O’ scià Pino, respiro nostro

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Pino Daniele e Claudio Baglioni
Pino Daniele e Claudio Baglioni

(di Giuseppe Cesaro) – L’ultimo ricordo di Pino è legato a Lampedusa. Com’era nel suo carattere, aveva accolto con entusiasmo autentico l’invito di Claudio (Baglioni) di portare la sua musica e la sua voce sulla spiaggia della Guitgia, per O’ scià, il festival di musica e arti dedicato al tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del rispetto per gli altri.

Pino Daniele e Claudio Baglioni
Pino Daniele e Claudio Baglioni

Ha partecipato addirittura a due edizioni (2011 e 2012) a dimostrazione di quanto condividesse l’idea che la musica – linguaggio universale per eccellenza – dovesse cercare di far cogliere al maggior numero possibile di persone la differenza tra incontro e scontro di civiltà, cercando di far capire a tutti come il contrario di integrazione (disintegrazione) non sia un buon affare per nessuno.
Non era la prima volta che ci incontravamo: i nostri mestieri si erano incrociati spesso (interviste, conferenze stampa, showcase, concerti…) ma era la prima volta che avevamo l’occasione di parlare fuori dai ruoli, per il semplice gusto di farlo, senza che lui dovesse sostenere il ruolo dell’artista e io quello del giornalista.
Era fine settembre, ci trovavamo a casa del comune amico Claudio, in un pomeriggio di sole, sale e Sud, di quelli che ti convincono che l’idea che l’infinito esista davvero non è poi così bizzarra e priva di senso. Aveva suonato sulla Guitgia la sera prima: generoso, intenso, entusiasmante, come sempre. La cosa che, però, mi aveva fatto più impressione era stato vederlo in forte difficoltà nelle prove del pomeriggio: la vista lo aveva quasi completamente abbandonato. In un paio di occasioni era stato costretto a chiedere il mio aiuto: «Ti spiace alzare il master?» aveva detto indicando la testata del suo ampli. «Ecco, così, grazie»… Non era solo la sua voce a essersi fatta sempre più sottile: anche i suoi occhi, per quanto spalancati, erano ormai due feritoie strettissime, dalle quali filtrava pochissima luce. Musica e pensieri, però, avevano la larghezza e la profondità di sempre. Condividerli allargava l’orizzonte.
Abbiamo parlato di dischi, di gruppi, di tecnica. Insomma, delle cose delle quali parlano le anime che vivono di musica. E, naturalmente, di chitarre. Della sua passione per il fingerstyle, le strato di Suhr e le sonorità chiare dell’acero. «Ne ho vendute tantissime» ha confessato. «Quasi tutte: non sono un feticista. E poi» ha spiegato «anche questo è un modo per fare un po’ di beneficenza». Il suo cuore sarà anche stato fragile, ma una cosa è certa: non è mai stato piccolo.
Sbagliavo a pensare che, senza il napoletano, la sua musica non sarebbe stata la stessa? Ha annuito e soffiato un po’ d’aria dal naso: «La stessa? Non sarebbe esistita proprio!» ha sorriso, scuotendo la testa. «Il blues ha solo due lingue: inglese e napoletano. Loro hanno vinto il sorteggio per la musica; noi quello per le parole. Per questo Dio o chi per lui ha pensato bene di dividerci con un Oceano» ha detto guardando in direzione del mare: «Fossimo nati tutti nella stessa terra, non ce ne sarebbe stato più per nessuno!”.

Giuseppe Cesaro

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 02/2015, p.38

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