mercoledì, 22 Settembre , 2021

Steve Hackett: E il naufragar c’è dolce

Steve Hackett: E il naufragar c’è dolce

L’ex Genesis torna all’acustico con Under a Mediterranean Sky

di Francesco Brusco

«Se la politica innalza muri, la musica deve continuare a costruire ponti»

Non è certo un caso che in questo particolare periodo molti artisti, coscientemente o meno, si ritrovino a fare della propria opera una sublimazione del viaggio. Tra le rotte più battute, quelle del Mediterraneo occupano ovviamente un posto speciale nell’immaginario letterario, cinematografico e musicale. Noi italiani dovremmo saperne qualcosa.

E il topos della navigazione musicale attraverso il Mare Nostrum viene rivisitato da Steve Hackett con pura grazia, aggirando quei canti delle sirene che persuaderebbero chiunque ad abbandonarsi alle tentazioni del cliché sonoro, del pastiche stilistico, della sterile imitazione.

Ma l’ex Genesis – è un dato di fatto – ha dalla sua non solo quella perizia tecnica da cui deriva la sua indiscussa autorevolezza, tanto sullo strumento elettrico quanto su quello acustico. È soprattutto la sensibilità compositiva e interpretativa a contraddistinguere l’opera del settantunenne chitarrista londinese, la quale si arricchisce di un nuovo capitolo interamente acustico, a dodici anni da Tribute, sua ultima ‘monografia’ riservata alle corde di nylon.

Quasi un concerto per chitarra e orchestra, Under a Mediterranean Sky racconta di un mare in cui ci si bagna di musica barocca, classica, etnica, progressive: tanti riverberi della medesima acqua. «Pan-genre»*, lo ha definito Hackett, ed è un’emozione indescrivibile poter ascoltare dalla sua viva voce le impressioni sul suo nuovo lavoro e sull’importanza della musica in questa sofferta stagione.

Vorrei cominciare da quello che potremmo definire il tuo percorso da Hendrix a Segovia, elemento caratteristico della tua duplice formazione chitarristica.

Ho scoperto Segovia a quindici anni, da un vecchio disco di trascrizioni di Bach: il lato A era dedicato alla chitarra, il lato B al clavicembalo. Quello che mi ha affascinato, sin dal primissimo ascolto, è stato il fatto che non producesse un unico suono, ma una specie di tela sonora con una particolarissima tessitura. Ancora adesso, nonostante tutta la pratica fatta finora, non è mai facile per me ottenere quella meravigliosa delicatezza del suo tocco. Sto ancora scoprendo suoni da realizzare sulla chitarra classica, nuove tecniche, è una storia che non finisce mai! È bellissimo sperimentare, con entrambi gli strumenti.

 

Restando in ambito classico, dopo Segovia la chitarra ha trovato generazioni di grandissimi interpreti, alcuni dei quali cercano attivamente di rinnovarne il repertorio. Qual è il tuo punto di vista sul panorama contemporaneo della chitarra classica?

Ci sono molti grandi musicisti, è vero, ma devo dire che ultimamente non ho sentito grandi compositori. Ascolto molto Classic FM e resto spesso deluso dai pezzi trasmessi: nulla da ridire sul modo di suonare, come quando un bravo attore recita un copione… Bellissime versioni di Bach, o di Enrique Granados, ma è pur sempre il solito copione. Il problema è che non è mai il genere di composizione che vorrei sentire sulla chitarra. Così, quando compongo, cerco di scrivere i pezzi che io stesso vorrei ascoltare, anche perché parliamo di uno strumento dalle possibilità davvero illimitate. Un’altra cosa che diceva Segovia è che la chitarra dev’essere parte dell’orchestra, e bisognerebbe quindi dotarla di un proprio repertorio di concerti. Un recital di chitarra sola, anche se molti non l’hanno mai ascoltato, è assai diverso dal Concierto de Aranjuez, o da un concerto per quattro chitarre. Ma non è solo un discorso relativo alla classica: anche sul versante acustico gente come John McLaughlin ha fatto molto al riguardo. Trovo interessante il continuo espandersi dei confini dello strumento, che non deve limitarsi a riqualificare i gloriosi vecchi pezzi. Certo, io stesso ho inciso un album di tributi [Tribute, per l’appunto – nda], ma adesso mi interessa piuttosto approfondire l’ambito chitarra-orchestra, qualcosa di più romantico, più soddisfacente, capace tra l’altro di coinvolgere maggiormente la gente.

 

Il tuo ultimo album dimostra in effetti che il pubblico è ben disposto verso questa scelta.

In realtà sono sorpreso dell’accoglienza riservata a Under a Mediterranean Sky. In questo momento [metà febbraio – nda] ha raggiunto il secondo posto nelle classifiche di musica classica, sta riscuotendo molta attenzione in Germania… E pensare che per me era un ‘album cenerentola’, sebbene chiaramente io ami moltissimo quello che ho suonato! L’idea, come sai, è quella di un viaggio virtuale nel Mediterraneo, cosa che in questo periodo penso sia molto affascinante, soprattutto per chi come me vive in Nord Europa, dove l’inverno è particolarmente freddo e cupo… È stata soprattutto un’idea di mia moglie Jo quella di fare qualcosa che espandesse i colori della mia musica strumentale, includendo anche influenze mediorientali.

 

Uno dei tuoi meriti, a mio avviso, è essere riuscito a creare una lunga suite mediterranea, proponendo delle immagini sonore dei luoghi virtualmente visitati senza mai cadere nell’imitazione e nel luogo comune. Come hai ideato la struttura dell’opera e come sei riuscito a mantenere la tua identità in quello che hai definito un lavoro pan-genre?

Non ci ho mai pensato razionalmente, se devo essere sincero. Sai, tendo a fare le cose in maniera intuitiva. Perché è vero che sono un appassionato dei compositori classici e che amo il virtuosismo e la texturearmonica, ma adoro anche le grandi melodie, quelle che trascendono la tecnica. C’è anche tanta semplicità nella grande musica: sono davvero convinto, ad esempio, che nell’opera di Bach ci sia sempre un fondo di semplicità musicale. Prendi per esempio il Concerto italiano per clavicembalo… proprio quello che era sul lato B del disco che mi ha fatto scoprire Segovia! La semplicità è al cuore di tutto e penso di approcciarmi sempre istintivamente a tutto questo; non ho mai imparato come farlo da un libro…

 

Su cosa ti concentri ultimamente dal punto di vista tecnico?

C’è sempre da lavorare per ottenere quella che io chiamo l’illusione della fluency sullo strumento. Ci sono tantissime tecniche derivate da arpa, piano, mandolino, ci sono tecniche che fanno suonare la chitarra come una musical box [e a questo punto nella mia mente partono le note della meravigliosa ouverture di Nursery Crymenda]… Ma anche tecniche prese dalla stessa chitarra elettrica, come lo sweep picking, che funziona benissimo sulle corde di nylon: lo sto esplorando molto ultimamente, per utilizzarlo nel prossimo futuro. Nell’ultimo album, precisamente in “Scarlatti Sonata”, puoi ascoltare dei trilli eseguiti con una tecnica a quattro dita, p-a-i-m, su due corde che suonano a distanza di un semitono: «dudidudidudi» [imita l’effetto – nda]… È una tecnica molto difficile ma assolutamente efficace per i trilli, che suonano potenti e scanditi, come se fossero eseguiti su uno strumento a tastiera. Mi è stata insegnata da Theo Chang, un mio amico che purtroppo non c’è più, eravamo guitar pals: un momento lui era il maestro, il momento dopo lo ero io, ci insegnavamo a vicenda nuove tecniche, nuovi dettagli. Non devi essere per forza un virtuoso per trovare tecniche nuove, piuttosto un esploratore… e soprattutto divertirti sullo strumento!

 

Al di là della tecnica, ciò che ti distingue è la tua vena compositiva, che si esprime tanto sulla chitarra acustica quanto su quella elettrica. Puoi dirci qualcosa di più sul tuo metodo? Quanto di ciò che componi viene scritto su carta e quanto invece direttamente ‘su nastro’?

Ti sembrerà strano, ma quando compongo pezzi rock scrivo le idee su carta, mentre quando lavoro con le corde di nylon tendo a ricordare forme: alcune sono molto spontanee, altre hanno bisogno di essere fissate su carta; ma per fortuna finora ho goduto di un’ottima memoria! Scrivere qualcosa di buono richiede tempo, errori, scoperte: non credo esistano scuole per imparare a comporre, tutto ciò che puoi fare è studiare il modo in cui lo hanno fatto altri; ma così facendo rischi anche di restare bloccato e non riuscire ad andare avanti. È già difficile avere a che fare con i propri pregiudizi, figuriamoci con quelli degli altri! Ho anche approfondito un paio di accordature che potrebbero interessarti e che sono di estremo aiuto nel comporre. Una è quella che deriva dalla “Maja de Goya” di Granados, con le due corde più basse accordate entrambe un tono sotto, Re e Sol, molto buona per suonare in Re maggiore e Sol maggiore, appunto. Una piccola modifica che a volte apporto è abbassare la seconda corda di un semitono, per poter suonare facilmente in tonalità minore. Molti pezzi dell’album sono suonati con questa accordatura, che ho ribattezzato Hemingway tuning… hai presente Morte nel pomeriggio? L’atmosfera è quella. Con queste accordature le posizioni standard suonano assolutamente originali, quasi jazz… alcune addirittura ‘russe’, perché mi ricordano molto alcuni passaggi di compositori come Rachmaninov o Shostakovich. È difficile tornare all’accordatura standard dopo aver provato queste varianti. Ovviamente non mi piace passare da un’accordatura all’altra durante un concerto, quindi a volte uso due chitarre.

 

Queste accordature sono in qualche modo collegate alle scale modali che hai usato nell’album, per dare il giusto colore ai brani di influenza turca o egiziana?

Anche in questo caso devo risponderti che è tutto molto istintivo per me. Non sono un teorico musicale, faccio quello che mi suona bene e cerco di non essere bloccato dalle regole, anche se poi finisco io stesso per impormi delle regole. In questo disco ho lavorato con Malik Mansurov, musicista proveniente dall’Azerbaigian, suonatore di tar [un parente del liuto di origine persiana – nda]. Mentre registravamo mi ha insegnato uno stile della musica popolare del suo paese, chiamato mugham, ricchissimo di improvvisazioni: mi ricordava certe musiche di John McLaughlin e Ravi Shankar, molto spirituali nel loro virtuosismo. Il mugham è un linguaggio comune di una vasta area geografica, comprendente Azerbaigian, Turchia, Iraq e Iran. Il fatto che i musicisti di questa area abbiano il timbro delle loro nazioni sul passaporto rende loro quasi impossibile lavorare in America, dove sono visti come una potenziale minaccia… Ma sono felice che abbiano potuto lavorare con me. Inoltre, nell’album c’è anche l’armeno Arsen Petrosyan al duduk, uno strumento a fiato tradizionale del suo paese. La cosa assurda è che le nazioni di questi due musicisti, Azerbaigian e Armenia, sono in guerra tra loro. Se la politica innalza muri, la musica deve continuare a costruire ponti: è questo il concetto di base dell’album, specialmente alla luce della Brexit…

 

Era proprio l’argomento sul quale volevo chiedere la tua opinione.

È un’idea assolutamente terribile, e gli inglesi stanno per scoprirne il prezzo. Penso che questa follia metterà economicamente in ginocchio l’Inghilterra. Spero che ci saranno accordi per la circolazione: molti musicisti non sono per niente felici, per noi sarà più difficile fare tournée negli altri Paesi. Ma il nostro governo ha una mentalità così limitata e retrograda! Pensa che ho spedito il disco ad alcuni amici e mi hanno detto che non possono ritirarlo, perché dovrebbero pagarci delle tasse… È una scelta che inciderà negativamente su tutto, anche sulla musica. Sono inorridito, sono un europeo e non mi è più permesso di esserlo! Sarebbe una cosa quasi ridicola, se non fosse profondamente triste. Odio sentir dire «Make England… make America… great again»: ogni volta mi sembra di risentire la voce di Hitler, ci siamo già passati…

 

Inevitabile chiederti come la pandemia abbia inciso sulla tua vita, non solo di musicista.

Sicuramente i musicisti subiscono l’attuale condizione in modo particolare. È complicato riunirci in una stessa stanza per registrare o esibirci, tanto per cominciare. Da un altro punto di vista, però, devo dire che nel mio caso questa situazione ha incrementato la mia produttività. Ho pubblicato un album dal vivo [Selling England By the Pound & Spectral Mornings: Live at Hammersmithndr], prima di questo, poi è uscito un libro e sto già lavorando ad altre idee per il futuro: non potendo andare in tour mi mantengo produttivo a casa! Quando il mondo sarà pronto a tornare a muoversi, lo saremo anche noi: cerchiamo di essere ottimisti. Ho fatto già una dose del vaccino senza alcun effetto collaterale, presto dovrò fare il richiamo, e vorrei davvero sensibilizzare le persone a fare lo stesso. Nel frattempo cerco di fare qualcosa per i membri della mia crew: sono loro che più di tutti subiscono lavorativamente gli effetti di questa situazione. Sto vendendo dei manoscritti dei miei testi per dare il ricavato a questi professionisti, oltre a t-shirt, mascherine… ma soprattutto manoscritti dei testi, perché vedo che vendono bene. Desidero che il mio staff sia lì con me quando riprenderemo, non voglio che siano costretti a cercarsi un altro lavoro. Noi artisti possiamo guadagnare da altre fonti, loro no: «Keep the wolf from the door» si dice da noi [una metafora per ‘sbarcare il lunario’ – nda]. Quindi scrivo lo stesso testo sessanta volte… i miei versi li sto imparando bene!

 

Lo trovo un bellissimo gesto. Speriamo di poterlo promuovere attraverso la nostra rivista e, soprattutto, speriamo che il tuo viaggio riprenda presto anche sui palchi di tutta Europa, a cominciare dal nostro Paese.

Lo spero anch’io. L’Italia è davvero una grande ispirazione per tutto quello che faccio: avendo ascoltato questo album, saprai che è vero. Non vedo l’ora di tornare, speriamo che la prossima volta possiamo incontrarci di persona. Mi dispiace che il mio italiano non sia abbastanza buono, posso dirti soltanto «Ciao, e grazie!»

 

Francesco Brusco

 

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