Pallante – Ufficialmente pazzi

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Ufficialmente-Pazzi-Cover
Pallante
Ufficialmente pazzi

IT.POP/Goodfellas/Sounday Music

Ma guarda tu Pallante, mi ha lasciato perplesso e disorientato. Il titolo della title track mi aveva fatto pensare, di primo acchito, che fosse una strizzatina d’occhio al De Gregori de “I matti”, con cui non ha invece nulla a che fare. E anche se il pianoforte-e-voce in questo modo è stato utilizzato anche dal Principe, il brano non ha niente a che vedere con lui, ed evolve dall’andamento stile canzoncina per bambini al piano-e-voce fossatiano. E però il brano, pur bello, e che pure dà il titolo all’album, non deve trarvi in inganno, perché questo è il disco anche di un chitarrista, che già dal secondo brano ci trasporta in un altro mondo un po’ alla Conte, un po’ alla Buscaglione, un po’ alla Django, un po’ alla Rosso Malpelo ma non solo. Lo so, si rischia di cadere negli stereotipi nel tirare fuori sempre questi nomi, ma sono utili a dare qualche coordinata: ritmi, fraseggi e solismi chitarristici d’antan (“Io sono il massimo”) ad opera di Pallante stesso, aperture sognanti della chitarra, ad opera di Pino Forastiere, tra il foglio d’album e il classicheggiante da salotto e la scuola genovese (“Andiamo in pace”), ruspante jazz notturno di provincia (“King, un nome da re”, dove Pallante suona «chitarre di vari tipi e forme» ed Enrico Terragnoli aggiunge il banjo al ‘parco corde’ – e il solo del titolare prende toni hard boiled), aperture stile “Everybody’s Talking” prima di snodare gli arpeggi (“Sono le parole”, dove ritroviamo Forastiere), poi suggestioni estive ed esotiche, di quelle tanto care a Giuliano Palma (“Tutto quel che resta”, dove Pallante suona anche l’ukulele e il coautore Alex Britti fornisce basso, batteria e lap steel). A volte ci si avventura anche nel minimalismo pop (si senta la chitarra a partire dal quarto minuto e mezzo in “L’egoista”, con Forastiere coautore e nuovamente ospite, come poi in “Fino alle ossa”), a volte nello strumentale pacato per chitarra (“A night in Manduria”, in chiusura). L’album fa spesso l’effetto di quelle cartoline o lettere che arrivano con anni o decenni di distanza, da un passato che non vorremmo dimenticare, e ci strappano un sorriso malinconico mentre pensiamo «ma guarda qua»… “La Caroppa e Carmelo casalingo”, storia domestica d’amore di povera gente, è carinissima.

Sergio Staffieri

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