessava che qualche volta era sceso dal palco con la convinzione di non aver fatto un buon concerto; ma poi, rivedendone la registrazione video con l’occhio razionale dell’ascoltatore seduto in platea, non gli era sembrato così male, anzi lo aveva soddisfatto.

La musica è giocata sulle emozioni e quindi l’interpretazione di questo magico evento risiede molto nel nostro inconscio. Quanti chitarristi ho sentito proclamarsi ‘arrivati’, per aver composto una lunga suite di nove minuti fatta solo di arpeggi, tralasciando melodia e armonia! Nell’eseguirla si sentivano ‘sublimati’ e compiaciuti del loro stesso suono. E con gli occhi chiusi non tralasciavano nessuna battuta, non saltavano nessuna nota certi di aver folgorato il loro pubblico. Aperti gli occhi scoprivano di essere rimasti soli, sconfitti dalla monotonia delle loro stesse note. Altri, invece, accennano un tema timidamente, frettolosamente concluso per ‘non annoiare’, e spesso hanno tra le mani un gioiello di grande valore, ma che non comprendono per la loro radicata convinzione di non essere mai all’altezza.

Anche a me personalmente è successo, ma credo sia capitato a tutti voi, di essere apprezzato per delle composizioni da me ritenute ‘banali’ o ‘minori; e invece di essere stato totalmente ignorato per dei brani a cui avevo dato più valore e su cui avevo investito più energie. Non è facile comprendersi, non è facile capirsi, così come non è corretto scrivere o suonare solo per compiacere gli altri. I grandi geni probabilmente sono così proprio perché hanno esternato con convincimento il loro ‘io’, tralasciando la parte ‘reale’ di loro stessi e il giudizio del pubblico.

Quale strada scegliere, quale delle due facce utilizzare. Non credo ci sia una risposta saggia e unica. Ognuno dovrebbe agire seguendo la propria coscienza, ma senza ignorare che una medaglia ha sempre due facce ed entrambe generano valore.

Buon Fingerpicking!

Reno Brandoni

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