Un ricordo di Danilo Metelli

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(di Roberto Crepaldi) – Pubblichiamo volentieri, a un anno dalla sua prematura scomparsa, un affettuoso ricordo del maestro liutaio Danilo Metelli, che ci ha inviato il suo amico e collaboratore Roberto Crepaldi.

Appena entrato nel laboratorio, mi colpì l’odore intenso dei legni misto a quello delle vernici e al fumo della immancabile sigaretta, dalla quale Danilo non sì è mai separato. Via Risorgimento a Bevagna. Era l’indirizzo che mio figlio mi aveva dato, dopo aver conosciuto casualmente Danilo da un comune amico che vendeva strumenti musicali.

Danilo Metelli nel vecchio laboratorio con Roberto Crepaldi

Il laboratorio era una stanza molto piccola, ma dove c’era tutto, la pialla, la sega a nastro, una troncatrice, due tavoli da lavoro, trapani, frese, dime e tantissime altre cose, che costituivano il corredo di un’attività di circa trent’anni e che, ancora oggi, faccio fatica a capire come entrasse dentro quei pochi metri quadrati.
E poi rimasi affascinato dai piani armonici appesi, come usava fare lui, pronti per essere lavorati o pronti da montare con le catene scalloped in vista. Insomma una bella sensazione, che mi è rimasta dentro e che ancora oggi provo ogni volta che entro nel mio laboratorio.

Gli chiesi se poteva insegnarmi a costruire chitarre acustiche e lui, senza tralasciare il lavoro, con un tono di voce che lasciava poche speranze, mi disse che ci aveva provato con tante persone anche giovani, ma che poi alle prime difficoltà se n’erano andate e che lui ci era rimasto male. Dopo tanta insistenza da parte mia, alla fine cedette e accettò. La prima cosa che mi disse fu che dovevo portarmi un quaderno, sul quale scrivere tutto quello che mi diceva o che riuscivo a rubare con gli occhi. Danilo, contrariamente a quanto possa sembrare per chi lo ha conosciuto, sul lavoro parlava pochissimo. Sinceramente non è stato facile apprendere, ma tutto quello che so attualmente me lo ha trasmesso lui, a modo suo, insieme a un forte sentimento di amicizia che in seguito ci ha legati moltissimo.

Da lui ho appreso che il miglior legno per i piani armonici è l’abete della Val di Fiemme, ma che ci sono anche l’abete austriaco, l’abete Sitka, il cedro e anche il mogano. Lui li usava tutti indifferentemente, variando gli spessori delle tavole a seconda del legno e delle caratteristiche dello strumento, accordando i piani armonici portandoli vicino l’orecchio e picchiettandoli con le dita dell’altra mano. Dalla risposta del legno capiva dove intervenire e quanto legno togliere dalle catene, per le quali usava solo legno di abete stagionato e tagliato di quarto, per poter essere lavorato con lo scalpello.

Ci sono cose che non si possono insegnare, e questa sensibilità nel capire quando una tavola è ‘accordata’ è una di quelle. Da lui ho cominciato a sentir parlare di ‘essenze’ o legni che alla maggior parte delle persone sono sconosciuti: palissandro indiano, ebano Makassar, ziricote, mogano dell’Honduras, palissandro del Madagascar, fraké, palissandro Santos, ma anche l’introvabile palissandro brasiliano e il cocobolo, che malgrado la sua bellezza lui non sopportava – perché tossico – e che sconsigliava perché tendeva a spaccarsi. Danilo usava, per la costruzione di fasce e fondi delle sue chitarre, solo legni stagionati che acquistava ora da un fornitore ora da un altro, possibilmente in tavoloni che poi faceva tagliare a misura. Per le tastiere utilizzava essenzialmente l’ebano, ma anche quello che riusciva a ricavare dai tavoloni che acquistava, usando i pezzi fuori misura. Stessa cosa per i ponticelli. Con gli scarti della lavorazione dei tavoloni – specialmente quelli di cedrella, utilizzata per i manici – ricavava le catene per il fondo delle chitarre, per le quali usava anche l’abete, i listelli per le controfasce, che realizzava lavorando da solo con una macchinetta che si era inventato, e le zocchette.
Gli attrezzi da lavoro autocostruiti, che in alcuni casi sono tuttora utilizzati, rappresentano un altro aspetto dell’attività professionale iniziata dal nulla, non solo da Danilo ma da tutti i liutai che già allora producevano strumenti, magari in provincia e soprattutto trent’anni fa, quand’erano pochi i fornitori e ancora non esistevano i siti d’oltreoceano, dove acquistare tutto il necessario per costruire. Quindi ognuno s’ingegnava a costruirne di propri, e il bello è che per la stessa funzionalità c’erano più soluzioni. Il che significa che in questo lavoro, che rimane sempre e comunque artigianale, non si finisce mai di imparare.

Pensate che nel vecchio laboratorio di Danilo, ho ritrovato delle conchiglie di abalone, che tagliava da solo per ricavarne materiale da utilizzare per le rosette o per i dot. La verniciatura, sempre perfetta, si faceva all’aria aperta, fuori dalla bottega. Inoltre, Danilo, aveva una spiccata attitudine nell’accostare al meglio i colori dei legni che componevano le sue chitarre, perché – come diceva – oltre a suonare dovevano essere anche belle.

Da lui ho sentito parlare di Sarzana e di tutte le manifestazioni legate al mondo della chitarra acustica e non, alle quali veniva regolarmente invitato. Tramite Danilo, ho conosciuto addetti ai lavori, liutai, artisti bravissimi, professionisti e non, suonatori per diletto, ma tutti comunque accomunati dalla passione per la chitarra. Un mondo incredibile, dove alla fine si parla tutti la stessa lingua. Con lui era facilissimo instaurare rapporti: conosceva un’infinità di persone e, con l’avvento dei social network, la cosa si era ampliata.

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma non voglio dilungarmi per non stancare i lettori, anche perché il lato umano di Danilo – oltre a quello professionale – è stato già celebrato in altri articoli e sulla rete. Per concludere, volevo solo raccontare un piccolo aneddoto. Danilo, che pure suonava la chitarra acustica oltre che l’armonica con un trio, non utilizzava una sua chitarra; ogni volta che ne costruiva una per sé, che diceva non avrebbe mai venduto, puntualmente arrivava qualcuno che se ne innamorava e lui, alla fine, gliela cedeva: «Tanto me ne faccio un’altra» diceva. Quando ci ha lasciati, non aveva una sua chitarra ma in compenso due Fender Telecaster americane: Danilo aveva la passione delle Telecaster e diceva che quella, per lui, rimaneva la vera chitarra elettrica.

Roberto Crepaldi

 

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