“Acoustic Tellers – 17”: Una giornata con Joe Pisto

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Foto di Paolo G. Sulpasso

(di Francesco Manfredi) – Provate a immaginare il pollicione di Wes Montgomery sulla chitarra nylon-string di Pat Metheny e la voce di George Benson che improvvisa in sync con la chitarra. Fatto? Bene, ora vi siete fatti una vaga idea del mondo sonoro cui si ispira Joe Pisto, chitarrista, cantante e compositore di Policoro, ma residente da anni a Bologna, dove si esibisce regolarmente.

Joe Pisto con la sorella Mimma e Francesco Manfredi (foto di Paolo G. Sulpasso)
Joe Pisto con la sorella Mimma e Francesco Manfredi (foto di Paolo G. Sulpasso)

Lo abbiamo incontrato qui a Roma per un concerto in uno studio fotografico di via Veneto, lo Studio Orizzonte di Antonio Barrella, appassionato di musica a tal punto da aver creato un piccolo teatro nel suo posto di lavoro, dove invita musicisti ad esibirsi e a farsi conoscere da un pubblico diverso da quello dei pub, che sempre meno scelgono la musica di qualità e preferiscono le band di ragazzini o di dilettanti per poter sopravvivere. Finora me la prendevo con i proprietari dei locali, che pensano più alle birre vendute che alla musica e costringono noi musicisti a fare da PR per portare più gente possibile. Ora mi sono rassegnato e comprendo anche la loro difficoltà a tirare avanti in questo periodo di crisi.
Che fare? Non lo so, ma ben vengano i mecenati, che nelle loro ville o nei loro studi accolgono cantautori e jazzisti come Joe Pisto e i suoi colleghi musicisti Alex Boneham al contrabbasso e Adam Pache alla batteria.
Joe ha prodotto un album a Londra e insegna canto jazz al conservatorio di Udine. Potrebbe darsi tante arie e invece è la persona più semplice del mondo. Nell’intervista ci racconta come ha cominciato ad appassionarsi alla musica insieme alla sorella Mimma, anch’ella cantante e insegnante di canto jazz, grazie anche al padre che suonava la fisarmonica. Un rapimento mistico e sensuale, come direbbe Battiato, che lo ha portato a innamorarsi della musica e della chitarra, di cui è un virtuoso improvvisatore. Con la voce non è da meno e improvvisa con naturalezza su scale vorticose e note vertiginose, almeno per me che sono un minimalista convinto.

Foto di Paolo G. Sulpasso
Foto di Paolo G. Sulpasso

Il jazz per me è troppo denso, troppo difficile, troppo tutto. Sarà che sono invidioso e non mi è mai riuscito di improvvisare con fluidità, ma anche Miles Davis ad un certo punto ha pensato che c’erano troppe note e ha lavorato per sottrazione. Forse anche Pat Metheny ha fatto lo stesso dopo aver raggiunto la soglia delle dodici note al secondo, dopo di che nemmeno le melodie di Chopin risultano comprensibili, almeno per me che studio da dieci anni la Fantaisie-Impromptu senza riuscire a farla in modo pulito.

Ma a chi importa della pulizia nel jazz? Se il blues è fango e sangue e sesso, il jazz non è da meno. Quello di Charlie Parker, chiamiamolo classic jazz, anche se ai suoi tempi era rivoluzionario come l’impressionismo per la pittura, oggi sembra innocuo. Come sposare trítoni e dolcezza, dissonanze e serenità, grinta ed eleganza? Signore e signori, ecco a voi Joe Pisto!

Francesco Manfredi
www.youtube.com/fungosound

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PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 10/2014, p. 10

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