One Lip 4 Tet (Mazzon Cattaneo Cortellessa Leone) – Squirrel Crossing

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ONE-LIP-4-TET_Squirrel-Crossing_webSquirrel Crossing è senza dubbio uno degli album più validi degli ultimi anni del cosiddetto avant-garde jazz, e non solo con riferimento alla produzione italiana. Raramente è dato di ascoltare musica così interessante, che riesca a mantenere ad un tempo una fruibilità notevole anche per un ascoltatore non particolarmente ‘iniziato’. Il merito va, come è ovvio, al gusto degli artefici di questa musica sia sotto il profilo esecutivo, sia sotto quello progettuale, che porta a unire alla tromba di Guido Mazzon le due chitarre di Nicola Cattaneo e Franco Cortellessa e le percussioni di Peppe Leone. Emergono qui di continuo echi di musiche note, l’Art Ensemble di Chicago è un punto di riferimento esplicito, ma vi sono addirittura reminiscenze frippiane e in genere ‘progressive’. Esse non sono semplicemente giustappposte a mo’ di mero effetto sonoro, ma piuttosto rappresentazioni musicali che vanno a comporre un quadro sonoro complessivo.
Se l’incipit “Squirrel Crossing” sembra un richiamo esplicito a Lester Bowie, emergono qua e là sprazzi di colore musicale che ci proiettano, anche per pochi istanti, in ambienti musicali distanti tra loro. La chitarra di Cattaneo in “Lampedusa all’alba” evoca suggestioni degne di un Robert Fripp di annata, del tutto funzionali al contesto rappresentativo. In “Marbalene” si ha a tratti l’impressione di trovarsi in un contesto di musica ambient à la David Sylvian. Degno di sottolineatura il gioco tra strumenti in cui la dolcezza della chitarra pare voler dare conforto a una tromba desolata; i ruoli poi paiono invertirsi quasi in un reciproco supporto emotivo senza mai scadere in un sentimentalismo di maniera. Subito dopo, “Jojar”, brano di Roscoe Mitchell, getta l’ascoltatore in un metaforico caos sonoro che si tramuta di lì a poco in un inaspettato solare paesaggio caraibico. In “The Call” permane un sottile sapore etnico di cui sono artefici le percussioni, sul quale si innestano suoni inattesi quasi friselliani. “Odwalla” è a sua volta episodio melodico con incedere in ordine sparso, che sembra fare da ponte verso una seconda parte più rarefatta dell’album, tutta opera della penna di Mazzon. “Wha” si apre con una citazione ellingtoniana che fa come da sipario su un’ambientazione misteriosa con chiusura a sorpresa. “Verginità” porta l’ascoltatore in dimensioni più austere ed elevate ma mai di ‘disagio’, sensazione mai provocata da questa incisione; pare anzi di respirare un’atmosfera quasi ‘sacra’, di stampo orientaleggiante. Con “One Lip” ritornano le suggestioni etniche se non addirittura di sapore ‘popolare’ suggerite dall’incedere vagamente reggae e dalla chitarra slide. Del tutto peculiare “Ninna nanna n. 6, episodio di richiamo quasi classico, di estremo garbo e molto ben incastonato; privo di qualunque sussiego sembra, tuttavia, lasciare intravvedere un sottile sorriso letto in filigrana. L’album si congeda con “Samia”, brano che a un incipit rarefatto e dissonante di notevole suggestione fa seguire un tema di austera bellezza, dove le chitarre producono un tappeto sonoro che sarebbe piaciuto a Miles Davis.
In conclusione un album di sicuro valore, tutto sostanza (al contrario di altre similari produzioni), da ascoltare e riascoltare più volte sempre con interesse.

Domenico Lobuono

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2014, p. 15

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