Dove tia o vento – Intervista a Beppe Gambetta

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Dove tia o vento

Intervista a Beppe Gambetta

di Michela Favale e Luca Masperone

Presto o tardi nella vita di un artista arriva il momento di fermarsi e guardarsi indietro. I più coraggiosi riescono a non perdersi nella semplice ripetizione delle esperienze passate, trasformandole invece in nuova linfa per sintetizzare qualcosa di nuovo e potente. Beppe Gambetta ha portato a termine questa difficile operazione con l’uscita del suo ultimo disco Where the Wind Blows / Dove tia o vento, il primo interamente composto da brani originali. Questo proprio alla vigilia del ventennale dell’Acoustic Night genovese, una festa per ora solo rimandata, vista la recente pandemia. Nell’album Beppe ripercorre la sua vita, proponendo tantissimi spunti interessanti e riflessioni che vengono da lontano, ma risultano sempre attuali, mostrandoci come sia importante fare nostra la strada che percorriamo e prestare attenzione a ogni singolo incontro che potrebbe cambiarci. Il brano “La musica nostra” contiene la vera anima del musicista, che qui si svela in modo molto personale e ironico, quasi romantico, come mai aveva fatto prima d’ora. Fortissimo è anche il messaggio di speranza che traspare dalle musiche e dai testi, destinato sia al pubblico che agli artisti, visti come creatori di bellezza. L’aspetto più importante alla base di quest’opera è la multiculturalità: ogni canzone chiama l’autore a esprimersi in una lingua diversa, ogni cultura è unica e ha caratteristiche precise, ma poi tutte insieme vanno a formare una cosa sola. L’identità umana funziona proprio così, per questo Where the Wind Blows / Dove tia o vento ci mette in contatto con le radici genovesi di Beppe, il suo essere italiano e la forte componente anglosassone, sia di formazione che di porto d’arrivo. 

Venerdì 22 maggio Beppe Gambetta e Giovanni Ricciardi, noto violoncellista genovese, hanno ricreato parte della magia dell’Acoustic Night negli studi dell’emittente ligure Primocanale, regalando ai fan uno spettacolo di circa un’ora e mezza tra vecchi e nuovi brani, all’insegna della contaminazione e dell’improvvisazione, essendo questo il loro primo incontro artistico. In videochiamata dal Canada è stato presente anche il cantautore e polistrumentista Harry Manx, che avrebbe dovuto partecipare alle serate al Teatro Nazionale di Genova. Questo evento televisivo voleva essere una sorta di aperitivo in musica, in attesa di poter tornare presto in sala, alla presenza di quell’artista silente ma fondamentale che è il pubblico, proprio come diceva Ezio Bosso e ci ricorda anche Beppe nell’intervista.

Che cosa ti ha spinto a reinventarti in occasione di Where the Wind Blows / Dove tia o vento? La pandemia ha in qualche modo cambiato l’album o solo l’impatto che potrebbe avere?

Avevo iniziato a pensare a un nuovo lavoro durante la scorsa estate, buttando giù idee in ordine sparso tra un viaggio e l’altro, e lasciandole ‘decantare’ come faccio sempre. Spesso, lavorando in questo modo, il percorso si delinea strada facendo e il materiale per un nuovo album si manifesta negli appunti che metto insieme. Su questo punto seguo la scuola di Woody Allen che, per lavorare a una nuova sceneggiatura, recupera e distribuisce sul suo letto una marea di bigliettini con gli appunti presi in tanti momenti diversi… Ricordo anche che, mentre provavo a scrivere i primi pezzi, tra le varie composizioni spiccava una melodia melanconica che ho subito intitolato “Lamento”. Pensavo: «Che strano, un brano così triste senza un motivo…» Probabilmente era un presagio. La pandemia è arrivata alla fine delle registrazioni e mi ha fatto anticipare i tempi del mixaggio, ma non ha cambiato il processo artistico. Molti temi dell’album coincidono effettivamente con il momento attuale – il lamento, la resistenza, l’amore per i grandi vecchi, l’incertezza del lavoro d’artista, la speranza identificata nell’alba, e così via – ma tutto ciò non è stato programmato. L’uscita del CD vuole essere comunque un segnale che la musica deve andare avanti nonostante tutto.

Quali pensi siano le differenze più importanti di questo nuovo disco rispetto al resto della tua produzione, già piuttosto vasta?

Penso che ogni artista debba essere curioso per definizione ed esplorare nuovi territori. L’ho fatto in passato e questo nuovo lavoro è in linea con il mio percorso. Ho deciso così di scrivere canzoni e sperimentare un album di sole mie composizioni, di usare nuovi strumenti e inserire nuove scelte musicali. Queste sono le novità ed è la continuazione di un percorso di ricerca.

Nella scrittura dei brani cantati a chi ti sei ispirato? La creazione di un testo, che tipo di processo rappresenta per te? Cosa ti ha aiutato a superare la forma di pudore che ti impediva di essere anche cantautore?

Essendo genovese ho seguìto il più possibile l’insegnamento e l’estetica della scuola di cantautori della mia città. Giornalisti, amici e anche mia moglie mi esortavano da tempo a provare a scrivere canzoni, vista la mia passione per l’arrangiamento di canzoni altrui. Penso che la scelta di scrivere prima il testo o prima la musica sia solo un dettaglio del work in progress che ogni artista affronta in maniera diversa. Quello che alla fine conta nella canzone è la scintilla tra queste due componenti, che insieme devono generare emozione; ed è questo il punto di arrivo su cui mi sono concentrato modificando, ascoltando, pensando, cambiando ancora, sino a una stesura definitiva che mi soddisfacesse.

Quali sono le tematiche che rappresenti in questi brani?

Le canzoni hanno dei soggetti per me importanti: la forza dell’amore nel superare ogni tipo di avversità (in “La musica nostra”), il rispetto per i profondi insegnamenti dei grandi ‘vecchi padri’ della musica (“Wise Old Man”), la bellezza dalla mia città in contrasto con le avversità della sua storia (“Dove tia o vento”) e il bilancio della mia vita, in cui il regalo più bello sono stati il coraggio e la libertà di espressione artistica (“Amica Libertà”).

La lingua genovese si presta alla canzone con un’ampia presenza di parole tronche. In che modo rappresenta il popolo ligure? Andrebbe riscoperta maggiormente?

La lingua genovese ha molte affinità linguistiche con il portoghese, la lingua che per eccellenza esprime la saudade e il lamento. Anche per questo, per la sua struttura e la sua lentezza, è un’espressione perfetta del modo di essere del popolo ligure. Non a caso, tra i capolavori più riusciti, molte sono le canzoni con una vena malinconica: anche “Crêuza de mä”, pur celebrando la festa del ritorno a casa dei marinai, è intrisa di malinconia. Da quello che ho visto e che vedo durante i miei viaggi, trovo che in Italia, rispetto al resto del mondo, in genere i dialetti vengano ancora parlati da una buona fetta di popolazione. 

In “Dove tia o vento” percorri la storia di Genova anche con numerose immagini: come hai scelto i momenti da mostrare e da cantare? Si tratta di storie vere?

Esistono un sentimento e un carattere che accomunano la gente della nostra terra, che non sono facili da definire e che sognavo di catturare con una canzone. È un sentimento che si ritrova spesso immutato nel tempo; dunque, per rafforzare il racconto, ho deciso di evocare brevi immagini lungo un percorso che attraversasse tre secoli di storia. La canzone è molto autobiografica, molti personaggi raccontati facevano parte della mia famiglia: ‘nònna Giò’ – Maria Geronima Sanguineti, nata a Camogli nel 1855 – era la mia bisnonna, abbandonata con i figli dal marito emigrato in Argentina; un mio prozio ha aperto una bottega di armassin [‘ferramenta’] in Cile; un altro prozio si è imbarcato, è stato portato via da un’onda durante una tempesta e solo la sua cassa da marinaio è ritornata, con i suoi vestiti; i fascisti li ha cacciati anche mio nonno Giuseppe, partigiano democristiano, importatore e perito di caffè e pepe, e così via… Tutte queste storie sono rappresentative e comuni nel DNA di tante famiglie liguri e genovesi. Ho conservato gelosamente un mio ‘albero genealogico, aggiornato negli anni e riempito di storie e commenti raccontati dall’anziana ‘zia Maria’, che mi è stato prezioso.

Sempre in “Dove tia o vento” sono presenti anche frammenti di testi da brani appartenenti alla tradizione genovese, come “Ma se ghe pensu” e “Baccicin vàttêne a cà”: si tratta di citazioni o è un modo per creare un collegamento più forte con la storia della canzone ligure?

La canzone pone in evidenza il contrasto tra la storia travagliata della città negli ultimi secoli e la sua bellezza straordinaria, che prima o poi ti costringe a ritornare. Le citazioni sono servite a rafforzare il racconto di questa nostalgia, che si ritrova in tanti classici della nostra canzone e continua ad essere un sentimento chiave per chi è ligure e genovese. Oltre a questo ho voluto anche mettere in evidenza il carattere ‘ribelle’ dei genovesi a tutte le oppressioni. In tutto il testo ho cercato di evitare il campanilismo ostentato, che spesso si manifesta in questo tipo di canzone.

Cosa portava tanti genovesi a emigrare? Anche tu sei ‘emigrato’, come ti senti in rapporto ai tuoi predecessori?

La partenza degli emigranti di fine ’800 era certamente molto diversa dalle partenze dei giorni nostri. La povertà e la durezza di quei tempi non sono certo paragonabili. Si trattava di genovesi e anche di liguri che in gran numero si spostarono nel quartiere popolare de La Boca a Buenos Aires. Il testo della canzone infatti dice: «Non vanno più alla Boca, vanno dove tira il vento». Questo a indicare che le nuove generazioni sono ancora spesso costrette a partire da Genova, ma oggi partono senza una meta precisa e vanno dove li chiama un nuovo lavoro.

Cos’è per te la bellezza di Genova di cui parli nel pezzo?

Io amo Genova non solo nelle sue parti spettacolari, che vengono messe in mostra ai turisti. Ma vedo bellezza in angoli remoti (ad esempio in piazzetta Sant’Anna, in piazza del Melograno, in certi punti delle crêuze verso il Righi, eccetera…), in personaggi del passato (il sorriso di Maria della nota trattoria che ho inserito anche nel video della canzone) e in alcune gemme non particolarmente note (ad esempio la statua dell’Angelo di Monteverde nel cimitero di Staglieno, che fa innamorare chi la scopre).

Nella title track utilizzi un’accordatura particolare, DADEAE se non sbaglio? Hai scritto la musica del pezzo sotto l’influenza della sua sonorità o, al contrario, l’hai utilizzata perché utile all’arrangiamento che avevi in mente?

Su questo aspetto io continuo a sperimentare, finché non colgo uno spiraglio di poesia in un suono che ascolto. A volte questa ricerca è complessa. Il ritornello di “Dove tia o vento” mi girava nella testa da molto tempo. Per trovare la parte di chitarra giusta ho provato tante accordature e tonalità diverse: DADEAE finalmente mi ha aperto possibilità di accordi intriganti, con ottimi bordoni e un refrain che cascava naturale sulle corde a vuoto dell’accordatura.

Quali altre accordature alternative sono presenti nell’album e in che modo le hai sfruttate?

Ne ho usate molte, in particolare la DADGAD, in “Lament”, in “Fighting While We Can”. Ma la caratteristica creativa più interessante dal punto di vista chitarristico è stata la sovrapposizione di tante chitarre diverse. In genere, accostare più di due chitarre in uno stesso arrangiamento è a volte pericoloso e può appesantire e confondere il suono, ma con chitarre di ‘famiglie’ diverse la sovrapposizione può generare colori inaspettati. Ad esempio, per “La musica nostra”, ho usato sei chitarre: un’elettrica, una National per il bottleneck, un’acustica regolare, un’acustica con il capotasto alto, un’acustica dedicata solo agli armonici e una chitarra bouzouki bassa per tappeti di note.

Puoi raccontarci qualcosa riguardo alla realizzazione del video creato da Sergio Farinelli per il brano “Dove tia o vento”? Che tipo di lavoro è stato fatto?

Sergio ha una grande esperienza grazie al suo lavoro in Rai, ed è rimasto colpito dalla canzone su Genova. Possedeva alcune immagini interessanti di repertorio. A queste abbiamo aggiunto alcuni girati più recenti, tra cui il sorriso della cuoca Maria di cui vi parlavo, mentre le immagini che mancavano le ho ‘inventate’ in casa con soluzioni di fortuna – per esempio la tempesta nella vasca da bagno, il colpo di pestello nel mortaio, eccetera – che alla fine, nella loro semplicità e grazie alla maestria di Sergio, si sono rivelate vincenti.

In questo album utilizzi genovese, italiano e inglese: cosa hai preso da queste lingue e quali sono i caratteri principali di queste culture?

La multiculturalità è forse l’aspetto principale della mia arte: non potevo rinunciarvi, anche se è un aspetto che a volte non paga, perché non rientri più in qualche categoria precisa e non sei catalogabile. Tra le lingue in cui canto è mancato il tedesco, ma scrivere in tedesco sarebbe stato troppo complicato. Le differenze culturali legate a queste lingue sono immense, ma più che sottolineare i caratteri diversi, mi piace constatare come la risposta di fronte all’estetica musicale sia invece sempre molto simile. In particolare nella mia esperienza, di fronte al genovese di De André, c’è uno stupore per la bellezza assoluta del suono poetico dei suoi versi che accomuna tutti i pubblici più eterogenei.

Questo periodo comporta numerosi problemi per le manifestazioni culturali in generale, dai concerti alle conferenze. Come potrebbe diventare la musica e il lavorare nella musica nel prossimo futuro? In che modo può essere adattata ai tempi strani che stiamo vivendo?

Penso che si potranno studiare molte soluzioni per lavorare e produrre musica a distanza, e anche per insegnare. Forse verrà inventata la piattaforma con cui si potrà suonare insieme contemporaneamente senza ritardo. Ma, secondo me, non si potrà prescindere dall’energia di una platea che ti ascolta dal vivo. Il grande Ezio Bosso, tra le sue affascinanti affermazioni, diceva che il pubblico è un musicista silente che comunque partecipa all’esecuzione. Secondo me bisogna lottare perché in qualche modo i teatri riaprano, perché è con il contatto con i nostri ‘musicisti silenti’ che la musica vive.

Su questo siamo completamente d’accordo. Nel frattempo quale può essere un piano B da tenere presente per tutto il campo della cultura? Ci riferiamo per esempio ai tanti concerti live su Facebook o Instagram, ma anche a piattaforme di fruizione come Patreon.com, su cui anche tu hai un profilo. Cosa pensi di queste alternative?

Come dicevo prima, non credo molto nei concerti ‘virtuali’, che per me possono funzionare come eventi speciali e saltuari, ma non come normale routine artistica. La piattaforma Patreon invece – a cui ho aderito all’indirizzo patreon.com/beppegambetta – ha una funzione diversa: mette in contatto attivo l’artista con chi lo segue e vuole sostenerlo e aiutarlo. È come una forma di ‘fan club’ moderno. Nel mio caso funziona così: un paio di volte a settimana metto a disposizione esclusiva dei miei patrons diversi contributi, che vanno da videolezioni di chitarra a racconti, video e foto inedite, anteprime del mio lavoro, tablature, diari di viaggio e perfino qualche ricetta cucinata dal vivo. In cambio il patron contribuisce mensilmente con una cifra spontanea, che va da cinque dollari in su a seconda di come può e desidera.

In tempi di Coronavirus, negozi chiusi e concerti cancellati, come farete a distribuire e commercializzare l’album?

L’uscita del CD vuole anche essere un segno di risposta alle avversità. Non potendo usufruire di vendite ai concerti e nei negozi, vendiamo copie autografate per corrispondenza, che possono essere richieste a beppegambetta1@gmail.com e pagate con PayPal o via bonifico. A questo indirizzo possono essere anche richieste le trascrizioni di tutte le parti di chitarra del CD. A Genova il punto di riferimento è il negozio Disco Club di via San Vincenzo. Il CD è anche acquistabile in formato digitale su https://beppegambetta.bandcamp.com/releases. È un momento in cui la solidarietà degli amici veri si fa sentire, e le richieste di chi vuol bene alla mia musica ci riempiono di gioia e ci rassicurano.

La voce con cui interpreti i brani sembra emozionata e sentita: cosa significa parlare di sé e aprirsi al pubblico fino a questo punto? Cambia l’emozione nel cantare un brano proprio, piuttosto che nel riarrangiare un pezzo? Come si gestisce e utilizza a proprio favore questo sentimento?

Cantare le proprie canzoni ti coinvolge totalmente. Il concetto è che quando canti devi vivere esattamente quello che stai raccontando. Ho provato a incidere varie volte le mie canzoni, cercando di isolarmi da quello che avevo intorno e immergendomi completamente in quelle storie. Quando ci sono riuscito, era naturale che l’emozione fosse giustamente forte: era quello che volevo.

Nel disco compare anche la chitarra elettrica. Che modello hai utilizzato e come mai hai deciso di imbracciare questo ‘nuovo’ strumento? Hai qualche maestro di riferimento, come per l’acustica?

La chitarra elettrica l’ho suonata in un brano, “La musica nostra”, che ‘chiamava’ quel tipo di suono; ed ho scelto una Telecaster. È in fondo solo un dettaglio rispetto a tutta l’opera, ma mi ha fatto piacere ritrovarla dopo tanto tempo. Oltre alle ispirazioni puramente artistiche, essendo io anche il produttore dell’album, cerco di seguire il lavoro di qualche producer intrigante che ammiro particolarmente: tra tutti T Bone Burnett. Per questo disco ho scelto anche di usare come guida il bravissimo Greg Anderson, produttore del cantautore Richard Shindell. In particolare ho studiato i suoni e le dinamiche di un suo album che si intitola Careless, uscito qualche anno fa per Amalgamated Balladry; ascolto consigliato!

Nel brano “Amica libertà” parli anche del mito del lavoro sicuro. Come si differenzia questo concetto tra Italia e America?

In Italia, a volte, chi fa il musicista è costretto dal nostro sistema ad avere anche un altro lavoro e a scendere a compromessi. Questo non aiuta sempre la qualità della musica. La differenza fondamentale tra Italia e Stati Uniti è che negli USA il mondo dei professionisti è separato in maniera più chiara da quello dei dilettanti. Entrambi i mondi convivono e sono necessari per la salute della scena musicale, ma il pubblico americano è in grado di riconoscere i diversi livelli artistici. E, in genere, la qualità che il professionista è in grado di offrire viene premiata secondo una legge molto semplice: il numero degli spettatori paganti. Questo riconoscimento diretto delle capacità, per gli italiani all’estero, vale in molti campi ed è una vera boccata d’ossigeno per chi vuole impegnarsi nel suo lavoro, a costo di dover viaggiare. È ciò che a volte manca in Italia e, secondo me, è ciò che ha impedito alla nostra società di essere molto più avanti e anche più felice. 

Come spiegare a un ragazzino di oggi, che vede un mondo dominato dal potere, che «la speranza è più potente del denaro» e che «una storia è più forte di una pistola»?

Queste frasi nella canzone “Wise Old Man” – ‘Grande vecchio’ – sono ispirate alla figura di Pete Seeger, primo dei tre ‘vecchi’ citati, e al paio d’ore che ho trascorso con lui a chiacchierare nella sua casa di Beacon nello Stato di New York. Ricordo che ogni frase che lui ha pronunciato è stata una pillola di saggezza. «Una storia è più forte di una pistola» si riferisce al fatto che molti storici ritengono che il ritorno di Pete Seeger in televisione, dopo anni di ostracismo dovuti al maccartismo, e in particolare l’occasione in cui egli cantò la canzone di protesta “Waist Deep in the Big Muddy”, fu l’ago della bilancia che cambiò l’umore dell’opinione pubblica e portò alla fine della guerra del Vietnam. Forse in quell’occasione le parole di una canzone furono veramente più forti delle armi. Per Pete la speranza era sicuramente «più potente del denaro», e per dare il buon esempio lui evitava il lusso. Ad esempio gli hotel che richiedeva andavano dai tre stelle… in giù! Realmente lui si rifiutava di entrare in un hotel di lusso: successe anche a Torino quando suonò per il FolkClub, da un racconto del caro amico Franco Lucà.

“La musica nostra” è un brano molto personale in cui racconti con una certa dose di ironia il lavoro del musicista. Ce ne parli?

In realtà la canzone la sento primariamente come una canzone d’amore, la mia prima canzone d’amore! Affrontare la precarietà della vita on the road con la persona che ami al tuo fianco, ti fa sognare di poter continuare insieme all’infinito questa ricerca della bellezza.

Come giudichi il mondo indipendente? Quali sono i pro e i contro di essere artisti?

Sempre in “La musica nostra” descrivo una lunga lista di problemi che l’artista deve affrontare per andare avanti nel mondo indipendente. Questa in realtà è solo una piccolissima parte di quelli reali: per la stesura del testo, ricordo di aver scritto una pagina intera di problematiche, quindi ho scelto qua e là qualche esempio rappresentativo. Si tratta di una vita sicuramente più complicata di quello che appare esternamente. La caratteristica costante per me è che, in tutti i momenti in cui ho vissuto questa vita, il rapporto 20/80 non è mai cambiato; mi spiego: si spende circa il venti per cento del tempo a studiare ed esercitarsi, e l’ottanta per cento del tempo a cercare lavoro, viaggiare e fare promozione al proprio lavoro.

Quanto conta l’ironia nel nostro mestiere?

Essere sempre bambino e giocare e scherzare come un bambino sono un motore fondamentale dell’essere creativo. L’ironia e lo scherzo abbattono le barriere tra l’artista e il pubblico, che partecipa meglio ed è in grado di trasmettere più energia all’artista stesso. 

Guardandoti indietro, cosa pensi sia stato fondamentale per la tua crescita musicale e personale?

Penso che la mancanza di soldi, la scarsezza di fonti e di incoraggiamento, e le difficoltà degli anni della mia gioventù siano stati il fattore fondamentale per la mia crescita musicale. In quelle situazioni devi per forza far bene e studiare molto, per proporre qualcosa di importante e soprattutto diverso, affinché qualcuno ti segua. Sicuramente per me le sconfitte e le delusioni sono stati gli stimoli più importanti. Se avessi trovato facilmente lavoro in Italia, non sarei mai partito con un registratore alla ricerca dei miei maestri americani. Da un certo punto di vista, oggi, l’arresto causato dalla pandemia non è totalmente negativo: aprirà molte porte alla creatività di artisti veri, che veramente credono alla propria arte, e li porterà a inventare bellezza.

L’idea di te che parti alla ricerca dei tuoi maestri si ricollega al brano “Wise Old Man” e agli incontri che cambiano la vita?

La canzone vuole ricordare alle nuove generazioni che l’incontro con i padri fondatori dei vari generi musicali è fondamentale. Oggi si tende a imparare la tecnica attraverso l’analisi di video didattici e non, ma non è come incontrare Pete Seeger, Doc Watson e Fabrizio De André, per citare i personaggi della mia canzone. Questi tre ‘grandi vecchi’, insieme ad altri, hanno cambiato e ispirato la mia vita. E non dimenticherò mai i nostri intensi incontri: quelli con Fabrizio De André sono sempre avvenuti in un backstage, prima o dopo i suoi grandi concerti; con Doc Watson ho invece anche suonato: ne ho una breve registrazione fatta con mezzi ‘antichi’, che conservo come una reliquia!

“Forget About Me Not” è un fiddle tune moderno dedicato al New Jersey, tua patria di adozione. In che modo l’hai scritto e adattato?

Viviamo nella stessa contea elettorale di Bon Jovi e Bruce Springsteen (la città di Freehold dista solo 52 minuti da casa nostra), dunque abbastanza vicini a New York. Ma il nostro piccolo villaggio di Lambertville sul fiume Delaware è una zona completamente rurale, diversa dallo stereotipo che accompagna il New Jersey, spesso considerato un po’ la ‘periferia’ della grande città. I motivi per cui abbiamo scelto Lambertville sono i cari amici che ci vivono, il fatto che sia una colonia di artisti con una storia e identità importante, e che sia immerso nella natura. Il titolo è ironico ed è un gioco di parole tra il fiore ‘non ti scordar di me’ (in inglese forget-me-not) e un’imprecazione nello slang del New Jersey, fuggedaboudit (forget about it), molto usata tra gli italoamericani. La melodia è nata di getto mentre scrivevo la strofa su Doc Watson, in sintonia con i meravigliosi fiddle tunes che Doc ha trasportato dal violino alla chitarra e che sono diventati il simbolo di un grande genere musicale.

Ci parli dei musicisti che ti hanno accompagnato in questa avventura e degli strumenti utilizzati? Come avete realizzato gli arrangiamenti dei vari brani?

Avevo già lavorato con il grande contrabbassista jazz Rusty Holloway, di cui mi piace la sensibilità aperta anche a ritmi più vicini alla roots music, e ho deciso di coinvolgerlo anche in questo lavoro. Ho scelto il percussionista Joe Bonadio perché mi ha colpito il suo lavoro eccezionale nell’album di Richard Shindell di cui parlavo prima: Joe ha interpretato perfettamente tutti i mood che gli ho richiesto. Gli arrangiamenti e la registrazione di tutte le chitarre sono nati provando e riprovando a casa mia. Ho usato fondamentalmente la mia Robert Taylor e una chitarra bouzouki di Heiner Dreizehnter; per le parti armoniche ho utilizzato un’acustica di Rob Goldberg. Alla fine tutto il materiale è stato trasferito per l’editing all’Ampersand Studio di Bob Harris, grande esperto di musica acustica, dove abbiamo registrato le voci, il contrabbasso, le percussioni, e dove abbiamo mixato. 

Il 2020 è il ventennale dell’Acoustic Night: quando e in che modo pensate di festeggiarlo, nonostante la pandemia?

L’Acoustic Night è un evento che il nostro pubblico aspetta tutto l’anno con impazienza, perché unisce la musica con la magia dell’incontro inedito tra artisti di luoghi lontani. E abbiamo ricevuto tantissimi messaggi di spettatori molto dispiaciuti per la sua riprogrammazione. Abbiamo quindi pubblicato il CD, che doveva accompagnare l’Acoustic Night, anche per colmare questa mancanza. E abbiamo inoltre organizzato una diretta televisiva su Primocanale, con alcuni artisti che avrebbero dovuto essere ospiti dell’evento. La celebrazione dei nostri quasi vent’anni è stata fatta con la produzione del videoclip Acoustic Night 20 – La festa è solo rimandata!, prodotto da Bruno Costa, che ha ripercorso in sei minuti i diciannove anni di storia, con le immagini di tutti gli artisti e tecnici che ci hanno accompagnato nell’avventura. Un tour de force che lascia senza fiato, ma che riporta alla mente tante emozioni. Aspettiamo con ansia di poter annunciare le date di questa festa, che comunque prima o poi ci sarà.

Sei chitarrista, cantante, insegnante, ricercatore e altro ancora: se dovessi trovare un modo per definirti in poche parole quale sarebbe?

Sicuramente, se un artista è difficile da definire o da catalogare in un genere, vuol dire che ha tracciato liberamente una propria via diversa da tutti gli altri, come racconto nella canzone “Amica libertà”. E secondo me è un aspetto molto positivo. Ad esempio Doc Watson non rappresenta solo bluegrass, old-time, country, flatpicking, fingerpicking… è semplicemente Doc Watson! Forse, se dovessi scegliere comunque una sola parola che mi caratterizza, potrebbe essere ‘ambasciatore’.

Michela Favale e Luca Masperone

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