Paolo Grassi Guitars

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(di Zack il Bianco) – Fra i mille che assediano la mente di un chitarrista acustico, prima o poi, comincia a farsi strada negli anni un interrogativo più insidioso degli altri: chitarra di fabbrica o di liuteria?

È un mondo bizzarro quello delle sei corde, specialmente in Italia dove – mentre per i chitarristi classici non c’è alcun dubbio: per salire di livello bisogna abbandonare gli strumenti fatti in serie dalle macchine per affidarsi alle mani esperte di un liutaio – per i chitarristi acustici la risposta non è altrettanto chiara. Ci si chiede infatti se, in uno strumento fatto interamente a mano, esista questo maggior valore in termini di suono, e ci si preoccupa spesso anche della rivendibilità.

In questo viaggio alla scoperta della liuteria Italiana, muovendomi come un pioniere a caccia di risposte, non potevo imbattermi in guida migliore di Paolo Grassi che, oltre ad essere un gran maestro nella costruzione di strumenti, è al tempo stesso musicista, chitarrista, cantante e compositore.

Dinnanzi a Paolo, mi sento un po’ come Dante con Caronte, mi affido al traghettatore dagli occhi piccoli, spiritati, circondati di fiamme, percependo chiaramente l’enorme competenza e passione con cui è riuscito a sviluppare degli strumenti decisamente unici, dal carattere forte e dalla voce inconfondibile.

La prima creatura che mi porge tra le mani è la sua Slope D: top in abete Val di Fiemme, fondo, fasce e tastiera in palissandro brasiliano. È chiaramente ispirata alla Gibson J-45 per quel che riguarda la forma, più esattamente a una J-45 Custom se pensiamo che Paolo predilige il palissandro al mogano. Ciò che mi colpisce subito sono le finiture: la ‘G’ di Grassi sulla paletta è in madreperla (abalone blu), il binding è in cocobolo, e una precisissima bordatura della tastiera contrassegnata da una doppia linea bianca in acero con al centro una striscia di ebano è un piacere per gli occhi.

Gli chiedo come sia possibile raggiungere una tale precisione lavorando a mano. Paolo sorride e svia il discorso concentrandosi su ciò che è più importante e di cui va maggiormente fiero: il suono! Chiaramente ispirato ai grandi marchi che hanno fatto la storia della musica, negli anni ha cercato di potenziarne le caratteristiche sonore: in questo caso, al primo tocco, l’orecchio riconosce un suono Gibson ma con sustain, volume e brillantezza decisamente maggiori rispetto a una chitarra di fabbrica. Le mani scorrono fluide sulla tastiera in brasiliano, grazie anche al manico in mogano Kaya. Con corde Elixir .012 l’action è perfetta, sia per suonare con le dita che con il plettro. I bassi sono dettagliati, ben distinti, e non impastano il suono lasciando spazio a cantini ricchi di frequenze medie e alte, ma mai taglienti, che Paolo definisce cantini ‘argentini’: quale modo migliore di definire la brillantezza delle Grassi? Mentre lui mi racconta generosamente dettagli di alcune fasi costruttive, mi accorgo che non riesco a smettere di suonarla.

È il momento di passare alla seconda della famiglia, la Jumbo 16 pollici, lo shape della chitarra che aveva Cat Stevens: un modello che Gibson non produce più, ma che Paolo ha tanto ascoltato e amato. I legni questa volta sono: top in abete Val di Fiemme, fondo e fasce in suggestivo Malaysian blackwood, un ebano con una figurazione incantevole. Il manico è in wengé, un legno più poroso, che il maestro ha apprezzato sui manici dei bassi Warwick. Il primo tocco colpisce allo stomaco! L’avvolgenza dei bassi si fa sentire, trasmettendo vibrazioni direttamente alla pancia di chi suona: pare di essere di fronte a una chitarra con maggior volume rispetto al modello provato prima, ma Paolo mi garantisce che è solo una sensazione data dalle vibrazioni. Leggermente più scavata sui medi, i cantini sono nuovamente in ‘stile Grassi’, brillanti e definiti, che spiccano sui bassi avvolgenti che fanno da tappeto. L’inclinazione di questo modello pare essere lo strumming, da chitarra ideale per chi si accompagna al canto. Intono qualche canzone, per testare la fusione tra la mia voce e questo bel motore ruggente. Stupisce anche la dinamica, che passa da un pianissimo a un forte senza mai rompere il suono, come se sulle plettrate più forti si innescasse una sorta di compressore naturale. Il maestro mi fa notare che la qualità timbrica di questo strumento è anche data da qualche anno di vita in più: il passare delle stagioni ha fatto maturare il legno… Paolo è molto preciso anche nelle parole, e mi corregge: si chiama ‘inossamento’! Anche questa volta è dura staccarla dalle mani.

È il turno della Grassi OM, un modello chiaramente ispirato alla leggendaria forma delle Orchestra Model di casa Martin. Corpo più sottile rispetto alle precedenti, il top è in abete Val di Fiemme, mentre il fondo e le fasce sono questa volta in ziricote, che visivamente ricorda il Malaysian blackwood. Spicca una stupenda rosetta in abalone. Anche su questo modello il manico è in mogano Kaya, e le mani scorrono trovando subito un gran feeling. Tra le tre chitarre provate è la più orientata verso il fingerpicking: si avverte una minor tensione delle corde, ma in realtà Paolo mi fa notare che è una sensazione data dal corpo più piccolo, che ha una risposta più veloce. Serve meno sollecitazione per metterlo in vibrazione e, infatti, mi impressiona come, mentre Paolo racconta aneddoti su aneddoti di questo splendido strumento, esso vibra ben percettibilmente, quasi che riconoscesse la voce del suo creatore. I bassi questa volta sono molto più definiti e precisi, meno avvolgenti, ma non per questo meno belli, certamente più equilibrati. Lasciano frizzare i cantini, che trovo perfetti anche nella parte alta del manico, ideali per tutti i fraseggi solistici. E, solo riascoltando la registrazione che ho allestito appositamente per immortalare questo viaggio, posso confermare la mia prima impressione di trovarmi di fronte a uno strumento perfetto in studio di registrazione e di riflesso, quindi, anche molto facile da amplificare con ottima resa live, pure in presenza di strumenti con bassi preponderanti. Anche con plettrate decise il suono è sempre molto compatto, a dimostrazione di una grande versatilità. Insidiando Paolo di domande, mi sembra di capire che il segreto della quantità e qualità del suono di questo modello, seppure con voce originale e riconoscibile, derivi probabilmente dall’ammirazione che lui nutre per le famose OM di Bourgeois e, contemporaneamente, per le novità costruttive di Taylor. Ovviamente ogni buon artigiano custodisce gelosamente i propri segreti, ma devo dire che il maestro è decisamente generoso con me nelle spiegazioni. Forse perché percepisce che difficilmente gli ruberò il mestiere?

L’ultimo modello provato è una vera chicca per me: l’unica 12 corde di cui mi sia innamorato! È un modello originale che Grassi ha chiamato EVO 3 (12 corde). Realizzata anche nella versione a sei corde, la sua forma trae ispirazione da un basso acustico, l’unico che Paolo abbia apprezzato per il suono ‘non amplificato’ e, restandone colpito, ha cercato di carpirne il segreto per poi riportarlo su una forma che rendesse anche per una chitarra. Il top è in abete Val di Fiemme leggermente sunburst, il fondo e fasce in palissandro brasiliano, decisamente incantevole, come anche la ‘G’ in abalone intarsiata nella paletta, questa volta con maggiori dettagli che richiedono tanto tempo e precisione. Il manico in mogano Kaya risulta incredibilmente sottile e confortevole, il volume è generoso e il suono – corposo e brillante – sembra non finire mai grazie agli armonici che inondano la stanza. Mi richiama alla mente i grandi successi incisi con questo tipo di chitarre: con un tappeto così perfetto sarebbe un delitto non accennare l’immensa “Wish You Were Here” dei Pink Floyd; e concordo con Paolo: «Se David Gilmour avesse avuto una 12 corde così, questa canzone sarebbe durata tutto il lato B!» Sorridiamo insieme e continuo a suonare.

Le ore passano veloci, sia grazie agli splendidi strumenti di altissimo livello con incredibile rapporto qualità/prezzo, sia per la bella compagnia di Paolo che potrebbe scrivere un libro narrando della sua lunghissima vita musicale, con l’abilità e incanto di chi possiede l’arte di infondere al legno l’enorme bagaglio di musica che porta nel cuore.

Zack il Bianco

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