Paolo Sorci: Django Reinhardt – Dalla chitarra manouche al grande jazz

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SORCI-Paolo_Django-ReinhardtAuditorium (126 pag. €15,00)
Paolo Sorci, giovane chitarrista folk, rock, progressive, fusion, nel 2006 si appassiona alla musica di Django ed è proprio questa passione a portarlo a suonare quella musica col suo gruppo i Welcome to the Django Quartet, ed evidentemente a volerne divulgare il verbo attraverso la pubblicazione di questo libro. Questi credo siano fondamentali elementi da non trascurare in un possibile giudizio.

Per cominciare troviamo alcune parti biografiche di introduzione all’artista, per chi si volesse avvicinare a Reinhardt e ancora non fosse a conoscenza delle sue avventure che ci sono state riportate, più o meno romanzate, in varie lingue. A questo proposito è particolare il fatto che l’autore prenda come riferimento bibliografico scritti e libri con informazioni non proprio di prima mano, a parte forse il solito Delaunay che come ho già avuto occasione di scrivere non sempre è stato obbiettivo nei confronti di Django sia in positivo che in negativo.
La mancanza di una ricerca personale è forse quindi il maggior difetto del libro e sappiamo bene che a volte fidarsi delle affermazioni riportate senza verificarne da più fonti la veridicità non è cosa positiva.

A questo proposito consiglierei ai pignoli, per l’aspetto biografico: la lettura dei vecchi numeri della rivista Jazz Hot o gli articoli di Alain Antonietto su Études tsiganes; per la musica zingara: ancora Études tsiganes, ma anche Franz Liszt, Des bohémiens et de leur musique en Hongrie (Forni Editore) e l’antagonista Béla Bartók, Scritti sulla musica popolare (Boringhieri); per il famigerato argomento ‘mano di Django’, il libro di Pierre Marty, Django ressuscité (ed. Copédit).

Il capitolo “Django e la cornamusa” contiene poi alcune gravi lacune, che potrebbero essere sicuramente colmate dalla lettura del libro di Yves Guilcher, La danza tradizionale in Francia (ed. Zedde).
Interessanti infine i punti di vista personali dell’autore e sicuramente pertinenti le analisi di alcuni brani dal repertorio reinhardtiano, meno la discografia (45 pagine), strumento ormai più facilmente consultabile da un computer.

Fabio Lossani

 

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