Menaggio 2016 – Il Duo Cantiga con Anastasia Maximkina

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Intervista A Philippe Villa
Di fronte a me ci sono due fantastici chitarristi classici: Philippe Villa e Anastasia Maximkina. Ci troviamo a Menaggio sul lago di Como per il Festival Internazionale di Chitarra. Philippe ci parlerà del concerto che terrà in duo con Anastasia nello spazio serale offerto dalla splendida sala dell’auditorium di Palazzo Vigoni. Suoneranno musica romantica, ottocentesca, con strumenti storici. Sentiremo dalle parole di Philippe qual è il vero senso dell’utilizzo di questi strumenti d’epoca.

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Si pensa che la musica di una certa epoca, in questo caso la musica romantica, arrivi meglio all’ascoltatore quando viene eseguita con strumenti storici. Oppure, non necessariamente meglio, ma certamente si può dire che la musica suonata con questi strumenti risulti più vicina al suono che il compositore dell’epoca aveva in testa quando scrisse quel determinato pezzo.
Sì, infatti. In primo luogo tutti questi strumenti storici sono molto diversi tra loro, dipende dal paese in cui sono stati costruiti. La liuteria francese, per esempio, aveva una tradizione per strumenti dal suono molto chiaro, molto brillante. La liuteria austriaca, di Vienna in particolare, aveva invece una tradizione di bassi profondi, con un senso più orchestrale. La liuteria italiana, infine, era più cantabile, con una particolare attenzione alla bellezza del suono. Detto ciò, la cosa interessante da dire è che spesso il repertorio dell’Ottocento, quando è suonato su strumenti moderni, risulta un poco ‘pesante’. Facendo un paragone culinario, è la differenza tra un formaggio molto grasso oppure un formaggio più magro, più delicato. E in questo senso le chitarre d’epoca danno un ‘profumo’ sonoro maggiore, nonostante sia più delicato. Tutti questi strumenti, penso quelli degli inizi dell’Ottocento ma anche i successivi, erano stati realizzati anteriormente al periodo delle grandi sale da concerto. Quindi il loro suono si doveva diffondere in ambienti molto raccolti, da cinquanta, cento persone al massimo. Successivamente, con l’avvento dell’industrializzazione, nacquero le grandi sale da concerto da cinque, sei, settecento posti, per cui la fruizione della musica cambiò molto. A questo punto il suono della chitarra era destinato a sparire quasi completamente.
E allora, come mai la chitarra romantica si è sviluppata proprio in un’epoca in cui è nata la civilizzazione industriale, con i fenomeni di massa come il movimento sindacale, le grandi orchestre, l’opera? Nonostante questa situazione, la chitarra ha mantenuto il proprio ruolo, sebbene con la sua voce tanto delicata, anche in un’epoca che andava sempre più verso forme di gigantismo. E mi sono chiesto: com’è stato possibile tutto ciò? La risposta me l’hanno data i musei! Quando guardiamo dei quadri che rappresentano dei soldati che suonano le trombe, i corni durante le scene di guerra, si capisce che questi fiati, producendo suoni molto forti, potevano essere uditi in mezzo al frastuono degli spari dei cannoni e delle artiglierie. Ma quando quegli stessi soldati sono rappresentati in solitudine, in intimità, spesso sono in compagnia di una chitarra. E questo perché la chitarra è l’ultimo confidente, è lo strumento che accompagna il canto o una poesia. Pensa, anche il musicista e poeta Franz Schubert amava tanto la chitarra. La chitarra, in questo senso, non ha una quantità sonora voluminosa, ma un aspetto sonoro luminoso. È luminosa, non ‘voluminosa’! [ride compiaciuto]

È il suono dell’anima…
Eh sì. Poi, questo suono andò via via irrobustendosi con l’aggiunta della sesta corda e l’ampliamento della cassa armonica, tra la seconda metà e la fine dell’Ottocento. E con Antonio de Torres la chitarra acquistò la forma, le dimensioni e la struttura di quella classica moderna. Insomma, per concludere, mi sento di affermare che suonare uno strumento storico non ti conferisce di per sé la verità. Semplicemente ho visto che nel repertorio di musica da camera, con chitarra e fortepiano, quando suoni con strumenti moderrni la musica che ne scaturisce è un po’ troppo pesante. Quando invece la stessa musica la suoni con un fortepiano dell’epoca, che ha un suono molto leggero, più chiaro, e con una chitarra René Lacote o Coffe-Goguette, veramente il tutto acquista un carisma superiore.

Fra l’altro, ciò permette di arrivare a quell’aderenza di forma e sostanza col momento della composizione.
Sì, al pensiero musicale dell’autore.

È interessante il pensiero che esprimevi prima di iniziare l’intervista, quando dicevi che il compositore scriveva quella certa musica, dando quelle indicazioni di espressione, perché conosceva le possibilità di quel particolare strumento a lui contemporaneo
Certamente, e non solo pensando alla dinamica espressiva da tirar fuori con quello strumento. Alcuni grandi chitarristi dell’Ottocento come Luigi Rinaldo Legnani, che fu anche compositore e liutaio, lo stesso Fernando Sor e Carulli, collaborarono strettamente con il mondo della liuteria. Per dire quanto questi grandi interpreti si interessassero all’evoluzione costruttiva del loro strumento.

duo-cantiga_3573E Philippe Villa cosa trova o ritrova nel suonare uno strumento d’epoca?
Per quanto mi riguarda, posso dire che suonare una René Lacote mi aiuta a ritrovare il gesto musicale, il ‘gesto musicale’ [enfatizzando molto la ripetizione]. Non è un fatto da ascrivere a un sentimento nostalgico, perché attualmente ci sono degli strumenti – e chitarre in particolare – molto interessanti. Ma quando degli interpreti come me suonano un determinato repertorio, devono avvicinarsi a una certa immagine sonora relativa a quel repertorio, perché così facendo possono evitare di fare confusione dal punto di vista dei tempi, dell’articolazione, della dinamica. Un altro aspetto interessante è il rifiuto della standardizzazione, grazie a un atteggiamento rigoroso come quello che ho appena descritto.

Nelle sale da concerto come risolvi il problema della voce ‘debole’ degli strumenti d’epoca?
Oggi molti chitarristi classici vogliono chitarre molto sonore, molto potenti. E allora io dico che è meglio ricorrere all’amplificazione dello strumento, perché su uno strumento acustico più tu vai a ricercare la potenza sonora, più vai a perdere la ricchezza timbrica. Con Anastasia, ad esempio, suoniamo anche in un quartetto formato da due chitarre spagnole degli anni ’30 costruite da Francisco Simplicio e Domingo Esteso, un bandoneón e un violino. E noi amplifichiamo le chitarre con un microfono davanti allo strumento e casse di alta qualità per la riproduzione del suono. In questo modo otteniamo più potenza, ma lasciamo alta la qualità sonora e la ricchezza timbrica.

Purtroppo c’è ancora una larga fetta di chitarristi classici che rifiutano l’idea di amplificare il proprio strumento dal vivo.
Infatti, con l’argomentazione che così facendo si tradisce l’immagine della purezza del suono…

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Invece mi sembra di capire che il tradimento, per te, è quello dei liutai e chitarristi loro committenti che costruiscono chitarre troppo potenti…
Sì, che cambiano la loro la natura. Per concludere, vorrei dire che noi chitarristi classici dobbiamo vivere la nostra epoca senza però perdere di vista la ‘potenza’ della tradizione e la lezione dei maestri e dei liutai storici, che vanno rispettati profondamente quando suoniamo repertori come il mio.

(g.l.)

 

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