I nuovi rampolli della chitarra acustica

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Reno Brandoni - foto di Alfonso Giardino

(di Reno Brandoni)
Incubo notturno #1

Reno Brandoni
Reno Brandoni

È un viaggio di solo qualche anno fa, forse un po’ di più, non ricordo. L’auto attraversa la A1 da Bologna verso Roma, sto andando per un concerto; e a farmi compagnia c’è mia figlia, la grande, la prima, quella svezzata a latte e Mississippi John Hurt. Si discute di tutto, ma soprattutto si ascolta musica, la nostra musica. Quando erano piccoli, ho frantumato i timpani dei miei figli con quella che definivo la ‘nostra musica’, varia per carità, da Guccini a John Renbourn: nessuna scelta trascendentale, ma quando parlavo e raccontavo di The Dark Side of the Moon e mettevo su qualche pezzo, tutti dovevamo stare in religioso silenzio. Ricordo che una volta, fermi all’Autogrill per via di impellenti esigenze fisiologiche dei bambini, ho vietato la discesa dalla macchina se prima non finiva l’assolo di “Money” di Gilmour. Storie di altri tempi. Oggi mi manderebbero pacificamente a cagare se solo osassi pensare una cosa del genere. Dicevo, siamo in viaggio da Bologna a Roma e, tra le tante cose che ascoltiamo, arriva Domenico Modugno che canta “Meraviglioso”. Sto in silenzio, apprezzando il brano, e alla fine mia figlia, che sa che deve aspettare la fine per pronunciarsi, mi chiede chi è che fa questa cover dei Negramaro!

Seconda scena
Sono a un seminario e parlo di blues. Solite storie, soliti racconti, narrazioni sul come e perché, sul quando e sul dove. Racconto che la musica dei miei sedici anni era più fruscio che note, visto che le vecchie registrazioni blues che ascoltavo erano particolarmente rovinate e, a malapena, si percepiva la chitarra. Prendo il mio cellulare, e per far capire di cosa parlo sparo un pezzo di Robert Johnson. Uno dei più bravi della classe mi chiede, impunito, chi è che imita così male Tommy Emmanuel e precisa: «Da quando fa nei suoi spettacoli vecchi blues con la sua Gibson, tutti lo vogliono imitare»…
Non voglio andare oltre: correrei il rischio di dare un duro colpo al mio fegato, che così magistralmente ha sopportato le mie divagazioni con l’alcool regalandomi la gioia di poterle narrare. Comprenderete bene però che ciò fa riflettere. È vero che non sono tutti così, ci sono ragazzi che conoscono e apprezzano la storia della musica… ehm, ci sono ancora?! Quando parlo di Kaukonen, corro il rischio di vedere ancora qualche lacrimuccia sugli occhi di un attempato signore, mentre percepisco indifferenza in quasi tutti i nuovi ‘rampolli’ della chitarra acustica. Mi viene allora un dubbio, sono forse io che sto invecchiando e mi emoziono a parlare di Gary Davis, Son House, Mississippi John Hurt, Blind Blake, ma anche di Ry Cooder, Jerry Garcia, David Crosby o Nick Drake?

Cerco di riflettere e di immedesimarmi: forse è come se ai nostri tempi ci avessero parlato della Carter Family, mentre impazzivamo per Jimi Hendrix. In realtà ascoltavamo entrambi e sicuramente anche Jimi conosceva il Carter Style. Allora forse è come se ci avessero parlato di Bach e Mozart, mentre sbavavamo sui Pink Floyd. Ma anche in questo caso il paragone non regge: amavamo e conoscevamo profondamente sia gli uni che gli altri, o perlomeno ne sapevamo discutere. Allora c’è qualcosa che non va in questa generazione che si accontenta di quello che ascolta, gode del presente e vive dell’attuale. Ed è difficile spiegare loro perché non va, forse proprio perché non c’è nulla che non va se non la nostra presunzione; e su questo dovremmo riflettere.

È questa quella che chiamo la cultura superficiale, la tuttologia da YouTube, il sapere quel poco di tutto, ma mai tutto di qualcosa. Noi ci ricordavamo anche i nomi dei produttori dei dischi, imparando a memoria le copertine dei vinili; e poi giù a far gare su gare nel rammentare ogni piccolo particolare. Oggi Google ci sconfiggerebbe senza problemi, annientando la nostra curiosità e la nostra cultura.
È il futuro; eppure non ci sto. Non sopporto di conversare sui frammenti, di non poter parlare dei Pentangle o di “Triad” dei Jefferson Airplane ricordando la voce di Grace Slick, perché ciò mi farebbe sembrare vecchio e passato di moda. E sinceramente, per quanto lo ami come musicista, odio quelli che impazziscono per Mark Knopfler senza aver mai sentito almeno una volta nella loro vita Big Bill Broonzy, Merle Travis o peggio ancora Chet Atkins. Scusatemi ma è una provocazione indirizzata a chi vuole godere dei frutti, senza aver mai conosciuto il vero lavoro; una semplice passione da vincitori del emi>Grande Fratello, famosi per noia.

Così, con un po’ di nostalgia, rivoglio in macchina le mie musicassette, quei nastri che per metterli ‘in tiro’ bisognava riavvolgerli con la matita. Rivoglio la mia musica fatta di suoni e poesie, di ricordi e cultura. Voglio parlare di Mark Almond o di Frank Zappa senza sentirmi dire: «Ma chi sono questi?»
Odio questa musica passiva, che arriva nei supermercati e ti riempie le orecchie di vuoto. Odio queste gare sfrenate all’ultimo effetto e all’ultima nota. Odio questi studenti impegnati a rovistare tra le scale e i modi, o a esibire l’ultima hit: è come studiare religione iniziando da Papa Francesco e fermandosi lì, dimenticando tutto il resto.

Va bene, basta, ho superato il limite. Mi fermo e prendo respiro. Anzi, visto che c’è un autogrill, ne approfitto per un caffè. Ma prima lascio finire alla radio l’assolo iniziale di “Sweet Home Alabama”.
Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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