Musicista Supertramp – Intervista a Stefano Barone

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(di Roberto De Luca) – Sette anni dopo il famigerato video casalingo di “Batman – Alexander Supertramp”, che battagliò per settimane a suon di visualizzazioni addirittura con le smorfie di Madonna, parlare di Stefano Barone vuol dire innanzitutto sottrarsi a facili semplificazioni. A mille miglia dal cliché dello YouTuber talentuoso, una sia pur frettolosa grattatina sulla superficie è sufficiente a mettere in luce la vera natura del chitarrista partenopeo. Sulla piazza musicale acustica fin dal 2001, due album all’attivo, Particolare#uno (2008) e Danze altalenanze (2012), inframmezzate dal progetto pirotecnico Guitar Repubblic (2010) accanto a due eminenze come Pino Forastiere e Sergio Altamura, Stefano Barone può vantare materiale musicale utilizzato in documentari della RAI, della BBC, di emittenti televisive americane, nonché esibizioni in Gran Bretagna, Germania, Russia, Portogallo, Turchia, Svizzera, Stati Uniti, Canada, Australia. Così, tanto per rimanere nel cliché del McCandless/Supertramp della pellicola Into the Wild di Sean Penn. Compositore, interprete, produttore, videoartista, insegnante, e molte altre cose ancora. Mente aperta e curiosa proiettata verso gli input più disparati provenienti dal mondo. Insomma, artista a tutto tondo, alla faccia di YouTube e del mondo dell’apparenza. Approfittando della sua cortesia, ci intrufoliamo nel suo Lab4Kids, una pazzesca casa-laboratorio-studio a pochi passi dal centro di Roma. Ad accoglierci, uno Stefano stanco ma soddisfatto, alle prese con gli ultimi preparativi del suo imminente tour che lo porterà a spasso per gli USA. Quello che segue è il resoconto di una piacevole e informale chiacchierata.

brirracrua-1-048Ciao Stefano e ben ritrovato. Che fine ha fatto “Alexander Supertramp”?
[ride] Oh, quello! Coerentemente col personaggio, devo dire che quel brano ne ha fatta di strada, finendo addirittura tra le mani del Dalai Lama! La World Centers of Compassion for Children, associazione internazionale umanitaria da lui fondata, lo ha utilizzato per un video promozionale. È una storia vecchia, sicuramente è il pezzo che mi ha dato grandissima visibilità sul Web e perciò molte opportunità. Sai, erano tempi in cui era abbastanza insolito fare quei numeri con la sola chitarra acustica, Andy McKee a parte. Scrissi quel brano seguendo la suggestione della lettura del diario contenente la storia di Christopher McCandless. Tutta la vicenda è stata abbastanza curiosa. Il mio primo CD, Particolare#uno, era praticamente concluso, ma mister Pino Forastiere, che produceva quel lavoro, mi impose di tirar fuori altro materiale musicale. Scrissi perciò “Batman – Alexander Supertramp” senza troppa attenzione, sicuramente in modo più frettoloso rispetto alla cura dedicata al resto del disco. Paragonato alla fatica di brani come “Minimalaction” e altri lavori che mi avevano portato via mesi interi, si trattava di un prodotto ‘cotto e suonato’ in due ore o poco meno. Percussioni, delay, E-bow, un pizzico di polifonia, il tutto con un approccio molto easy. La CandyRat, etichetta che si occupava della pubblicazione del disco, mi chiese un po’ di materiale promozionale. Tra le altre cose, inviai anche quel video, nemmeno tanto curato: la maglietta che indossavo era quella del pigiama!

Bella storia, sa di letteratura.
Forse è vero. Resta il fatto che il patron dell’etichetta, Robert Poland, reagì con entusiasmo, decretando che quello sarebbe stato il trampolino di lancio. Tieni presente che allora non c’era tutta l’attenzione attualmente dedicata alla produzione video. Sembra di parlare di un’epoca remota, eppure si tratta di meno di dieci anni fa. In effetti, il salto dall’analogico al digitale è stato un fenomeno davvero potente. Un qualsiasi iPhone oggi è in grado di surclassare gli strumenti di quel tempo. Insomma, non ero affatto persuaso, ma decisi di fidarmi. E meno male.

steldÈ un aspetto ancora più curioso se penso all’attenzione con la quale, negli anni successivi, hai confezionato la presentazione video dei tuoi lavori musicali. In qualche caso ho avuto l’impressione che le immagini fossero funzionali alla musica e viceversa. Non sembrano affatto lavori promozionali tout court. Si nota un certo amore per l’immagine.
Mi fa piacere che tu colga questo particolare. Sono da sempre un grande appassionato di cinema e, negli anni, ho imparato pure molte cose. Mi è capitato spesso di registrare, editare, fare color e altra roba. È tutto molto divertente. È ovvio però che mi muovo in un ambito assolutamente amatoriale. Per lavori più seri preferisco affidarmi a un direttore della fotografia, a un regista, a qualcuno che dedichi al lavoro la stessa cura, attenzione e professionalità che io riservo alla musica.

E allora torniamo alle origini del musicista. Anche tu muovi i primi passi sul pianoforte. Vero, ma non è così indicativo. In realtà, io vengo da una fortissima passione per la musica nel suo complesso, non sono mai stato legato a uno strumento in particolare e – a dirti la verità – non pensavo nemmeno di diventare un chitarrista. Ho sempre ascoltato di tutto, e intendo proprio di tutto: da Michael Jackson a Philip Glass, qualunque cosa fosse in grado di trasmettere emozioni.

Dunque nessun mostro sacro da adorare?
In effetti no. Ho sempre guardato all’artista e al compositore più che al maestro di tecnica. Se parliamo di chitarristi, è evidente che i riferimenti sono obbligati: Hedges, Hendrix, più in generale i grandi gruppi che hanno fatto la storia del rock.

Dunque anche richiami alla musica tradizionale, partenopea in particolare? Ti chiedo questo perché a me capita di percepirne l’eco all’interno dei tuoi lavori. “TCLD”, da Particolare#uno, è una pazzesca tarantella acustica postmoderna.
Assolutamente sì, e ti dirò di più: tutto quello che faccio oggi è indissolubilmente legato alla mia città. Se non avessi avuto la fortuna di nascere lì, oggi il mio background musicale sarebbe molto più limitato rispetto a quello che naturalmente ho sviluppato in una città come Napoli. Dico ‘naturalmente’, perché il livello medio del musicista partenopeo è altissimo. Ti assicuro che non è un cliché.

E questo mi porta a un’altra considerazione: trovo questo legame con la musica delle origini piuttosto curioso per un musicista che fa un così abbondante uso dell’elettronica, peraltro coniugata allo strumento acustico per eccellenza.
Mah, sai, potrebbe essere un aspetto legato al discorso che facevamo poco fa. Sicuramente c’è una ricerca costante. Non mi sento legato per forza allo strumento, come spesso accade ai chitarristi acustici ‘puri’, nei confronti dei quali ho comunque un immenso rispetto. Penso che non sia possibile fare un discorso a senso unico, tutto è funzionale a ciò che si intende ottenere. In alcune mie composizioni c’è la ricerca di una particolare autenticità del suono: in “Madrid”, per farti un esempio, quattro microfoni Neumann hanno ripreso qualsiasi tipo di frequenza e di sfumatura timbrica uscisse dalla chitarra. In quel caso, ciò che cercavo era appunto purezza. “Altalenanze” può essere un altro esempio efficace. Al contrario, una suite acustica come “Danze” impone una certa differenziazione delle tante voci al suo interno e, in quel caso, l’utilizzo di un pickup esafonico è più che giustificato. Non è dunque questione di preferire o meno la purezza del suono acustico; è piuttosto il contesto compositivo che chiama differenti suoni. Non mi sento affatto condizionato in tal senso. Per dire, un mio progetto musicale che partirà la prossima estate, lo Stefano Barone Guitar Quartet, mi vedrà addirittura alle prese con la tradizionale combinazione chitarra elettrica-cavo-amplificatore.

stefano-baroneResta il fatto che mantenere la gestione dell’elettronica e dell’effettistica di cui fai uso durante le tue esibizioni live deve essere faccenda piuttosto complessa.
Non me lo dire, adesso ho nuovamente cambiato configurazione! [ride] Non c’è un segreto particolare, al di là dell’esperienza e dell’esercizio. Si tratta in fondo di prendere confidenza con questi strumenti evitando ogni forma di soggezione. Puoi magari assegnare a ciascuno di loro un nome, al quale corrisponde un determinato carattere, proprio come con le persone: ci sei tu con la tua chitarra in mano, poi c’è ‘Franco’ che ti registra il suono, ‘Giuseppe’ che te lo modula, ‘Gennaro’ che ti fa il sequencer… [risate] Tu li conosci tutti quanti e detti a ognuno ciò che deve fare. Organizzazione, tranquillità, concentrazione sono gli ingredienti fondamentali, si tratta comunque di un lavoro importante. E ci tengo a precisare che rapportarsi con il suono elettronico non vuol dire diventarne succubi: la natura del suono è sempre quella, alla base c’è un suono caldo, un suono vero; nei miei lavori non troverai mai roba MIDI.

Mi sembrano considerazioni da estendere anche ai tuoi suoni percussivi, che trovo molto belli e naturali.
Verissimo. Su quei suoni assolutamente non ci metto mano. Ho il mio bel sistema interno Trance Audio Amulet, quello che un tempo si chiamava FRAP, che è fantastico e che restituisce fedelmente i suoni dei legni dello strumento. La ricerca è stata piuttosto su questi ultimi. Sai, in merito alle tecniche percussive, molti pensano che il tutto si traduca nell’assestare qualche botta sulla chitarra e mantenere più o meno il tempo. Non è proprio così. I suoni sono molto diversi e differenziati da strumento a strumento, devi capire in quali punti si nascondono, devi modularli e altro.

Troppo complesso e forse anche inutile parlare della tua strumentazione, visto che, a quanto pare, si tratta di un perenne work in progress.
Se ti riferisci al trattamento del suono, rischiamo di fare mattina! [ride] Posso dirti che gran parte del lavoro si è ormai spostato sul computer, come era logico che fosse, anche per ovvie ragioni di praticità. Quanto alla mia chitarra, sai di cosa parliamo. Ho bellissimi strumenti in giro per lo studio, ma la D-28 è la ‘mia’ chitarra; e lo sarebbe anche se non avesse il logo Martin sulla paletta, non sono queste le cose che mi interessano. Piuttosto, posso dirti che negli ultimi tempi sto sperimentando con grande soddisfazione un pickup magnetico DiMarzio dalle caratteristiche davvero interessanti. Prosegue inoltre la mia collaborazione con la Yamaha Europe, una grandissima azienda, e non parlo ovviamente soltanto delle dimensioni. Il loro sistema di diffusione 5.1 live è davvero una garanzia in quanto a fedeltà e bellezza del suono. Molto interessante è anche il progetto di un set di corde interamente in nickel, che stiamo portando avanti insieme alla Galli Strings. È qualcosa a cui tengo particolarmente visto che, come forse sai, non uso corde bronze.

Parliamo un pochino dei prossimi progetti?
Certamente. Ho in programma un nuovo lavoro legato all’utilizzo della chitarra a dieci corde che vedi alle tue spalle. È un meraviglioso strumento artigianale costruito su mie specifiche da quel grande mago della liuteria che risponde al nome di Davide Serracini. Lo abbiamo equipaggiato con un pickup esafonico. Non utilizzerò alcun pedale e sarò supportato da un altro musicista, che suonerà una chitarra elettrica e che si prenderà cura anche del controllo del computer; un progetto decisamente elettronico e orientato verso la musica contemporanea. Il piatto forte nei mesi a venire sarà però un suggestivo spettacolo di audio e videoarte: si tratta di un’installazione che verrà allestita proprio qui, negli spazi del Lab4Kids, di uno spettacolo che verrà replicato due volte al mese. L’imminente tour negli Stati Uniti mi servirà per testare il materiale musicale. Al mio ritorno ci dedicheremo invece alle luci, all’effettistica, alla realizzazione della parte video.

Hai in mente altre produzioni, dopo il bellissimo lavoro di Luca Stricagnoli?
Sì, ho tra le mani il materiale di due giovanissimi chitarristi, rispettivamente di Milano e di Trieste. Si tratta di due opere prime, per cui non voglio anticiparti nulla. Posso solo dirti che ascolterai musica di grandissima qualità e originalità, qualità quest’ultima assai difficile da trovare negli ultimi tempi. Presto poi avrò qui come ospite Gareth Pearson, al quale garantirò la produzione artistica del suo prossimo lavoro, mentre quella esecutiva sarà nelle mani di un certo Tommy Emmanuel. A settembre invece avrò il piacere di ospitare Erik Mongrain, che verrà espressamente dal Canada per registrare il suo prossimo disco.

brirracrua-1-058Troppa grazia. E a quando un lavoro discografico tutto tuo?
Mah, non amo darmi tempi e – per come la vedo io – non ha molto senso. Come ti ho detto, ho un sacco di cose che mi frullano nella testa, ma a me piace piuttosto lavorare su parti specifiche. Appena sono convinto di un movimento, voglio dedicarmi a questo con attenzione, magari ricavandone un video o una registrazione live. Voglio procedere in questo modo, lo trovo più gratificante e anche più saggio. Voglio darmi il tempo per pensare, per capire. Sai, oggi fare un CD è un po’ come ‘bruciarsi’ tutto in partenza. Tra l’altro, chi è in grado di campare oggi vendendo CD? Forse nemmeno Madonna. Oggi i lavori discografici si confezionano in una manciata di giorni; ma che roba è? Ci vogliono mesi per registrare un disco! Almeno quelli sono i miei tempi. Trovo che negli anni passati ci fosse una ricerca dell’originalità che imponeva necessariamente tempi più lunghi. E occupandomi anche di produzione, posso assicurarti che risulta sempre più difficile tirare fuori artisti che abbiano davvero qualcosa di personale e di originale da dire. È possibile che il mio sia un imprinting legato all’insegnamento di quelli che considero i miei maestri, gente come Dominic Frasca, Sergio Altamura, Pino Forastiere, molto legati al concetto dell’ ‘artista’ più che a quello del chitarrista.

Ti vedo letteralmente con le valigie alla porta. Prima di salutarci, vuoi dirci qualcosa del tuo imminente tour negli USA?
Certamente. È un tour di una ventina di date e dunque abbastanza impegnativo. Aprirò con alcuni spettacoli a Milwaukee, dove terrò anche un paio di masterclass. Nella stessa città sarò ospite a The Shadow of the Avant Garde, una serata interamente dedicata alla storia della videoarte; in questo contesto, mi esibirò in un doppio set acustico su alcuni video presentati in rassegna. Considerata la mia mania per questo tipo di linguaggio artistico, puoi immaginare che si tratterà di una piccola grande soddisfazione. La stessa soddisfazione che mi riserverà il Detroit Film Festival, dove sono stato invitato da uno dei miei idoli cinematografici, il regista Charlie Kaufman che in passato ha utilizzato la mia “TCLD”, nella versione eseguita dai Guitar Republic, in una sua produzione video. Parecchie date dunque in zona Michigan. Da lì volerò verso Sud, direzione New Mexico, dove mi attende Michael Chapdelaine: è un grande amico ma soprattutto un chitarrista dalle qualità eccelse, attualmente rettore della cattedra di chitarra classica presso il conservatorio di Albuquerque; città dove concluderò il tour con un paio di date e di masterclass.

Insomma, Stefano, mi par di capire che ci saranno un po’ di miglia da macinare. Rischierai mica la fine di Alexander Supertramp, sperduto in qualche landa nordamericana?
Oh no, nessun pericolo, non ne ho alcuna intenzione! Ho troppe cose da fare al mio ritorno! [risate]

Roberto De Luca

 

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